Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VI - n.25 - Luglio-ottobre 2010
NOTIZIE ed EVENTI  
LE MOSTRE

in Italia: Mucha, modernista e visionario - Morandi. L'essenza del paesaggio - Giammarco. Pietra dopo pietra (di Artemisia)

all'estero: “Principio Potosì”, da Madrid a Berlino a La Paz (di Francesca Secchi)


in Italia




Mucha, modernista e visionario

A Bard, in Valle d'Aosta, negli spazi espositivi di Forte di Bard, si sta svolgendo la bella mostra Alphonse Mucha: modernista e visionario, prima grande esposizione delle opere di Alphonse Mucha in Italia, realizzata in occasione del 150° anniversario della nascita dell'artista ceco (1860-1939), uno dei rappresentanti più significativi dell'Art Nouveau. Il suo stile lo rende fautore di un nuovo linguaggio in cui primeggiano immagini femminili, sensuali e cariche di erotismo; fondamenti dell'arte di Mucha sono l'idealismo, l'amore per la grazia e per la bellezza e il fortissimo attaccamento verso la patria. Sognava, infatti, uno Stato slavo libero dagli Asburgo e soprattutto capace di risorgere con le proprie forze, recuperando la sua identità culturale. E' il Mucha visionario che realizza il capolavoro della sua carriera: “L'Epopea Slava”, venti tele che l'artista realizzò tra il 1911 e il 1928, convinto che l'universalità e il potere dell'arte di ispirare grandi valori, quali libertà e solidarietà, potessero davvero parlare al cuore delle persone.
Il percorso espositivo si snoda in tre parti per esaminare Mucha padre della grafica, Mucha filosofo e artista visionario. Più di duecento opere della collezione della Fondazione Mucha, oltre ad una quarantina provenienti da collezioni private, mostrano il lavoro e il genio creativo dell'artista: manifesti, libri, disegni, sculture, oli e acquerelli, oltre a fotografie, gioielli e opere decorative, che denotano la poliedricità della sua personalità.
Queste le diverse sezioni della mostra:
1. Sarah Berhardt & Il Mondo del Teatro
La mostra si apre con l'incontro di Mucha con Sarah Bernhardt, la “Divina” del teatro francese, e con l'analisi degli esiti che questo incontro ha avuto sulla sua carriera e sulla sua arte, con particolare riferimento alla componente teatrale e alla creazione dello “Stile Mucha”'.
La sezione propone i manifesti che Mucha aveva disegnato per Sarah Bernhardt, tra cui Gismonda (1884), Lorenzaccio (1896) e Medée (1898), con l'intento di dimostrare il suo interesse di lunga data per il teatro, con gli esempi del suo lavoro in America, e includerà anche i disegni realizzati per i murali del Teatro Germanico di New York (1908).
2. Lo Stile Mucha: l'arte della pubblicità
Dopo il successo ottenuto con il manifesto per Gismonda , Mucha diventa uno dei talenti più ricercati da editori, tipografi, produttori e promotori d'arte. Nel 1896 la più importante società di stampa del tempo, Champenois, inizia a stampare i suoi manifesti e Mucha viene invitato ad unirsi






Mucha: poster per "Les amants"




