Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VII - n.27 - Gennaio-febbraio 2011
NOTIZIE ed EVENTI  

LE MOSTRE di Artemisia

in Italia: a Venezia: Nuala Goodman, Mariano Fortuny, Luca Campigotto;
             a Roma : Teotihuacan, la città degli Dei; Dialogando
all'estero: ad Amsterdam: Gabriel Metsu



in Italia




A Venezia
Nuala Goodman, Mariano Fortuny, Luca Campigotto



A Venezia, a Palazzo Fortuny, si stanno svolgendo alcune mostre che ben s’inseriscono nella natura suggestiva e meditativa del Palazzo veneziano.
Nell’esposizione Gardens, Nuala Goodman, nata a Dublino nel 1962, con le sue stoffe floccate (la floccatura è una lavorazione che consente di ottenere un effetto velluto su superfici diverse, mediante l’applicazione di altre fibre, con particolari esiti e disegni) combina con grazia e fantasia pittura, design e moda. L’artista irlandese rielabora e reinterpreta oggetti, mobili, tappeti, lavorando i suoi tessuti con uno straordinario senso del colore e abbinando materiali diversi, dai petali di rosa alle palline da ping pong, dai gioielli alle pietre ricoperte di muschio. Il risultato è sempre armonioso e le sue creazioni divengono anche luoghi in cui sedersi, leggere, osservare...
In mostra anche, oltre ai celebri Ritratti d’artista di Nuala, si possono ammirare suoi schizzi, disegni e progetti. A cura di Rossella Rossi, l'esposizione è stata realizzata grazie al contributo di Moroso S.p.A. e Clerici Tessuto (Catalogo Moroso, Udine).








Nuala Godman


L’altra interessante mostra, prorogata fino a febbraio, è quella di Mariano Fortuny,  La seta e il velluto, in cui viene esposta una preziosa serie di Delphos, i leggendari abiti plissé dello stilista liberty Fortuny, completata da cappe, mantelli, costumi e accessori, provenienti dalle collezioni private americane di Keith H. Mc Coy, Los Angeles e della Famiglia Riad, che tornano “a casa” nel laboratorio in cui furono realizzate. La mostra è curata da Daniela Ferretti e Claudio Franzini (catalogo Skira).
Infine ha purtroppo chiuso i battenti l'affascinante mostra My wild Places di Luca Campigotto (Venezia, 1962), dove quaranta grandi immagini dell'artista conducevano in un viaggio nella natura, inteso come percorso iniziatico e necessità del fare fotografico, tra riferimenti storici e suggestioni cinematografiche. Grandi scenari fissati nell’intensità delle loro luci, formavano, tra rappresentazione degli spazi e trasformazioni della memoria, una ballata dello sguardo. Intrise di storia e di attesa, le fotografie di questo lavoro evocavano l’anima dei luoghi, come fossero documenti imprescindibii di un mondo destinato a scomparire. Le immagini in mostra erano un'ampia selezione del volume "My Wild Places" (Hatje Cantz, Ostfildern, 2010) che raccoglie 67 fotografie – a colori e in bianconero – scattate dall'autore in varie parti del mondo nell'arco di una ventina d'anni e dunque possono essere godute direttamente, anche oltre l'esposizione, acquistando il bel volume.


