Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VI - n.23 - Gennaio-marzo 2010
NOTIZIE ed EVENTI  

LE MOSTRE
di Artemisia

Edward Hopper  a Roma - Arte in diretta di Fabiana Mendia - Omaggio a Raffaele Luigi Leone - Gaetano Zampogna - G. Panciera a Vicenza - Frida Kahlo a Bruxelles


in Italia


Edward Hopper a Roma



A Roma, presso la Fondazione Roma-Museo già Museo del Corso, si inaugura il 16 febbraio 2010 la mostra Edward Hopper, seconda tappa dopo il successo a Milano della prima grande esposizione italiana dedicata al pittore americano, morto nel 1967. L'artista, nato nel 1882 a Nyack, una piccola cittadina nello Stato di New York, studia per un breve periodo illustrazione e poi pittura alla New York School of Art con grandi maestri. Visita l' Europa tre volte (dal 1906 al 1907, nel 1909 e nel 1910), ma è Parigi la città che lascerà maggiore impronta nella sua formazione artistica, alimentando quel sentimento francofilo che non lo avrebbe mai abbandonato, anche dopo essersi stabilito definitivamente a New York, dal 1913.
La sua pittura è riconoscibile per uno stilema che fonde un gusto realistico con un'atmosfera quasi “metafisica” di silenzio e di attesa. Se a prima vista le immagini di Hopper, i suoi caffè, gli interni domestici, i personaggi ripresi nelle loro stanze, sono molto simili alla quotidianità della middle class americana degli anni '50 e '60, i suoi dipinti sono in realtà un'indagine calcolata che riflette sul tempo della vita, sui frammenti della realtà sconosciuti e misteriosi, mai banali. Le scene dipinte da Hopper sono predisposte come se una macchina da presa stesse riprendendo le inquadrature in momenti qualsiasi di vite qualsiasi, ma l'effetto è pur sempre quello di un alone di poesia che circonda persone e cose, anche se il primo approccio con le sue opere può creare una sensazione di freddezza e di estraneamento. Il silenzio domina, ma esso parla attraverso le immagini, ritratte con particolare cura, immobili e lontane, che ci fanno scoprire un'America di gente comune, di vite solitarie, dove nessuno è protagonista della propria esistenza, dove l'anonimato prende il sopravvento, ma tutto ciò che è ordinario diviene quasi per incanto oggetto di una poesia melanconica.
Alto un metro e novanta, nonostante la forte presenza fisica, Hopper scriveva o parlava pochissimo del suo lavoro;scomparso all'età di






Second story sunlight (Secondo piano al sole), 1960 olio su tela. Whitney Museum of American Art di New York, acquisizione grazie ai fondi dei Friends of the Whitney Museum of American Art (copyright). Foto Steven Sloman




Morning sun (Sole del mattino), 1952 olio su tela. Columbus Museum of Art, Ohio; acquisizione dal Howald Fund.
ottantaquattro anni, la sua arte ha goduto della stima della critica e del pubblico nel corso di tutta la carriera, nonostante il successo dei più noti e sensazionali movimenti d'avanguardia. Nel 1948 la rivista “Look” lo nomina uno dei migliori pittori americani; nel 1950 il Whitney Museum organizza un'importante retrospettiva e nel 1956 il “Time” gli dedica la copertina. Nel 1967, anno della morte, l'opera di Hopper rappresenta gli Stati Uniti alla prestigiosa Bienal di São Paulo!
La mostra romana, a cura di Carter Foster, conservatore del Whitney Museum of American Art di New york, che ha concesso per l'occasione il nucleo più consistente di opere, è suddivisa in sette sezioni, che seguono un ordine tematico e cronologico, ripercorrendo tutta la produzione di Hopper, dalla formazione accademica agli anni parigini, fino al periodo “classico” e più noto degli anni ‘30, ‘40 e '50, per concludere con i grandi dipinti immagini degli ultimi anni.



