Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno III- Mag./ago. 2007, n.9-10
NOVITA' EDITORIALI  

I LIBRI SCELTI PER VOI
di Irene Tedesco

















 


Gaetano Pesce – materia e differenza , Carlo Martino, Marsilio, 2007, pp. 95, 9.90 euro

Uno sguardo a chi ha fatto del design il proprio way of life , in giro per il mondo con una valigia di leggeri Up , sofisticati Olo e un Vulcano brulicante d'idee nel corpo di una caffettiera!
Carlo Martino, architetto e docente, dedica a Gaetano Pesce un agile volume dal taglio storico e ricco di immagini. Nato a La Spezia nel 1939, Pesce è un creativo che dagli anni universitari presso la facoltà di architettura di Venezia, ha sviluppato le arti quasi in un regime panteistico, unendo l'attenzione al design per l'arte programmata al cinema e al teatro, fondando nel 1957 il Gruppo N, il primo dei suoi “collettivi produttivi”. Negli anni '60 la rivoluzione contro i dogmi culturali non si è svolta solo all'aperto nelle strade tra una manifestazione di studenti, operai e intellettuali e le sassaiole della polizia, ma anche al chiuso di un laboratorio, come quello di Pesce dove l'architetto-designer ha preferito lambiccarsi in mezzo a progetti di oggetti d'arredo - lampade, divani, librerie - allargando il giro a interni di negozi, mostre (come Italy, new domestic landscape del 1972 al MoMA di New York). Dalla sua matita di stregone ha cavato fuori l' espressività dei materiali plasti, come il poliuretano espanso e rigido, le resine, il poliestere, l'urtano, le gomme epossidiche, che rappresentano nella sua ricerca l'idea di modernità. “L'uomo di schiuma”, appellativo datogli da Carlo Scarpa per indicare quest'interesse verso i materiali plastici schiumati, ha vissuto tra sperimentazione e insegnamento a Helsinki, Londra, Parigi, New York, Milano, Strasburgo, San Paolo in Brasile, e Hong Kong dedicandosi alla serie diversificata, ossia prodotti simili dove è l'operaio ad intervenire come in Golgotha, la sedia che ha un'impronta diversa a seconda della postura che assume l'operaio.
Contro l'omologazione di un prodotto seriale, frutto della civiltà di massa, Pesce ne utilizza gli strumenti accettando il difetto di un'opera che non persegue i canoni tradizionali della bellezza. Così con un gesto che potrebbe sembrare persino snob , l'oggetto “difettato” diviene elemento di distinzione. Oggetti ibridi che suscitano sorpresa, come Umbrella chair del 1993, uniscono la funzionalità dell'oggetto – una sedia – all'aggiunta di un elemento estetico –la struttura a forma di ombrello – che aggiunge valore, scaturendo un prodotto di design/opera d'arte. Gli ultimi due stadi in fieri di Pesce sono il mal fatto e la femminilità del progetto , in cui si parte dall'idea dell'abbassamento della qualità della mano d'opera, e come controparte, dell'aumento di intervento casuale dell'operaio mentre realizza e quindi interpreta il progetto, ad esempio, della casa di Pesce a Bahia. Spazio alla parte femminile celebrale che riesce a affrontare nel migliore dei modi certe situazioni come la capacità di controllare la complessità, reagire agli imprevisti e l'accettazione della molteplicità espressa nel Souvenir Shop del Millennio , un negozio in silicone realizzato ad Avignone nel 2001.
Un'architettura che ha perso la sua razionalità delle forme non vuol dire mancanza di funzionalità, ma ancora sperimentazione con colori fusi tra l'arancio, il verde e l'azzurro e forme smussate che da “natura morta” ne fanno una viva, con un fiocco rosa in più!
















 





L’incredulità del Caravaggio, Ferdinando Bologna, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 681, 45 euro.