Modella con un ramoscello che posa nello studio di Mucha
al Salon des Cent, un gruppo di artisti simbolisti. In quello stesso anno disegna il manifesto Job per la pubblicità di una cartina per sigarette, che diventa presto l'immagine-simbolo della “donna di Mucha”. Viene esposto anche Savon Mucha (1906), un paravento in miniatura che pubblicizza la produzione di saponi di un'azienda americana: uno dei primissimi esempi dell'utilizzo di una celebrità (Mucha, in questo caso) per la promozione di un marchio.
3. Lo Stile Mucha: la bellezza per il pubblico più ampio
Dopo il successo delle mostre parigine del 1897, Mucha inizia a stampare pannelli decorativi senza testi pubblicitari, con soggetti ispirati al mondo della natura che si propongono come una forma d'arte nuova e accessibile, con cui gli amanti dell'arte decorano le loro case. Sul finire del XIX secolo il nome di Mucha era ormai conosciuto a livello internazionale, in concomitanza con la diffusione del movimento dell'Art Nouveau.
4. Lo Stile Mucha: un linguaggio visivo
Mucha riteneva che fare arte significasse celebrare la Bellezza, che si può creare con l'armonia di forma e contenuto. In questo periodo le affascinanti figure femminili ritratte nello ‘ stile Mucha ' diventano veicoli per esprimere il suo pensiero spirituale e politico.
5 . Parigi 1900
Due eventi contribuiscono allo sviluppo della carriera di Mucha: la sua partecipazione all'Esposizione Universale di Parigi del 1900 e la collaborazione con il gioielliere parigino Georges Fouquet. Mucha viene coinvolto nell'Esposizione non solo come artista, ma anche come designer per progetti di altissimo prestigio: suoi sono gli studi per la sala espositiva di Houbigant, una delle profumerie più antiche del mondo, così come la decorazione del Padiglione della Bosnia-Herzegovina per l'Impero Austro-Ungarico. E' attraverso la collaborazione con Georges Fouquet che egli mostra la sua abilità nella ricerca di una forma d'arte “totale”:i disegni di gioielli che l'artista ceco realizza individuano nuove forme e sono da considerarsi veri e propri capolavori.
6. Contemplando il mondo spirituale
Alla fine del XIX secolo Mucha fu sempre più attratto dal Misticismo e da una ricerca della dimensione spirituale del mondo. Le opere di questo ultimo periodo mostrano i disegni a pastello, che esprimono la risposta emozionale dell'artista al lato oscuro della natura umana e al mondo metafisico, mentre le immagini delle donne divengono creature misteriose o forze soprannaturali.
7. L'epoca slava: una visione per l'umanità
L'ultima sezione della mostra mette in risalto il capolavoro: The Slav Epic (1911-28), le venti tele che rappresentano la storia del popolo slavo.
L'esposizione, promossa dall'Associazione Forte di Bard in collaborazione con la Fondazione Mucha, è a cura di Tomoko Sato, studiosa ufficiale della collezione per la Fondazione Mucha.


The Arts study for Poetry


“Alphonse Mucha: modernista e visionario”.
Forte di Bard. Valle d'Aosta.
Fino al 21 novembre 2010
info@fortedibard.it
matilde.meucci@spaini.it




Morandi. L'essenza del paesaggio


Ad Alba (CN), presso La Fondazione Ferrero, sarà inaugurata il 16 ottobre 2010 la mostra "Morandi. L'essenza del paesaggio", curata da Maria Cristina Bandera, che ha selezionato 70 opere, oli e acquarelli, di indiscussa qualità, individuate anche a partire dai destinatari cui lo stesso pittore le aveva riservate, in particolare i suoi interpreti critici – Cesare Brandi, Cesare Gnudi, Roberto Longhi, Luigi Magnani, Carlo Ludovico Ragghianti, Lamberto Vitali – e i suoi più importanti collezionisti.
Proprio per ricreare i fili di committenze famose e di amicizie altrettanto importanti, la rassegna si amplia ad un' ulteriore selezione di opere appartenute agli artisti contemporanei che per primi compresero la grandezza del pittore bolognese, ed a tele ammirate da letterati, come Giorgio Bassani, che dedicò una poesia a un Paesaggio di Morandi, poi scelto per la copertina delle sue Storie ferraresi (riproposto a latere).
Il tema centrale della mostra è dunque il paesaggio, un importante aspetto della pittura di Morandi che dà vita ad un'esposizione inedita nel suo genere e ad un catalogo caratterizzato da rigorosa scientificità.
La mostra inizia con un primo strepitoso nucleo di opere degli anni dieci, oli rarissimi e mai sino ad oggi riuniti in numero così elevato, paesaggi connotati da esperienze formative, ad iniziare dal rigore geometrico di Cézanne, che sfociano in quelli successivi degli anni venti, dove l'esperienza cezanniana si somma a una sintesi derivata dalla conoscenza dell'arte del ‘400, soprattutto di Piero della Francesca, meditato sulla monografia di Roberto Longhi del 1927. E, a seguire, quelli degli anni trenta in cui Morandi raggiunge una grandezza autonoma e risultati altissimi.
Una sezione ricca è quella successiva, dedicata ai paesaggi severi e spogli di naturalismo, realizzati negli anni della guerra quando, isolato a Grizzana, Morandi tornò ripetutamente su questo tema, raggiungendo uno dei vertici della sua pittura, anzi, secondo Roberto Longhi «il culmine […] forse il più alto da lui raggiunto».
Infine, per ripercorrere l'intero svolgimento dell'attività dell'artista, sono previsti i “cortili di via Fondazza” degli anni cinquanta e, nuovamente, i paesaggi di Grizzana degli ultimi anni, pervasi da un'inquietudine moderna, caratterizzati da una scarna essenzialità e dal rarefarsi della pittura, quando ormai il confine tra paesaggio e natura morta si fa labile, così da poter prevedere di accostare almeno un'opera di questo genere.
Conosciuto soprattutto per la magia metafisica delle sue nature morte di bottiglie o di fiori, reiterate con colori polverosi e tenui, Giorgio Morandi dedicò al paesaggio gran parte della sua attività pittorica, trasfondendo in quei lirici, assolati e muti scenari di case e di natura, privi di presenze umane, luoghi famigliari da lui amati nonché la sua malinconia esistenziale e la poesia struggente del suo mondo pittorico.