Soir bleu, 1914 olio su tela. Whitney Museum of American Art. New York; lascito Josephine N.Hopper.
© Heir of Josephine N. Hopper, licensed by the Whitney Museum of American Art. Foto Jerry Thompson (copyright)

Oltre ai disegni preparatori, ed eccezionalmente anche uno dei suoi Record books, i taccuini che riempiva insieme alla moglie Jo, sua unica modella per tutta la vita, in mostra molti dei capolavori famosi nel mondo: Cape Cod Sunset (‘34), Second Story Sunlight (1960) e A women in the Sun ('61). Nelle sale dedicate a “L'erotismo di Hopper” la mostra riunisce alcune delle più significative immagini di donne in stati contemplativi, nude o semi svestite, da sole e in interni, che illustrano al meglio la poetica dell'artista e l'abilità nel rivelare la bellezza nei soggetti più comuni, usando quel “taglio cinematografico”, molto apprezzato dalla critica.

La mostra si concluderà il 13 giugno 2010, per terminare il suo viaggio a Losanna, presso la Fondazione Hermitage, il 17 ottobre 2010.

Edward Hopper, Fondazione Roma Museo, Roma, dal 16 febbraio al 13 giugno 2010.







Conferenze / lezioni / letture /
concerti Jazz: da non perdere!

In occasione della grande mostra “Edward Hopper e il suo tempo ”, la Fondazione Roma propone un ricco programma di iniziative collaterali, ad iniziare da mercoled’ 10 marzo 2010, alle ore 18,00.

Fabiana Mendia , giornalista e critica d'arte che dal 2007 ha avviato il progetto “ Arte in Diretta ”, un ciclo di incontri abbinati alle mostre nei principali musei italiani, terrà due lezioni nella sala conferenze della Fondazione Roma.
La prima lezione, il 10 marzo, in cui verranno proiettate immagini di opere di Hopper (1882/1967) e proposti approfondimenti con lettura di brani letterari, poesie e testi critici, interpretati dall'attore Antonio Merone, indagherà il realismo del pittore americano: luoghi  e non luoghi descritti senza dettagli, laddove la luce delinea le forme e trattiene per un istante l'identità di anonimi personaggi. La lezione si concluderà con due imperdibili proiezioni: un filmato storico su Hopper, un'intervista all'artista e commenti di critici e di artisti contemporanei e un documentario sull'arte americana , intitolato Dal Realismo "premuroso" di Hopper all'Astrattismo. 

La seconda lezione, il 31 marzo alle ore 18,00 si occuperà della REALTA’ URBANA NELLA PITTURA AMERICANA 1940-1967. Oltre a filmati e lettura di testi e poesie di Chandler, Anedda, Frost, recitati da Antonio Merone, Fabiana Mendia indagherà gli aspetti quotidiani della vita americana, dei paesaggi newyorkesi attraverso la tensione, l’ansia e il mistero delle tele di Hopper; commenterà lo scontro tra natura e civiltà negli scenari interrotti e mutilati dell’artista, illuminati da luci colorate al neon provenienti dalle grandi vetrate di uffici e bar. Così scrive Fabiana Mendia sul quotidiano Il Messaggero: “Una tensione costante, un invito a costruire una narrazione da ciascun dipinto attraverso l’uso reiterato di figure geometriche nette, perfettamente tridimensionali, che acquistano monumentalità grazie all’intervento della luce e delle







The Sheridan Theatre (Il Cinema Sheridan) 1937, The Newark Museum, Newark, New Jersey.
Lascito del fondo Felix Fuld, 1940




A Woman in the Sun (Una donna nel sole) 1961, © Whitney Museum of American Art, New York; donazione per il 50° anniversario del Mr. and Mrs. Albert Hackett.
Foto: Steven Slomen
ombre, di scorci in cui la morfologia della terra è ben visibile(…). Coppie nottambule in un ristorante all'angolo di due strade del Greenwich Village a New York, vetrine di negozi di città deserte, fuori del tempo, donne nude e seminude che guardano fuori delle finestre di hotel e appartamenti assolati, assorte e turbate, di giorno, all'imbrunire e che di notte, invece, sono inconsapevoli attrici davanti allo sguardo dell'artista che interpreta il ruolo del regista invisibile”. Due appuntamenti, dunque, da non perdere per amanti dell'arte e non: 10 e 31 marzo 2010, presso Museo Fondazione Roma, via del Corso 320. Prenotazione obbligatoria: tel.06/6786209