Adesione al dato reale in pittura così come in scrittura. La ricerca di Ferdinando Bologna, emerito storico d'arte moderna, si fonde con quella pittorica di Michelangelo Merisi da Caravaggio in questa riedizione di un testo, edito nel 1992, fondamentale per gli studi sul pittore lombardo.
L'incredulità del Caravaggio per la riproducibilità di quel visibile manifesto davanti ai suoi occhi, lo porta ad un'elaborazione su tela definita “naturalistica”, ossia un'osservazione sperimentale con uso di strumenti ottici abbinato all'inserimento di soggetti resi con un'umanità degnissima, perchè una Maddalena penitente non è altro che una prostituta pentita, e una Madonna morta è una donna che ha definitivamente perso i sensi vitali, con il corpo abbandonato sul letto. Allo stesso modo Bologna procede nell'analisi critica attraverso lo studio dei documenti dell'epoca, la visione diretta e il confronto tra le opere.
Chi si aspetta una vita romanzata dell'artista “maledetto”, rimane deluso perché gli episodi più drammatici del Caravaggio come il processo del 1603, la fuga verso Malta passando per Napoli e la Sicilia – e sempre lasciando testimonianza delle sue turbolente soste nel linguaggio più diretto possibile, quello per immagini – sono narrati con una prosa chiara ma priva di toni enfatici che a nulla servono in un testo frutto di uno studio serio sulle orme di Roberto Longhi come questo.
La tesi centrale con cui Bologna sdogana da anni quella del fronte opposto, capitanato da Maurizio Calvesi, che vede un Caravaggio adepto e devoto interprete delle indicazioni cristologiche della chiesa della Controriforma di Federico Borromeo, è quella di un artista consapevole dei dettati riformisti in materia pittorica, ma estremamente autonomo nell'affermare di porre la stessa attenzione nel dipingere una cesta di frutta e una figura religiosa. Bologna rafforza così la sua opinione grazie al documento ritrovato alla Pinacoteca Ambrosiana da Tiziano Marghetich nel 1998 e dall'appunto autografo del cardinale Borromeo scoperto da Barbara Agosti, in cui è citato Caravaggio come sistema pittorico concettuale all'opposto degli artisti della hit parade borromaica, ossia Raffaello,Tiziano e Michelangelo e Scipione Pulzone.
Altra considerazione fondamentale al pari di quanto affermato da Roger Fry, secondo cui il Merisi fu il primo artista a procedere non attraverso un'evoluzione ma una rivoluzione, è quella che vede nell'arte caravaggesca “una diversa espressione dello stesso ambito culturale da cui ha preso avvio la rivoluzione scientifica di Galileo Galilei”.
Il volume è arricchito da un utilissimo Indice ragionato delle opere e dagli scritti più recenti (2000, 2003 e 2004) con tre saggi inseriti per l'occasione.
















 



L'ombra del Caravaggio , Roberto Fagiolo, Nutrimenti, 2007, pp. 153, 10 euro

Quando l’arte va a ruba, la mente del detective trova la massima sublimazione nell’afferrare i meccanismi del furto e realizzare il conseguente ritrovamento. Se dalla lettura di L’ombra del Caravaggio, resoconto di Sei grandi storie di arte rubata di Roberto Fagiolo, scrittore e consulente televisivo (lavora al programma Sfide per Rai Tre), si vien fuori quasi con il fiatone per il carattere avventuroso dei furti compiuti dal ‘900 ad oggi, più mestamente si giunge alla considerazione che la maggior parte delle opere d’arte non sono state ancora recuperate. Il mistero che avvolge un dipinto oltremodo celebre come la Gioconda di Leonardo da Vinci, l’identità tuttora da accertare della donna ritratta nel dipinto di Klimt del museo di Piacenza, e L’isola dei morti, inquietante tela di Arnold Böcklin, di proprietà tristemente illustre come quella di Adolf Hitler, sono solo alcuni dei casi presi in considerazione da un narratore attento nella ricostruzione dei fatti che non lascia alcun interrogativo insoluto, a discapito talvolta, di una prosa che si perde nell’elencazione dei dati. La caccia al tesoro condotta dal nucleo operativo dei carabinieri sui casi accaduti in Italia ha coinvolto spesso l’Interpol, perché la via di fuga battuta maggiormente dai “nuovi proprietari” sconfina oltre le frontiere nei due sensi di marcia. Capita così che sette dipinti del museo di Budapest – tra cui la Madonna Esterhàzy di Raffaello, La fuga in Egitto del Tiepolo solo per citare i masterpieces – vengano acquisiti in maniera indebita da un gruppo di ladri, la cui mente artifex è italiana, oppure che un millantatore argentino Eduardo de Valfierno, sedicente commerciante di opere d’arte trafugate, commissioni il prelievo della donna detentrice del “sorriso enigmatico” a uno sprovveduto Vincenzo Peruggia, che giunto a Parigi in cerca di lavoro, si ritrova a tener compagnia a Monna Lisa dall’agosto del 1911 al 12 dicembre del 1913, quando finalmente decide di vendere la tela all’antiquario fiorentino Alfredo Geri. Esito felice per la vendita che non si è mai compiuta, mentre un destino ancora incerto è riservato all’Adorazione dei Pastori di Caravaggio, rubata nel 1969 dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo. Tortuosa storia di un furto che con un po’ di accortezza si sarebbe potuto evitare se al posto delle due anziane sorelle Gelfo, custodi del tesoro a olio, ci fosse stata almeno una serratura meno difettosa di quella che i ladri forzarono!

















 



Questioni di sguardi , John Berger, Il Saggiatore Net, 2007, pp. 170, 11 euro.


