Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XIII - n.55 - Gennaio - marzo 2018
IL PIACERE DELL'ANTICO  

CAPOLAVORI SVELATI

NELLE VISCERE DEL NURAGHE. Un viaggio inedito alla scoperta dei giganti dormienti!
di Eleonora Casula



La Civiltà Nuragica realizzò nell’isola di Sardegna architetture imponenti, le più famose delle quali sono sicuramente i Nuraghi. Tali edifici dominarono il paesaggio isolano per circa tutta l’età del Bronzo, durante la quale andarono incontro ad un’evoluzione architettonica ininterrotta che portò allo sviluppo di varie tipologie strutturali. Ancora oggi sono molto accese le discussioni per comprendere quale fosse la loro funzione: c’è chi ipotizza che fossero abitazioni, chi strutture militari, chi luoghi legati alla sfera religiosa o, addirittura, osservatori astronomici. Probabilmente non esiste una risposta univoca per spiegare cosa fossero questi giganti di pietra; l’ipotesi più accreditata è che nel corso dei secoli abbiano ricoperto più funzioni per assecondare i cambiamenti socio-culturali della civiltà nuragica. Infatti i nuraghi sono edifici dall’architettura estremamente complessa, che solo un popolo in possesso di avanzate conoscenze ingegneristiche avrebbe potuto realizzare.
Secondo l’archeologia i nuraghi comparvero nella loro forma primitiva di protonuraghi nell’età del Bronzo Antico (2200-1900 a.C. circa secondo recenti datazioni radiocarboniche). Il protonuraghe è un edificio di pianta generalmente rettangolare, spesso addossato a un impianto roccioso naturale, che ospita all’interno uno o più corridoi che collegano diversi ambienti.





(Fig. 1) La collina del primo nuraghe ricoperta dalla vegetazione.

 








(fig 2) L'ultimo residuo della muratura del mastio del primo nuraghe. Si noti la modalitÓ costruttiva con pietre non sbozzate poste in opera senza l'uso di malte leganti.


Nel corso del Bronzo Medio (1900-1350 a.C. circa) i protonuraghi evolsero nei nuraghi dalla classica pianta circolare, noti anche come nuraghi a tholos. Questi edifici presentano una torre troncoconica con, al piano terra, una camera circolare chiusa da una falsa cupola (tholos) collegata con i piani superiori, anch’essi voltati a tholos, da una scala interna che sale a spirale per la torre. La struttura è realizzata con massi di dimensioni variabili posti in opera principalmente a secco, cioè senza l’utilizzo di composti leganti, anche se non mancano esempi in cui è applicata una malta di argilla o fango e zeppature con pietre più piccole.
L’evoluzione architettonica nuragica proseguì con esiti sempre più imponenti nel periodo che copre il Bronzo Recente e Finale, dal 1350 al 850 a.C. circa. In questa fase alla tholos furono aggiunte nuove torri raccordate da una cortina muraria; il nuraghe complesso, così composto, appariva come un vero e proprio bastione turrito all’interno del quale svettava il mastio, la torre principale, cuore pulsante dell’intera struttura. Le soluzioni costruttive adottate per edificare questa tipologia di nuraghe furono molteplici e alcune raggiunsero livelli di complessità talmente elevata da creare enormi cittadelle fortificate.





(fig 3a) Indicato dalla freccia, il pozzetto-finestrella sotto la muratura residua del mastio.

 








(fig.3b) Dettaglio del pozzetto-finestrella.


I protagonisti di questa personale indagine sono due grandi nuraghi di tipo complesso, costruiti a poche centinaia di metri l’uno dall’altro nella regione della Sardegna sud orientale di Quirra, territorio del comune di Villaputzu, in provincia di Cagliari. I siti non sono mai stati studiati o sottoposti a scavi, per questo ora sono ricoperti dalla fitta vegetazione di macchia mediterranea, tanto che dal basso appaiono entrambi come semplici colline di olivastri selvatici (fig. 1). Solo avventurandosi all’interno dell’intricato labirinto arboreo si possono riscoprire i resti superstiti delle poderose murature che ancora resistono dopo 3 mila anni!
Io ho intrapreso l’esplorazione dei giganti e voglio condividere con i miei lettori questa bellissima, e quasi mistica, esperienza di riscoperta di due dei più bei monumenti della Sardegna sud orientale, testimonianze dimenticate di una grandiosa civiltà resa immortale dalla pietra.
Non appena fui ai piedi del primo nuraghe, guardai in alto verso la sua sommità e capii subito che la scalata non sarebbe stata semplice. Si camminava carponi, cercando di evitare radici sporgenti, buche e zone di terreno instabile, passando attraverso i fitti rami degli olivastri che, come se fossero stati braccia e mani, mi afferravano e ostacolavano il mio passaggio, quasi a voler proteggere il gigante di pietra.



(fig.4) Residuo di muratura del mastio del secondo nuraghe. Anche qui Ŕ evidente la modalitÓ costruttiva,
identica a quella del primo edificio.