Omaggio a Raffaele Luigi Leone


A Roma, a Palazzo Margutta, un'antologica rende omaggio
all'artista Raffaele Luigi Leone, definito "sismografo" del suo tempo, con l'esposizione di circa 40 opere che rappresentano un interessante spaccato della sua feconda attività pittorica e scultorea. Curatrice del catalogo e dell'esposizione è Nicolina Bianchi, critico d'arte, editore e direttore del periodico “Segni d'Arte”;l'allestimento è firmato dai galleristi Remo Panacchia e Adriano Chiusuri e dal Maestro Elvino Echeoni, direttore artistico della galleria "Il Mondo dell'Arte. Il ricavato della vendita dei cataloghi verrà interamente devoluto all'Associazione Viva la Vita Onlus, che si occupa dei malati di SLA e altre malattie rare, ed è stata rappresentata il giorno del vernissage da Erminia Manfredi, testimonial e motore dell'Associazione.
In mostra un'ampia raccolta di lavori pittorici realizzati con tecniche diverse e il celebre ciclo de "I caschi", una serie scultorea (i sette vizi capitali a cui l'artista aggiunge un ottavo: la tossicomania) in diversificati marmi pregiati, di colore e provenienza diverse, che rappresenta il trasferimento su materia dell'attenta analisi sociale dell'artista. I pezzi in mostra saranno successivamente acquisiti dai Beni Museali ed esposti in permanenza presso il Complesso Monumentale del San Giovanni a Catanzaro.
Raffaele Luigi Leone (1950/2009), calabrese di nascita e toscano d'adozione, inizia da bambino a sperimentare il disegno, dimostrando fin da subito una capacità innata. Nel 1978 consegue la laurea in Medicina e Chirurgia e si iscrive al corso di Specializzazione in Oftalmologia. L'anno successivo viene nominato ricercatore presso la Cattedra di Clinica Oculistica dell'Università di Siena; gli impegni professionali, tuttavia, non lo allontanano dal fuoco sacro dell'arte. Dal 1983 inizia a recarsi sempre più spesso a Roma, dove conosce artisti come Luigi Montanarini e Renato Guttuso, nella splendida cornice di via Margutta, Schifano, Messina e Angeli. Accanto ai riconoscimenti legati all'attività artistica arrivano anche quelli legati alla professione di medico: nel 1998 - a conclusione di un progetto di ricerca riguardo la prevenzione e la cura di un diffuso problema oftalmologico, il Tracoma - il Capo dello Stato gli conferisce l'onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana per" Attività meritevoli nel campo medico". Del 2002 è l'incontro con Nicolina Bianchi, che, apprezzando le sue opere, lo inciterà ad un importante progetto per una mostra nella Capitale. L'anno successivo gli viene assegnato il Premio “Segni d'Arte”, ambito riconoscimento.
Scompare a Pisa nel 2009 in seguito a grave malattia.
Di lui ha scritto Gabriele Simongini: "Il motivo del casco, che fa di chi lo indossa una sorta, nel bene e nel male, di guerriero metropolitano contemporaneo,(...) è una maschera, un travestimento invisibile dietro cui coprire il viso per nascondere la propria identità o per simularne un'altra". (...) Unendo le varie colorazioni dei marmi ad una sempre diversa apertura della visiera, fino alla completa chiusura, Leone ha sorprendentemente rovesciato l'inespressività del casco trasformandolo da maschera in "anima" che manifesta debolezze e sentimenti malati. Sono vizi così forti da trasudare idealmente attraverso il casco, rendendolo tragicamente espressivo e non di rado trasformandolo quasi in una grande bocca spalancata per urlare.(...)Per molti aspetti, i caschi di Raffaele Leone sono icone dure, efficaci e quasi pop che pietrificano quel senso d'angoscia e di drammatico annullamento del sé‚ più profondo ed autentico in cui oggi sprofondano sempre più vite.( dal catalogo della mostra)
"Colori e idee, forme e segni, tratti di una realtà tradotta da suggestioni e parole - recita Nicolina Bianchi -; tutto racchiuso nei segreti dell'anima che si leggono come messaggio di una propria concezione pittorica nelle opere di Leone. (…)Il mondo di Raffaele è tutto lì, in quel segno sottile e intrigato come i capelli delle sue Moire, o delle sue Meduse, in quel diario di sguardi che raccontano il volto dei suoi affetti più cari, in quell'impeto dei giocatori di rugby, dove il colore sgomita per trovare i suoi spazi in un immenso impaginato d'aria.(…)La sabbia che ha il colore dei suoi gialli, il giallo dei panneggi negli abiti della stella Elisa, il giallo dei grandi ombrelloni dipinti a tutto campo sullo sfondo di un cielo di nubi, il giallo sulle meste trasparenze di un Cristo velato, o nelle forme dei suoi caschi, dove il lucido marmo di Siena ci appare nell' effetto visivo come in un magico turgore di luce. Ma è poi la “crisalide” che raccoglie tutta la ricchezza vitale del suo inconscio, una ricchezza che si libera dall'immaginario "bozzolo" di idee, di istanze sentimentali, di desideri e aspirazioni, di memorie d'infanzia.(…)Figure come larve, appena abbozzate, crisalidi pronte a muoversi nell'aria, a librarsi in una surreale materia azzurra che a tratti si addensa e si diluisce nelle luci dell'oro. Un colore che vuole spesso sostituirsi al vero, che ridisegna la forma con una libera e personale inflessione di linguaggio espressivo. Un colore che si sgretola, si lacera, oscilla, si frantuma. E queste forme spezzate, queste linee che si interrompono nella continuità del disegno ma che danno nel contempo la sensazione di voler essere