Quando il vedere è un’arte, avere buon occhio non è solo una qualità. I sette inviti al vedere fra storia dell’arte e quotidianità di John Berger, nato a Londra nel 1926, critico d’arte, romanziere, giornalista, sceneggiatore cinematografico e autore teatrale, offrono uno spunto interessante e curioso per volgere l’occhio alle immagini artistiche stravolgendo i canoni tradizionali di interpretazione. Innovazione che emerge fin dalla veste grafica: carta ruvida per questa edizione tascabile, testo disposto a frammenti tra un’immagine e l’altra; immagini che sebbene non siano di ottima qualità, hanno comunque il pregio di non affaticare la comprensione globale e costituiscono l’80% del volume. Un’intenzione, questa, specificata già dall’introduzione dove si scopre che siamo davanti al frutto di un lavoro di ben dieci mani, quelle di cinque autori –compreso il Berger - che dopo aver realizzato la serie televisiva Ways of Seeing per la BBC negli anni ’70, l’hanno riportato su testo. L’ordine di lettura è a proprio piacimento, e tre dei sette saggi sono composti esclusivamente da immagini. Dipinti noti di Rubens o Rembrandt, o accattivanti per la loro sensualità, dove prevale il nudo femminile, e il genere della natura morta attraversano i secoli per giungere alla considerazione, in un primo tempo quasi scontata, che “è il vedere che determina il nostro posto all’interno del mondo che ci circonda”. Ma il rapporto costante tra la visione e quello che in partenza sappiamo di essa, non è definitivo, può cambiare secondo Berger, influenzato da innumerevoli fattori. E si rivela che la storia in fondo è sempre quella, sono le immagini – ieri dipinte con le tecnica ad olio, oggi fotografate per la pubblicità – ad esercitare un potere seduttivo, politico, coercitivo verso lo spettatore. La soluzione al capitalismo in tal forma si ha ponendo la propria capacità critica come strumento mentale.

















 


Burka! Simona Bassano di Tufillo – Jamila Mujahed, Donzelli, 2007, 16,50 euro


Incontro al buio per Simona Bassano di Tufillo, sotto il cono d'ombra del burka che Jamila Mujahed è costretta ad indossare per sopravvivere in Afghanistan.
Appuntamento pienamente realizzato nelle pagine di Burka! , dove le 24 tavole disegnate dalla fumettara napoletana – che conta all'attivo alcune mostre collettive del movimento artistico Direzione Obbligatoria, da lei fondato e progetti di valorizzazione del patrimonio storico-artistico specializzato per l'infanzia - si legano alla dura esperienza di una donna che non si è lasciata abbattere dagli eventi. La mia vita a Kabul, scritta da Jamila Mujahed, prende l'avvio con la presa del potere (tra il 1993 e il '94) in Afghanistan da parte dei Talebani, gli studenti delle scuole coraniche, guidati dal Mullah Omar, che ha governato fino al 2001 e ha usato come vessillo un forte ed asfissiante fanatismo religioso.
Chiusura e costrizione sono i concetti che ricorrono più frequentemente tra le righe di un racconto lucidamente sofferto, ma dentro quella prigione-abitacolo Jamila ha dovuto imparare a camminare, rimanendo anche investita da una macchina perché la grata che copre gli occhi è come quella di PPP:primissimo piano disegnato da Sbadituf, un intrico di fili metallici che lasciano spazio solo ad immaginare la strada davanti, non a vederla.
L'ironia nei fumetti dell'autrice napoletana è presente in una donna che dà le sue Giustificazioni perché “non sapeva cosa mettersi”, o in un bambino che cerca la madre in un nugolo plumbeo di donne rese irriconoscibili dal velo nero, che contrasta con l'idea di un burka-scappatoia per non essere violentate o costrette a matrimoni forzati durante il regime dei Mujaheddin.
La testimonianza di Jamila, presidente di The voice of Afghan Women's Association and Radio , fondatrice dell'unica rivista femminile afgana Malalai , è stata fortemente voluta da Simona che dopo aver letto in internet del suo impegno per i diritti umani delle donne, ha messo in subbuglio mezzo mondo per contattarla, mentre Amnesty International ne ha dato il patrocinio. Essenzialità, uso di pochi segni per ridurre l'immagine ai termini base per la comunicazione e la comprensione sono gli intenti dichiarati da Sbadituf attraverso i suoi segni, eseguiti in formato digitale e pienamente raggiunti nel bianco e nero delle tavole, sorte per rispondere ad alcuni interrogativi seguiti dopo l'attentato alle Torri Gemelle.
Una soluzione alternativa pronunciata dalle donne di Sbadituf: “Dobbiamo indossare il burka per proteggere gli occhi degli uomini dalle tentazioni.
In tal caso sarebbe più pratico se lo indossassero loro: attraverso questi fori non si vede un accidente”, schiude le porte a quel futuro auspicato da Jasmine: “non sapevo se ci sarebbe mai stato per noi un futuro luminoso senza il burka, ma lo speravo”.

In attesa dell'incontro dal vivo tra le due autrici, che potrebbe realizzarsi il prossimo autunno con una puntata di Jamila in Italia, le tavole sono esposte presso le librerie Feltrinelli:fino al 30 maggio a Napoli, fino al 2 giugno a Roma (presentazione del libro il 22 maggio), dall'11 giugno al 2 luglio a Bari (presentazione del libro il 19 giugno).
 


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