Mariano Fortuny




Luca Campigotto






Teotihuacan, la città degli dei

A Roma, a Palazzo delle Esposizioni, si sta svolgendo con grande successo di pubblico la mostra "Mexico. Teotihuacan. La città degli Dei", il più importante progetto interamente dedicato alla civiltà precolombiana di Teotihuacan (II sec. - VII sec. d.C.). L'origine di Teotihuacan si fa risalire intorno al II secolo d.C., nella zona centrale del Messico, ove si stabili e proliferò, fino a raggiungere nel corso dei secoli una popolazione di quasi 200.000 persone, ed estese il proprio dominio fino a comprendere la maggior parte dell'attuale Messico. La città di Teotihuacan raggiunse il culmine del suo splendore nel periodo compreso tra il 150 e il 450 d.C.; l'Impero eccelse in ogni genere di arte, spesso apportando soluzioni originali, ma anche rielaborando e diffondendo elementi che la capitale attraeva dal Mesoamerica e, attraverso l'importazione di materiali litici, anche dal grande Nord. Molto prima dell'avvento della civiltà europea sul suolo americano, Teotihuacan era conosciuta da tutti i popoli che abitavano nello stesso territorio e il rispetto per il suo nome si profuse in tutte le culture che occupavano quello che oggi è il Messico e parte dell'America centrale.
La mostra presenta al grande pubblico per la prima volta la storia, l'arte e la cultura di uno degli imperi più prestigiosi, quanto misteriosi e affascinanti che, prima degli Aztechi, dominò l'intera area mesoamericana.
Attraverso l'esposizione dei numerosi reperti, rinvenuti nel sito archeologico della città-capitale dell'impero, attualmente uno dei siti più importanti del Messico, si mettono i visitatori a contatto diretto con una delle società precolombiane i cui misteri ed enigmi, tuttora irrisolti, continuano a suscitare un fascino ineguagliato. Oltre 300 capolavori, fra straordinari reperti di scultura monumentale, rilievi in onice e pitture murali, che riproducono elementi e credenze religiose e racconti mitici, statuette in ossidiana e pietra verde, vasi in terracotta dipinta o intarsiata, bracieri in terracotta con richiami antropomorfi, mitologici e rituali, testimoniano la raffinatezza, la creatività e la passione per l'arte e la decorazione, di un popolo la cui capacità espressiva, la sapienza, l'abilità e la cultura continuano ad essere ammirate e studiate ancora oggi.
La mostra, curata da Davide Domenici, si concluderà il 27 febbraio 2011.








Manifesto della mostra




Maschera antropomorfa, 450-550 d.C. - ©Consejo Nacional para la Cultura y las Artes – Istituto Nacional de Antropologìa e Historia, Mexico.
Foto: Martirene Alcantara, assistant Olivier Dekeyser.



“Mexico: Teotihuacan, la città degli dei”,
Palazzo delle Esposizioni , Roma ,
fino al 27 febbraio 2011.

www.palazzoesposizioni.it



Piramide della Luna, 200 d.C.- ©Consejo Nacional para la Cultura y
las Artes – Istituto Nacional de Antropologìa e Historia, Mexico.
Foto: Martirene Alcantara, assistant Olivier Dekeyser.





Il pittore e la modella, da Canova a Picasso

A Treviso, nella Casa dei Carraresi, si sta svolgendo la mostra “Il pittore e la modella, da Canova a Picasso”, che propone un itinerario, attraverso due secoli -‘800 e ‘900-, riguardante un tema tra i più affascinanti della storia dell’arte. Quello del pittore e la modella è un argomento lanciato dalla pittura romantica sulla scorta del mito di Raffaello e la Fornarina che ha avuto poi una fortuna ininterrotta fino alla fine del Novecento, in coincidenza con l’affermarsi del nuovo ruolo della donna come artista. Donne seducenti, affascinanti, misteriose e inquietanti, che hanno svolto un ruolo ed occupato uno spazio nella vita di grandi maestri. Sono questi grandi maestri, come Vincent Van Gogh, Edvard Munch, Auguste Renoir, Pierre Bonnard, Giorgio Morandi, Antonio Canova, Pablo Picasso, Fortunato Depero, Giorgio de Chirico, Amedeo Modigliani, Felice Casorati, Renato Guttuso, Umberto Boccioni, Giovanni Boldini, Gaetano Previati, René Magritte, Salvador Dalì, Roy Lichtenstein, Andy Warhol, Michelangelo Pistoletto e molti altri, i protagonisti della mostra. Ordinate in sezioni tematiche, le circa cento opere provenienti da importanti collezioni pubbliche e private d’Italia e del mondo, illustrano la complessità del rapporto tra donna e arte, tra donna e artista, donna e musa ispiratrice, tra mito a leggenda.
La mostra si apre con l’ideale femminile di Canova, si sviluppa con le scene di storia o di mitologia dei romantici, prosegue con il realismo e la passione, con i maestri impressionisti e le raffinate ed evanescenti donne di Boldini fino al colore, la potenza e forza espressiva di Van Gogh. É un’elegante passerella dove sfilano donne d’eccezione, come la giovane fotografa e giornalista amata da Picasso, Dora Maar, la divina Marilyn immortalata da Warhol o l’affascinante e trasgressiva Marchesa Casati ritratta da molti artisti, tra tutti Giovanni Boldini. Il tema sfuma poi nel nudo, nel clima di un “ritorno all’ordine”, con una carrellata di esercitazioni e magistrali studi di corpi femminili, splendide bagnanti, come “Nudo sul mare” di Giorgio De Chirico.
Lo sguardo si sposta poi sui pittori del Nord e su celebri maestri, come le straordinarie modelle immerse nel verde della natura di Zorn, o “Uomo e donna”, uno dei più bei dipinti di Edward Munch.
Molte donne hanno contribuito al processo di creazione artistica nel ruolo di muse e modelle, ma queste donne sono spesso anche mogli, amanti, sorelle, madri, donne con cui l’artista ha un legame affettivo e familiare. La modella di Pierre Bonnard è la moglie Marthe, sua costante “ossessione”; Balla, oltre alla moglie Elisa, ritrae le figlie Elica e Luce; Boccioni si concentra sull’amata madre Cecilia. Ampio spazio viene dedicato a Picasso, pittore che più di ogni altro ha trattato il tema, poiché tutte le donne con cui entra in relazione hanno a che fare