“Morandi. L’essenza del paesaggio”. Fondazione Ferrero, Alba (CN).
Dal 16 ottobre 2010 al 16 gennaio 2011 info:www.studioesseci.net
itinera@piemonteitinera.net







G. Morandi: Paesaggio, 1935-36, olio su tela.
Museo Morandi, Bologna




Paesaggio, 1943, olio su tela. Museo Morandi, Bologna




Paesaggio, 1962, olio su tela. Museo Morandi, Bologna




Nino Giammarco.
“Pietra dopo pietra. Tra immanenza e divino”


A Roma, nello Studio Abate, situato nel quartiere di S. Lorenzo, sono esposte le migliori opere realizzate con la tecnica del mosaico dal noto artista Nino Giammarco, di cui le nostre rubriche si sono spesso occupate in occasioni di grandi mostre.
“Pietra dopo pietra. Tra immanenza e divino” è il titolo che Claudio Abate ha scelto per presentare la rassegna d’arte che s’inaugura il 16 settembre 2010 nell’ormai celebre spazio espositivo sottostante al suo studio fotografico. Nino Giammarco, artista presente da molto tempo tra i maestri dell’arte contemporanea, esperto di tutte le tecniche grafiche, pittoriche e scultoree, propone al pubblico una selezione di sue opere, esattamente ventisette, realizzate con l’antica e ormai inconsueta tecnica del mosaico. Marmo e pasta di vetro sono i materiali utilizzati in tessere minuscole che ricomposte con ordine, pazienza e occhio esperto, riescono a rendere tangibile la profonda esperienza spirituale di Giammarco, attraverso la magia cromatica e il dinamismo delle forme e delle linee. Le “Metamorfosi” di Ovidio, i suoi Angeli ribelli, la rivisitazione dei miti greci sono i soggetti consueti dei lavori di Giammarco, che prendono spunto dalla cultura








Nino Giammarco, locandina. "Pietra dopo pietra"
classica, ma ne reinterpretano il messaggio alla luce dei mutamenti della società moderna.
La mostra è un viaggio in una foresta di simboli dalla straordinaria forza evocativa e si snoda lungo un binario semantico dove le visioni dell'Artista - come scrive Flavio Alivernini nel testo critico - segnano il confine tra un irrefrenabile slancio verso una condizione trascendente e una passione ardente per l'umana causa, tra la terra e il cielo.


Nino Giammarco: mosaico, Angelo caduto




Mosaico: Medusa


Nino Giammarco. “Pietra dopo pietra. Tra immanenza e divino”, Studio Abate, quartiere di S. Lorenzo, Roma.
Dal 16 settembre al 9 ottobre 2010



All'estero

Versión española


“Principio Potosì”, da Madrid a Berlino a La Paz
di Francesca Secchi

Per la prima volta una così grande quantità di pittura coloniale andina, 22 dipinti per la precisione (12 tele e 10 acquarelli), escono dalla Bolivia per essere esposte nel “Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía” di Madrid durante l'estate 2010, insieme ad opere d'arte contemporanea in una mostra intitolata Principio Potosí.
L'esposizione, che dal 7 ottobre 2010 al 2 gennaio 2011 sarà alla “Haus der Kulturen der Welt” di Berlino e in Bolivia al “Museo Nacional de Arte” e al “Museo Nacional de Etnografía y Folklore” de La Paz da febbraio a maggio 2011, è inclusa in un progetto generale di grande complessità, basato su una nuova idea di modernità, la quale ha origine non nel razionalismo e nell'illustrazione, ma nel processo di espansione e sfruttamento iniziato nel XVI secolo con la scoperta delle ricchezze nei territori coloniali. Una colonizzazione che, secondo gli organizzatori della mostra, ancora non si è conclusa: è impossibile pensare alla società europea moderna ed al suo sistema economico senza il suo passato coloniale ed i crimini ad esso associati, esistenti ancora oggi.