R. L. Leone: Gli ombrelloni, 1992, olio su tela





Inaugurazione: da destra sorella dell'artista Silvana, Nicolina Bianchi, curatrice della mostra, Erminia Manfredi, testimonial dell'Ass. Viva la vita onlus, Elvino Echeoni direttore artistico della Galleria





Il volo della crisalide, 1998, olio, oro e collage






Tossicamania - VIII vizio capitale, 2006,
marmo giallo di Siena e calotta marmo nero

ricomposte da immaginarie suture, interpretano il desiderio dell'artista di nascondersi ma anche di farsi riconoscere. In quest'opera, che precorre la successiva evoluzione formale dei caschi, Raffaele, chissà se volutamente, ha dipinto il suo autoritratto. Ha dipinto il suo volto, nascosto nello sguardo dietro grandi occhiali verdi e una calotta dorata, attore di una commedia, quella più intima e familiare, più vissuta e sofferta, quella di un sogno che richiama alla mente la visione "velata" di “les amants” di Magritte. Quel volo che la crisalide spicca quasi in uno spazio d'eterno è la sua voglia di levarsi in alto, ma soprattutto la sua voglia di costruire... e riscrivere a colori sulla tela i caratteri di forza e libertà, e di rappresentare come narrano i suoi versi, ciò che "al mio occhio concesso viene di oltrepassare il limitare di ciò che all'uomo conviene..." (Nicolina Bianchi)

Le foto sono di Massimo Paradiso Studio Photo CSI .

“Raffaele Luigi Leone”, Galleria Il Mondo dell'Arte, "Palazzo Margutta", Roma.
Fino al 20 marzo 2010.
Catalogo- monografia “Segni d’arte”, a cura di Nicolina Bianchi
Info: paola_pacchiani@yahoo.it






