Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XV - n.65 - Luglio - settembre 2020
NARRATIVA 

I LIBRI SCELTI PER VOI
a cura di Ilaria D'Ambrosi




Enrico Castelli Gattinara di Zubiena: " Il demoniaco nell'arte"

Non sempre l’arte ha rappresentato il bello, il sublime, l’estatico, ciò che affina i sensi, appaga gli animi e richiama sentimenti positivi; molto spesso, e nonsoltanto durante il Medioevo, ha rappresentato l’orrido, il mostruoso, il deplorevole, scene infermali, incestuose, sataniche! Il bene e il male si sono intrecciati nelle immagini sacre dal XIV al XVII secolo, mostrando quanto la teologia sia stata preponderante nell’esecuzione delle maggiori opere di artisti come Hieronimus Bosch e Pieter Bruegel il vecchio, Lucas Cranach, Albrecht Dürer. La ricerca di una grazia, di una risposta squisitamente filosofica per l’interpretazione di molti dei capolavori dell’arte nordica è la chiave di lettura proposta da Enrico Castelli nel suo intenso e affascinante testo," Il demoniaco nell’arte".I prodotti della pittura ci stanno avanti come se vivessero; ma se li interroghi, tengono un maestoso silenzio”, scriveva Platone nel Fedro, filosofo certamente noto al nostro autore, il quale fa partire proprio da qui la sua disamina dell’arte sacra, fornendo un'interpretazione squisitamente filosofica della coesistenza dei limiti e delle potenzialità del bene e del male nell’arte fiamminga. Già nei primi anni ’40 del secolo scorso Castelli aveva affrontato il problema di un' interpretazione teologica-antropologica dell’arte, ne Il Demoniaco nell’arte accompagna queste riflessioni con acuti commenti a svariate raffigurazioni pittoriche, finalizzando la sua ricerca al mostrare quanto alcuni artisti, nei loro contesti culturali, abbiamo assunto il ruolo

 
di teologi. Così, mentre nell’Italia rinascimentale si consumavano gli albori di una concezione puramente idealista, i popoli fiamminghi mostravano il loro volto più oscuro, la loro inquietudine e un malessere sociale e individuale in forme pittoriche sempre più intrise del gusto dell’orrido: da Bosch a Bruegel, da Cranach a Patinir, da Huys a Dürer, tutti questi maestri hanno doviziosamente illustrato i tenebrosi meandri del demoniaco, della cabala, dell’alchimia. "Essi hanno evidenziato – spiega Castelli – gli effetti della teologia mistica tra il XIV e il XV secolo, utilizzando la rappresentazione del demoniaco come cartina tornasole per tracciare la via della salvezza, unica e incontestabile speranza per l’individuo. Ecco perché le grandi letterature sulle predicazioni di beato Enrico Suso emergano ricorsivamente nella produzione pittorica di Bosch, dove il falso paradisiaco e il deforme raggiungo l’acme in un horror vacui che tende alla subdola fascinazione, al tremendum, allo sdoppiato, ovvero tutte accezioni prettamente filosofiche per definire il male, ovvero “ciò che per sua natura è orribilmente indefinito e indefinibile. Poiché il diabolico appare caratterizzato da una terrificante metamorfosi che lo incarna perennemente in una forma o nell’altra”. Ecco, dunque, come Castelli spiega la massiccia presenza della raffigurazione fantastica, da intendere come un reale connotato da uno smaccato senso comico. Per questo nei disegno di Bruegel il Vecchio compaiono visioni oniriche di un affollatissimo universo zoomorfo: topi volanti, pesci alati, uccelli- rospi, uomini-arpie, pesci-torri popolano banchetti pantagruelici i cui cibi sono gli stessi astanti, scene solo apparentemente bucoliche, ambientate in paesaggi fantastici in cui gli alberi e i frutti hanno mani e gambe! “I demoni che sferrano la loro offensiva” – continua Castelli– “ nel loro non essere natura, generano il fantastico a oltranza, manifestandosi in queste forme che spesso non mancano di suscitare ilarità. Ma l’aspetto comico si limita ai dettagli: infatti, il senso complessivo delle composizioni è dominato da un valore tragico, poiché è chiara l’allusione allo sconcertante e incessante assalto dei demoni all’uomo.”
Un'a umanità costantemente percorsa da uno strazio per la mancanza di una fuga, in un perenne doloroso confronto con le creature che si celano, che sfruttano l’inganno visivo per innescare il meccanismo, tutto umano, scaturito dal desiderio di sapere, proprio quello che porta al più infido peccato: “Tu non pensavi ch’io loco fossi”, dirà il Satana di Dante (Inferno, XXVII 123). Da questo turbinio distruttore la tentazione (viene citata molto di sovente l’iconografia di Sant’Antonio, il quale non cede al demoniaco perché attraverso la preghiera partecipa al divino) è vinta dalla grazia divina: il demoniaco è la più accattivante lusinga, vinta solo dalla fede, l’imperturbabile preghiera del fedele che dimostra quanto la non-reazione allontani dal male. Il motivo teologico proposto da Castelli nelle tre sezioni del suo testo, arriva al suo apice in questo assunto: il demoniaco, raffigurato nell’arte è tutto ciò che è snaturato, è opposizione alla natura che può essere ricordata solo attraverso la grazia, intesa nella prospettiva cattolica non riformata; l’attività spirituale è dunque l’unica dimensione salvifica che permette di non soccombere alle seduzioni demoniache.
Il demoniaco nell’arte è un testo indubbiamente complesso, che affonda le proprie radici nella capillare conoscenza teologica e filosofica, ma non per questo non apprezzabile dal pubblico; l’intensa riflessione sul tema, infatti, porta Enrico Castelli alla pubblicazione di un saggio denso, pieno di note storico-artistiche, che certamente sapranno attrarre l’attenzione dei cultori della materia, ma anche degli amanti dell'arte e non solo!


Titolo: Il demoniaco nell'arte
Autore: Enrico Castelli
Editore:Bollati Boringhieri
Prezzo: 30,00





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