Canova: la sorpresa





Mussini:.Raffaello spoglia la Fornarina
con la sua arte: le grandi passioni amorose e il disordine della sua vita sentimentale sono un filo costante nelle sue opere.
E ancora immagini che immortalano le Antropometrie generate dalle performance realizzate degli anni '60 da Yves Klein, dove la modella, con il corpo cosparso di colore, imprime le sue forme in un foglio affisso alla parete divenendo pennello vivente. Altre foto raccontano l'esito ultimo del tema che giunge con Piero Manzoni, “l'enfant terribile” dell'arte italiana, che firma direttamente le modelle in carne ed ossa, dichiarandole “sculture viventi”. Nella mostra, curata dal prof. Nico Stringa, docente di Storia dell'Arte Contemporanea presso l'Università Ca' Foscari di Venezia, per la prima volta vengono esposte due opere, un olio e una tecnica mista su tela, di uno dei più importanti autori di fumetti al mondo: Hugo Pratt, il padre di Corto Maltese!


“Il pittore e la modella: da Canova a Picasso”,
Casa dei Carraresi, Treviso. Fino al 13 marzo 2011.
mail: casadeicarraresi@fondazionecassamarca.it

Ufficio stampa:Chiara Voltarel




Al Centro Culturale Egiziano, tre artisti a confronto


A Roma, presso il Centro Culturale, tra memorie imperiali e cupole barocche, è stata presentata la mostra Dialogando , patrocinata dal Comune di Roma Municipio I Centro storico , organizzata dalla Rivista Segni d'Arte di Nicolina Bianchi Editore e da Carmelita Brunetti giornalista e storico dell'arte. La mostra ha esposto le personali di tre artisti che hanno proposto un itinerario di riflessioni su tematiche proprie e della società contemporanea: lo scultore Pietro Errico Scacchi, in arte Pes , ha presentato strutture agili, leggere, nervose, che comunque offrono una sensazione di solidità e di forza; Gianfranco Ingravalle, in arte Valle ha proposto un rinnovato linguaggio ispirato dalla sua teoria dei “Pinocchi interni e maschere”, tema ancora attuale, realizzato con tecnica mista, collegato ad un universo semantico meno formale e molto simbolico; infine la pittrice Luigia Granata, di origine calabrese, dai numerosi consensi internazionali, costruisce secondo le immagini di arcaiche metafore, di esili forme, di corpi, di volti e di sguardi che acquistano nella continua analisi creativa morbide geometrie che si fondono e vibrano assieme.
Tutti e tre gli artisti si mettono in gioco, fra estro e colore, con un diverso uso di materiali e tecniche raccontando con tratto individuale il loro universo creativo. Durante l'inaugurazione è stato anche presentato il romanzo Ciao papà. Un fruscio nel tempo, di Nelly Putignani, una scrittrice che ha conquistato importanti riconoscimenti anche nell'ambito della pittura, altra sua passione. Il romanzo è stato presentato da Nicolina Bianchi e da Mara Ferloni.
Inaugurata dall'Addetto Culturale del Centro Culturale Egiziano, Prof. Taha Mattar, la mostra ha già chiuso i battenti, riportando consensi, anche perché il Centro Culturale Egiziano è uno spazio ideale, fruibile gratuitamente, sempre disponibile alle iniziative in cui si attui una collaborazione feconda tra creatività e territorio, un dialogo tra arte, storia e pubblico, tra antico e contemporaneo.