Gaetano Zampogna: 15 Ritratti 15 poeti


A Roma, presso la borrominiana Biblioteca Vallicelliana, si sta svolgendo la mostra “ 15 Ritratti 15 poeti”, un ciclo di opere recenti di Gaetano Zampogna, uno dei fondatori nel 1989 del gruppo Artmedia, artista che dal 1994 lavora al recupero di una pittura di tessuto figurativo contaminata dalle mitologie mediatiche del nostro tempo.
Si tratta di 15 grandi volti di poeti contemporanei ( N. Balestrini, D. Di Stasi, E. Fiore, G. Fontana, G. Godi, M. Grasso, M. Lunetta, E. Pagliarani, M. Palladini, G. Perretta, L. Pignotti, V. Riviello, B. Sebaste, S. Ventroni, S. Zuccaro) che Zampogna ha ritratto ponendo la compiutezza “fotografica” dei modelli all'interno dello schema iconografico del Gratta e vinci , uno dei “giochi a perdere” del nostro tempo. I poeti formano una teoria di fantasmi come fossero postumi in un monocromatico Spoon River italiano, corredato da epitaffi banali sotto forma di proverbi mal formulati; “Il non hai vinto” , scritto in basso, da formula del gioco si trasforma in una sorta di destino ineluttabile.
“Questi volti – afferma il poeta Gabriele Perretta negli scritti contenuti nel bellissimo catalogo della mostra- non stanno per qualc'altro o per qualcosa d'altro. Nelle accuratissime esplorazioni, e introspezioni, del volto del po­ eta Zampogna, è venuto tracciando un ritratto che pensa l'identità del personaggio in un attimo impercettibile, senza alcuna scomposi­zione; rappresentati per espressivi, totalizzanti "unità" di tedio e d'inquietudine. Simmetrica­ mente, il volto di Pagliarani e di Riviello dia­logano, per la loro discorsività, sono segmenti rivelatori, colti al ralenti ora ammarando su un taglio, ora sostando su un tratto dello zigomo o del naso, ora immergendosi in un tratteggio del momento lirico o concettuale.(…)”
Lo stesso Zampogna spiega le proprie intenzioni pittoriche all'interno del catalogo, intitolato “ Realtà Reale & Realtà Mediale ”: « è nei segni del volto, nelle impronte, nelle tacche, nella postura che tento di ritrovare un umo­re, una smorfia sottile, un vezzo impercettibile che fa apparire quasi tutto così com'è, ed è lì che forse più si sente l'assurdità di collegar­si a tutto ciò che hanno scritto e fatto. Quasi sempre nel sembiante non si trova che il sem­blance, una spina dorsale, una griglia fisiogno­mica che custodisce il segreto di una vita e di un'opera”.
“Nel caso di questo compte ren­du du poètes - continua Gabriele Perretta nella esaustiva recensione - Zampogna sostituisce alla massiccia utilizzazione dei grandi volti anonimi riprodotti dalle copertine delle più importanti riviste internazionali le visage des poètes, consegnandoli all'atmosfera, all'etere del "Gratta e Vinci". Qui, infatti, il gioco d'azzardo si intravede solo attraverso il supporto verbale. Le frasi che appaiono non sono delle frasi poetiche tratte dalla poesia dell'autore di turno, ma degli slogan che tendono a contestualizzare le "visage" del gioco tecnologico. Forse è il modo di lavorare di Gaetano Zampogna, un percorso che fissa su superfici simili ma diverse, un sempre più completo tratto dell'altro, l'idea di un volto, fino alla versione definitiva che blocca l'immediatezza con una distanza e una scrupolosità nuova che si riverbera nella somiglianza dell'autore”.
Dopo un'attenta disamina del lavoro dell'artista calabrese, confrontato anche con le tematiche precedentemente trattate, Perretta conclude la sua lucida analisi dell'opera recente con queste affermazioni “ È come se Zampogna scavasse nella parte più interna di se stesso, nel proprio percorso d'artista e insieme nella propria memoria di lettore, alla ricerca di una essenzialità descrittiva, che sia anche verità culturale. I suoi ritratti nascono così, dopo un lungo lavoro, che spesso non si intuisce dietro quella apparente facilità di disegno che invece è solo il punto d'arrivo di un lungo e travagliato fermento. Poi naturalmente c'è la capacità di sintetizzare in una "forza flessa" o in una "movenza consapevole" tutto un mondo. Non solo un'attrazione per gli occhi e l'intelligenza (distanza interpretativa), bensì uno strumento prezioso per entrare nella bottega dell'artista, per capire come l'occhio scaltro, del fotografo e poi del disegnatore, si avvicina per approssimazioni successive e per continui «rifacimenti», a fissare i caratteri distintivi di un artista. Per concludere, nessuna correzione, piuttosto una continua sfida, che - per cambiare in meglio - «obbliga» la propria mano a misurarsi con quello che ha già formato: essere dopo essere, segno dopo segno e divenire dopo divenire”.