La restauratrice Francesca Secchi, autrice dell'articolo, al lavoro su un'opera della mostra madrilena

L'esposizione cerca di mettere in luce che le condizioni di produzione artistica e la funzione dell'arte attuale di legittimare le nuove élites della globalizzazione hanno connessioni e parallelismi chiari con la funzione ideologica della pittura coloniale.
Per comprendere meglio il filo conduttore della mostra bisogna partire da Potosí, una città boliviana situata a quasi 4.000 metri di altitudine che, secondo quanto si dice, nel XVI secolo era più grande di Londra e Parigi e nei giorni di festa i suoi marciapiedi si coprivano d'argento. La cittadina mineraria è tristemente famosa anche per l'enorme quantità di persone morte a causa del lavoro forzato nelle miniere d'argento, metallo che veniva imbarcato verso Cadice. Questo processo inaugura una dinamica decisiva per lo sviluppo dell'industria europea, della banca, delle compagnie coloniali di commercio, dell'industria agricola così come dell'utilizzazione delle persone come manodopera.



Visione generale della sala espositiva. L’opera coloniale è El Cristo de las cruces (Il Cristo delle croci), olio su tela,
inizio XVIII sec., autore Francisco Moyén. Convento-Museo Santa Teresa, Potosí, Bolivia


Nel viceregno del Perù (attualmente Perù e Bolivia) nacquero le influenti scuole pittoriche di Cuzco e Potosì, che avevano in comune un'iconografia ibrida, ossia la rielaborazione dei motivi religiosi tradizionali con i miti della cultura locale; questo tipo di immagini, come per esempio il Cristo a tre teste, veniva utilizzato da un lato come devozione ufficiale e dall'altro come messaggio di resistenza all'egemonia culturale imposta dalle potenze coloniali.
Agli artisti contemporanei, provenienti da Cina, Germania, Spagna, Russia, Olanda, Argentina e Bolivia, è stato chiesto di scegliere una di queste pitture coloniali come punto di riferimento per realizzare un'opera specifica per la mostra: ecco apparire uno spazio astratto nel quale le opere antiche dialogano con quelle


Santisima Trinidad (Santissima Trinità), anonimo, olio su tela, XVIII sec., Museo Colonial Charcas (Università San Francisco Xavier de Chuquisca, Bolivia)
contemporanee. L'installazione dell'artista boliviana Elvira Espejo, un circolo di fili di lana colorati all'interno del quale è posto il dipinto coloniale della Virgen de Candelaria de Sabaya, richiama il tema dello sfruttamento dei lavoratori della miniera di Potosí e la sostituzione della manodopera locale nella produzione dei tessuti andini con le macchine. La Virgen de Candelaria de Sabaya, secondo una leggenda popolare, appariva dentro le miniere per salvare i minatori dagli incidenti e resuscitava coloro che a causa di questi incidenti erano morti. L'installazione è costituita, inoltre, da tessuti prodotti a mano dalla stessa artista, che è infatti tessitrice, poetessa e narratrice della tradizione orale dei luoghi della sua infanzia. Elvira Espejo si occupa della conservazione delle tecniche tessili tradizionali indigene: milioni di mani sono sostituite dalle macchine e moltissima gente rimane senza impiego, trovandosi costretta a migrare verso la città, con tutta la serie di difficoltà che ciò comporta.


Santiago battallando con los moros (San Giacomo che combatte contro i mori), autore Lucas Valdés, 1690, Museo delle Belle Arti di Cordoba (Spagna)
Del grave problema della migrazione verso la città verte l'installazione cinese del “Museum of Migrant Workers” intitolata Installazione di un museo precario: è stata ricreata la casa tipica dei lavoratori migranti cinesi, con gli stessi spazi, gli oggetti originali con la disposizione reale, la porta, la finestra. Uno spazio angusto, senza servizi né cucina, dove vive una famiglia cinese di lavoratori migranti, ossia di quella classe di contadini che ora, per mancanza di lavoro, si trovano costretti a spostarsi verso le grandi metropoli per lavorare. Si tratta di uno spazio medio per persona di 4,5 mq che costa di affitto il 20% del salario (circa 150 euro al mese). L'80% di un milione di lavoratori con lesioni procurate da incidenti sul lavoro sono migranti: lavorano in ambienti precari, esposti a sostanze tossiche, rumore, umidità, polvere, altitudini estreme, spesso per 15 ore al giorno