“Dialogando”, mostra di scultura e pittura:
Pes-Valle-Granata, Centro Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Araba d’Egitto, Roma
segnidarte@fastwebnet.it









Gianfranco Ingravalle (Valle), Maschere




Pietro Enrico Scacchi (Pes), 21-12-2012,
tecnica mista, legno, ferro, piombo



All'estero



Gabriel Metsu, un grande maestro olandese


Ad Amsterdam, al Rijksmuseum , si sta svolgendo dal dicembre scorso la mostra “ Gabriel Metsu. La riscoperta di un grande Maestro” (1629-1667), uno dei pittori più influenti del  XVII secolo.
I dipinti di Metsu raffigurano splendidamente la vita quotidiana durante il periodo del Secolo d'Oro olandese, con scene semplici e momenti intimi: la lettura di una missiva d'amore, una sguattera che sbuccia una mela, un anziano che beve...
Nonostante sia morto a soli 38 anni, Metsu è stato uno dei pittori più famosi del suo tempo insieme a Vermeer, Jan Steen, Gerard ter Borch e Peter de Hooch, e nel ‘700 e nell'800 era più popolare dello stesso Vermeer, i cui quadri venivano spesso attribuiti a lui. 
Il Rijksmuseum ha riunito più di 35 dei suoi migliori dipinti, provenienti da musei di tutto il mondo e da collezioni private, comprese opere scoperte recentemente. Alcuni quadri ritornano dopo 250 anni per la prima volta nei Paesi Bassi!. “Il bambino ammalato” (Rijksmuseum), “L'uomo che scrive una lettera” e “La donna che legge una lettera” (Galleria Nazionale Irlandese) sono tre suoi capolavori esposti in questa bella e rara mostra.









Metsu, The sick child, c. 1663-'64 Rijksmuseum
Con l'attenzione per dettagli e materiali, i dipinti con scene quotidiane di Metsu offrono uno splendido spaccato delle attività e delle abitudini della borghesia olandese. Figlio di un pittore, egli iniziò la sua carriera nella sua città natale di Leiden , dove realizzò  prevalentemente scene bibliche e burlesche di grandi dimensioni. Alla ricerca di un più ampio mercato per i suoi dipinti, si trasferì ad Amsterdam poco dopo il 1650 e da quel momento iniziò a specializzarsi in raffigurazioni di quotidianità: venditori ambulanti, cameriere, bevitori e fumatori. Intorno al 1660, il suo stile divenne più raffinato, quando iniziò a dipingere preferibilmente scene che rappresentavano i passatempi delle persone benestanti: giovani uomini e donne che si scambiavano lettere d’amore, compagnie musicali e scene di caccia. Senza alcun dubbio durante questo periodo Gabriel Metsu e Johannes Vermeer si influenzarono reciprocamente; pur non possedendo la genialità di Vermeer, la pittura di Metsu tende a creare quel sapore surreale, tanto caro al Maestro di Delft.


Woman reading a Letter c.1664-'66. Oil on wood, Sir Alfred and Lady Beit Gift, 1987 Collection, National Gallery of Ireland Photo © National Gallery of Ireland. Photographer Roy Hewson




Man writing a Letter, c. 1664- '66 Oil on wood, Sir Alfred and Lady Beit Gift, 1987 Collection, National Gallery of Ireland Photo © National Gallery of Ireland. Photographer Roy Hewson


Grazie ad un’attenzione spiccata per i particolari degli interni, dell’arredamento, delle stoffe, un amore per la descrizione dei costumi e dei piccoli animali domestici, le sue tele ricreano consuetudini di vita lente e tranquille; la luce chiara e l’immobilità delle figure, bloccate nell’attimo di un gesto, di un pensiero, di un’emozione, producono un’atmosfera sospesa. La sua tavolozza, pur non avendo i toni argentei e luminosi di quella di Vermeer, varia a secondo del soggetto dipinto, come si nota nei colori spenti del “Bambino malato”, mentre nei velluti neri della veste, nei rossi del tappeto, nel bianco della camicia di “Uomo che scrive una lettera”, i colori s’intrecciano in un armonioso e vivido contrasto con i bruni e i dorati di un elegante interno seicentesco.
La mostra, organizzata dal Rijksmuseum di Amsterdam, in collaborazione con la National Gallery of Ireland a Dublino e la National Gallery of Art di Washington, è stata inaugurata al pubblico il 16 dicembre 2010 e si concluderà il 20 marzo 2011.