Il 4 e 5 marzo dalle ore 10,00 alle ore 12,00, Gabriele Perretta, partendo dall’opera di Zampogna, terrà il seminario “Ritratto in – default”.

Gaetano Zampogna: “Quindici Ritratti quindici poeti”, Biblioteca Vallicelliana, Roma. Fino al 5 marzo 2010
www.gaetanozampogna.com
www.vallicelliana.it
www.michelangelozampogna.info










Ritratto di E. Pagliarani,
inchiostro serigrafico e acrilico su tela, 2009







Ritratto di V. Riviello,
inchiostro serigrafico e acrilico su tela, 2009







Ritratto di M. Lunetta,
inchiostro serigrafico e acrilico su tela, 2009




Sculture e disegni di Gastone Panciera



A Monticello Conte Otto (Vicenza), nella Galleria Sante Moretto “Arte contemporanea”, si sta svolgendo la mostra “ Gastone Panciera. La vita delle forme tra sentimento e immaginazione”, che espone sculture e disegni dell'artista vicentino, legato al movimento di “Corrente” e all'ambiente più rappresentativo della cultura del ‘900, da Sassu a Marini, da Quasimodo a Gatto.
“ Più passa il tempo da che è scomparso nel '91 a ottantatre anni e più le sculture e la creazioni pitto­riche di Gastone Panciera sono ambite da collezionisti, fondazioni e musei che ne diffondono la conoscenza avvalorando l'importanza della sua posizione nel panorama storico internazionale, già effettivamente riconosciuta essendo ancora in vita”. Così recita Marica Rossi, curatrice della mostra, nel catalogo dedicato all'artista “ in perpetua e tormentata ricerca, dal naturalismo di partenza fino alle esperienze neocubiste e surrealiste approdate ad un arcaismo soffuso di ieratiche posture orientali”. (…) Eleganza, drammaticità e capacità di sintesi costitutivi della sua peculiare creatività di incarnare sen­timenti e immaginazione), han fatto sì che egli connotasse il suo modo di fare arte di quel rigore che lo distinse fin da ragazzo. Infatti, invitato già mentre era allievo alle Accademie di Belle Arti di Venezia e di Milano ad esporre in rassegne nazionali e internazionali, felice premessa alla partecipazione in età matura alle Biennali di Venezia, alle Quadriennali di Roma e alla Triennale di Milano, fu stimato per la fedeltà a quella sua musa severa anche in qualità di insegnante all'Accademia Albertina di Torino e all'Accademia di Brera a Milano. Nella diversità dei periodi, dei materiali e dei generi cui si volse negli anni, fu certo elemento unifi­cante il suo temperamento sensibile, vivo di umori e di quelle scontrose insorgenze mai comunque lesive della raffinata levità delle sue immagini. Una vitalità sofferta ma produttiva grazie alla fre­schezza e molteplicità della sua ispirazione”. (…)
Nella scultura Panciera ha utilizzato materiali diversi, dal legno alla pietra, dalla terracotta al marmo e al bronzo. “Ecco allora i bronzi dalle figurette esili ma di palpitante erotismo- continua la Rossi - i legni eloquenti nella loro icastica espressività e le terrecotte dalle morbide linee e i caldi cromatismi in simbiosi con le luci dell'ambien­te che le accoglie. Sono loro a segnare il passaggio tra l'arte del modellare e la pittura, specie i disegni cui l'artista tanto si dedicò soprattutto nella seconda metà del secolo scorso. Disegni da godere come opere finite, contrariamente, trattandosi di uno scultore, all'idea tradizionale del disegno pre­paratorio dell'opera plastica. Qui si coglie appieno la rinnovata ricchezza del suo linguaggio e l'intima adesione con cui si volse alla figura: sia essa dell'uomo che, per esempio, di un cavallo, resi tutti personaggi dagli inattesi profili affidati alla tensione del segno e a quel rigore compositivo così fondamentale anche nel suo magistra­le modellato” (Marica Rossi).

La mostra, che espone opere datate dagli anni '40 agli anni '70, si concluderà il 14 marzo 2010.

"Gastone Panciera. La vita delle forme tra sentimento e immaginazione”,
Galleria Sante Moretto “Arte contemporanea”,
Monticello Conte Otto (Vicenza).
Fino al 14 marzo 2010











Gastone Panciera: testa, legno, 1978




Gruppo bronzo, 1947 (coll. priv.)