Melchor Mercado, acquarello su carta, Album di paesaggi, tipi umani e costumi della Bolivia, 1841-1869,
Archivio e Biblioteca Nazionale della Bolivia


senza neanche un giorno di riposo all'anno. Legata all'economia cinese è la coltivazione massiva di soia transgenica in Argentina: la crescita della Cina ha motivato una maggiore domanda di alimenti, tanto che nel 2008 l'Argentina ha concentrato verso questo Paese l'80% della vendita della soia, importando dalla Cina il 50% di materiale elettrico e meccanico, computer portatili, macchine fotografiche, prodotti tessili, prodotti chimici. Del tema della soia transgenica si occupa l'artista porteño Eduardo Molinari, ispirandosi all'opera coloniale dil San Ildefonso: le strane piante dalle grandi dimensioni che appaiono nella parte bassa del dipinto ricordano le piante manipolate geneticamente che fanno da protagoniste del mondo soiero. Molinari, attraverso il suo “Archivo Caminante” (Archivio in cammino), indaga le
relazioni esistenti tra arte, storia e politica, raccogliendo attraverso un viaggio nelle province argentine di Buenos Aires e Santa Fé la storia e gli effetti della coltivazione massiva di soia transgenica nel suo Paese. L'opera presentata all'esposizione Principio Potosí è una sorta di memoria sociale intitolata Los niños de la soja (I bambini della soia), bambini utilizzati come “bandiere” negli sterminati campi di soia per indicare agli aerei dove lanciare a pioggia il glifosato, un potente pesticida necessario per produrre quantità elevate di soia. Lavorano dall'alba alla notte, sotto il sole, senza nessun tipo di protezione. Oltre all'immediato problema dell'intossicazione, che si manifesta con forti dolori alla testa e allo stomaco, bassa pressione sanguigna, liquido nei polmoni, danni renali, ecc., ben più gravi sono i problemi che si presentano a distanza di tempo, non solo negli adulti che sono stati “bambini bandiera”, ma anche negli abitanti delle mille località affettate dalle coltivazioni di soia transgenica (oltre 16 milioni di ettari): aborti spontanei, bambini che nascono con gravi malformazioni, problemi alla pelle, cancro, sono alcune delle conseguenze.
Il progetto espositivo di Principio Potosí ha comportato lo spostamento di opere boliviane conservate in chiese rurali di difficilissimo accesso ed aventi uno stato di conservazione veramente molto grave, il cui restauro è stato possibile grazie a un finanziamento dell'Agenzia Spagnola di Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo. In Bolivia, Paese con molti problemi, mancano i fondi per il restauro e le opere d'arte spesso si trovano in condizioni disastrose, come nel caso della Virgen de Chuchulaya , che si è salvata miracolosamente da un tentativo di furto ed è stata sottoposta a un intervento


María Galindo, video (girato a La Paz, Bolivia) La Virgen Barbie (la Madonna Barbie) dell’istallazione Ave Maria, llena eres de rebeldia (Ave Maria, sei piena di ribellione), una critica alla comunità patriarcale sia nei popoli indigeni colonizzati sia nei popoli colonizzatori (…non voglio essere la madre di Dio, di questo Dio bianco, civilizzato e conquistatore…)
di restauro supervisionato dal restauratore Carlos Rúa del Ministero della Cultura de La Paz. Altre opere coloniali, come El Cristo de las cruces e Santiago battallando con los moros (San Giacomo che combatte contro i Mori), sono state restaurate nel Dipartimento di Restauro del Reina Sofía.
Ci auguriamo che questa mostra sia il trampolino di lancio per far nascere progetti e finanziamenti che abbiano come obiettivo il restauro e la conservazione del vastissimo patrimonio culturale dei Paesi latino-americani, depositari di una vasta cutura e di opere sconosciute, ma di alto valore artistico.


(La riproduzione in capo alla pagina è una copia dell'autoritratto di Artemisia Gentileschi, disegnata dalla restauratrice Francesca Secchi)


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