Più si saliva e più la stretta di quella selva diventava forte e, improvvisamente, sembrò che i tronchi nodosi fossero vivi, animati da entità ataviche poste a protezione del gigante, le Janas, le fate delle leggende sarde che abitavano le foreste dell’Isola. A metà percorso trovai enormi massi sparpagliati sui fianchi della collina, crollati dal nuraghe di cui un tempo facevano parte; alcuni di essi erano trattenuti dai forti tronchi degli olivastri, come se le stesse Janas, in uno sforzo perpetuo e disperato, si rifiutassero di far allontanare anche solo di un centimetro di più i resti di quel gigante che difendono ancora da millenni.
Seguendo con lo sguardo la traiettoria dei massi precipitati, sulla cima intravidi una muratura, ultimo residuo della porzione est della torre nuragica (fig. 2). Raggiunsi i resti della muratura, realizzata a secco con blocchi non sbozzati, e sotto di essa individuai un pozzetto nel terreno (fig. 3a-b). Mi avvicinai per analizzarlo meglio e vidi che s’incanalava all’interno del nuraghe. Si potrebbe ipotizzare, data la sua posizione e la disposizione delle pietre attorno ad esso, che si trattasse di una finestrella della scala interna del mastio.





(fig.5a) L'ingresso del vano absidato interno al mastio.

 








(ig.5b) Dettaglio dall'alto dell'ingresso del vano absidato.


Ripresi la mia esplorazione e, scalando un punto accessibile della porzione muraria superstite, arrivai finalmente in cima. I Nuragici erano soliti edificare i nuraghi in luoghi sopraelevati che garantivano il controllo della terra e del mare, per la sorveglianza delle vie commerciali e la difesa del territorio. E da lassù era visibile, a 360 gradi, tutto il paesaggio circostante che ancora oggi conserva colori e profumi millenari: a sud e a ovest osservavo le colline ricoperte di macchia mediterranea e i campi coltivati a valle; a nord le montagne granitiche con le loro rosee sfumature; a est i raggi del sole facevano risplendere un mare di un blu intenso!
Dopo aver goduto di quella magnifica vista, decisi di lasciare quel nuraghe per visitare il suo gemello. La discesa fu più semplice della salita perché, stavolta, i rami degli olivastri, anziché ostacolarmi, mi aiutarono fornendomi appigli forti e sicuri.
Ma fu una tregua momentanea perché la scalata del secondo nuraghe fu molto più impegnativa della precedente, come se le Janas avessero deciso di manifestare tutto il loro disappunto per la mia decisione di esplorare anche quell’edificio. Nonostante le difficoltà, anche stavolta arrivai in cima al mastio.





(fig.6) Panoramica del vano absidato all'interno del mastio. Si nota la finestrella, l'apertura sulla sinistra e il profilo dell'abside che muta dal basso verso l'alto.

 








(fig.7) Dettaglio dell'apertura all'interno del vano absidato.


Rispetto al primo, questo edificio versava in condizioni di conservazione migliori, e manteneva ancora intatti tutta la sezione circolare e lo spessore della torre. Anche qui fu possibile apprezzare la maestria architettonica della costruzione, realizzata, come il nuraghe gemello, con pietre non sbozzate poste in opera senza l’uso di malte leganti (fig. 4). Ma questo edificio conservava una sorpresa in più: sulla porzione est della muratura si apriva una profonda fenditura triangolare che s’incanalava direttamente all’interno del mastio (fig. 5a-b). Mi avvicinai percorrendo lo spessore delle mura e, una volta raggiunta l’apertura, mi accovacciai per osservare l’interno di quell’oscuro antro. Ciò che vidi, a circa 2,5 metri di profondità, fu un vano absidato, largo circa 1 metro, dotato di una piccola finestrella risparmiata nella parete (fig. 6). A partire circa da metà dell’altezza della camera, il profilo semicircolare si perdeva per formare, invece, un angolo. A livello del pavimento, sulla sinistra, era visibile un’apertura più piccola, dove forse il vano proseguiva. Dovevo scoprirlo, ma da lassù non era possibile; l’unico modo che avevo era quello di calarmi all’interno. Quell’idea fu irrefrenabile e subito mi addentrai nell’oscura apertura per discendere la parete verticale che conduceva nelle viscere del nuraghe. All’interno la luce esterna penetrava a malapena, così come i suoni. Tutto si fece più lento: là dentro il tempo si era fermato!




(fig.8a) Particolare dell'intreccio delle pietre che formano la parte superiore della camera interna al mastio.

 








(fig.8b) Visuale dall'interno dell'ingresso del vano absidato.


Mi apprestai comunque a svolgere il compito che mi ero prefissata, accesi la torcia e la puntai verso il piccolo vano. Illuminai un ambiente angusto e poco profondo, chiuso da pietre e terra. La sua natura mi apparve subito incerta: l’ubicazione, le piccole dimensioni e la sua conformazione, non consentono di definire con certezza la sua origine (fig. 7).
La camera principale, invece, potrebbe essere identificata con ciò che rimane della scala interna del mastio che collegava i diversi piani della torre (fig. 8a-b).
Trovarsi all’interno di quel gigante, testimone della storia dell’umanità degli ultimi 3 mila anni, dà delle sensazioni forti e particolari. Sembra quasi che quelle pietre silenziose e imponenti rievochino, nella mente dei visitatori, fotogrammi della memoria di antiche presenze, ed è quasi spontaneo immaginare i guerrieri che risalivano quella stessa scala per scrutare il mare alla ricerca di navi in avvicinamento, accompagnati dal rumore sordo dei loro passi e dal tintinnio delle armi sull’armatura, mentre le loro voci riecheggiavano in parole appartenenti a una lingua ormai perduta.
Questi giganti c’erano già quando tutta la storia che conosciamo prendeva forma ed è una nostra responsabilità fare in modo che siano testimoni anche dei secoli a venire!

Ringrazio il sig. Antonio Meloni per aver reso possibile la visita ai Nuraghi descritti.


Eleonora Casula, archeologa, ricercatrice indipendente di archeologia molecolare

E' vietata la riproduzione anche parziale dell'articolo e delle immagini © Copyright