All'estero

en français


Il mondo di Frida Kahlo



A Bruxelles, presso il Palais des Beaux- Arts, si sta svolgendo “Frida Kahlo e il suo mondo”, una mostra che per la prima volta in Belgio presenta al pubblico la più grande collezione privata di opere dell'artista messicana, quella del Museo Dolores Olmedo Patino di Xochimilco in Messico.
Sono esposte 19 tele, un'acquaforte e 6 disegni di un'artista giustamente considerata tra le più intense del XX secolo, protagonista originale del Simbolismo e del Surrealismo, colpita duramente dalla vita da quando un incidente, avvenuto nel 1925, a soli 18 anni, la lascerà paralizzata per sempre. Malgrado le innumerevoli sofferenze, Frida Kahlo fu una donna energica e combattiva, molto orgogliosa, capace di sopperire alle proprie disgrazie con un'arte piena di forza e di pathos. L'amore tumultuoso per il famoso pittore Diego Rivera (che sposò per due volte), i drammi personali e la famiglia sono i temi ricorrenti della sua opera, anche se tutti i suoi dipinti sono immersi sullo sfondo della vita politica della terra messicana, che la pittrice amò moltissimo. La mostra s'inserisce, infatti, nel quadro del Festival del Messico, in coincidenza con il bicentenario della sua indipendenza e del centenario della rivoluzione.
L'enigma Frida Kahlo, con quegli occhi neri e misteriosi che tanto colpirono Picasso, non è facilmente decifrabile. I suoi dipinti sono ricchi di una sensualità esplicita, sono frutto di uno spirito di osservazione singolare, spesso impietoso e crudele; i visi e i personaggi, sempre rivolti verso lo spettatore, come in uno specchio, sembrano idoli aztechi, indifferenti e privi di emozioni, ma spesso circonfusi da un'aria lugubre di morte. Figlia di un immigrato, fotografo professionista da cui imparò il senso della composizione, Frida ha portato nelle sue tele (che ricordano gli ex voto popolari) il racconto dei suoi dolori fisici e delle paure, degli incubi truculenti, delle depressioni, anche del suo narcisismo (ben 55 sono i suoi autoritratti!). Malgrado fosse diventata sempre più dipendente dagli altri per i suoi gravi malanni alla colonna vertebrale, non ha mai smesso di combattere né di dipingere. Le terribili operazioni subite, i suoi innamoramenti, la libera sensualità, il desiderio deluso di maternità si riversano con crudo realismo nei suoi dipinti, resi con energia cromatica e segnica. Ad André Bréton che l'aveva voluta definire grande pittrice surrealista, Frida rispose “ je n'ai jamais peint de rêve (non ho mai dipinto il sogno). Ce que j'ai raprésenté était une réalité” (ciò che ho rappresentato era una realtà).
Nata nel 1907 nel quartiere di Coyoacàn, al sud di Mexico, da madre ispano-indiana e da padre tedesco, nel 1928 aderì al Partito Comunista e nel '53, quando le amputarono la gamba destra, portando a tragica conclusione la sua lunga infermità, tenne la prima grande mostra. Muore nel '54, a soli 47 anni e sarà sepolta nella Casa Azul, dove era nata, luogo per lei carissimo dove è stato anche edificato un museo in suo ricordo.

“Frida Kahlo e il suo mondo”,
Palais des Beaux- Arts, Bruxelles.
Fino al 18 aprile 2010
www.bozar.be














Frida Kahlo - Autorretrato con changuito
(Self-Portrait with Small Monkey), 1945.
© Collection Museo Dolores Olmedo,
Xochimilco, México -








Frida Kahlo Mi nana y yo (My nurse and I), 1937
© Colección Museo Dolores Olmedo,
Xochimilco, México





Frida Kahlo - El camión (The Bus), 1929 - © Colección Museo Dolores Olmedo, Xochimilco, México



(La riproduzione in capo alla pagina è una copia dell'autoritratto di Artemisia Gentileschi, disegnata dalla restauratrice Francesca Secchi)


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