“Gabriel Metsu. La riscoperta di un grande Maestro”,
Rijksmuseum , Amsterdam,
fino al 20 marzo 2011.
Info: amalagoli@holland.com
www.holland.com




Versión española

“Principio Potosì” arriva a La Paz
di Francesca Secchi

Per la prima volta una così grande quantità di pittura coloniale andina, 22 dipinti per la precisione (12 tele e 10 acquarelli), esce dalla Bolivia per essere esposta nel “Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía” di Madrid durante l'estate scorsa, insieme ad opere d'arte contemporanea in una mostra intitolata Principio Potosí.
L'esposizione, che dal 7 ottobre 2010 al 2 gennaio 2011 è stata alla “Haus der Kulturen der Welt” di Berlino, sarà in Bolivia al “Museo Nacional de Arte” e al “Museo Nacional de Etnografía y Folklore” de La Paz da febbraio a maggio 2011. L'evento è incluso in un progetto generale di grande complessità, basato su una nuova idea di modernità, la quale ha origine non nel razionalismo e nell'illustrazione, ma nel processo di espansione e sfruttamento iniziato nel XVI secolo con la scoperta delle ricchezze nei territori coloniali. Una colonizzazione che, secondo gli organizzatori della mostra, ancora non si è conclusa: è impossibile pensare alla società europea moderna ed al suo sistema economico senza il suo passato coloniale ed i crimini ad esso associati, esistenti ancora oggi.











La restauratrice Francesca Secchi, autrice dell'articolo, al lavoro su un'opera della mostra madrilena

L'esposizione cerca di mettere in luce che le condizioni di produzione artistica e la funzione dell'arte attuale di legittimare le nuove élites della globalizzazione, hanno connessioni e parallelismi chiari con la funzione ideologica della pittura coloniale.
Per comprendere meglio il filo conduttore della mostra bisogna partire da Potosí, una città boliviana situata a quasi 4.000 metri di altitudine che, secondo quanto si dice, nel XVI secolo era più grande di Londra e Parigi e nei giorni di festa i suoi marciapiedi si coprivano d'argento. La cittadina mineraria è tristemente famosa anche per l'enorme quantità di persone morte a causa del lavoro forzato nelle miniere d'argento, metallo che veniva imbarcato verso Cadice. Questo processo inaugura una dinamica decisiva per lo sviluppo dell'industria europea, della banca, delle compagnie coloniali di commercio, dell'industria agricola così come dell'utilizzazione delle persone come manodopera.
Nel viceregno del Perù (attualmente Perù e Bolivia) nacquero le influenti scuole pittoriche di Cuzco e Potosì, che avevano in comune un'iconografia ibrida, ossia la rielaborazione dei motivi religiosi tradizionali con i miti della cultura locale; questo tipo di immagini, come per esempio il Cristo a tre teste, veniva utilizzato da un lato come devozione ufficiale e dall'altro come messaggio di resistenza all'egemonia culturale imposta dalle potenze coloniali.
Agli artisti contemporanei, provenienti da Cina, Germania, Spagna, Russia, Olanda, Argentina e Bolivia, è stato chiesto di scegliere una di queste pitture coloniali come punto di riferimento per realizzare un'opera specifica per la mostra: ecco apparire uno spazio astratto nel quale le opere antiche dialogano con quelle


Santisima Trinidad (Santissima Trinità), anonimo, olio su tela, XVIII sec., Museo Colonial Charcas (Università San Francisco Xavier de Chuquisca, Bolivia)
contemporanee.
L'installazione dell'artista boliviana Elvira Espejo, un circolo di fili di lana colorati all'interno del quale è posto il dipinto coloniale della Virgen de Candelaria de Sabaya, richiama il tema dello sfruttamento dei lavoratori della miniera di Potosí e la sostituzione della manodopera locale nella produzione dei tessuti andini con le macchine. La Virgen de Candelaria de Sabaya, secondo una leggenda popolare, appariva dentro le miniere per salvare i minatori dagli incidenti e resuscitava coloro che a causa di questi incidenti erano morti. L'installazione è costituita, inoltre, da tessuti prodotti a mano dalla stessa artista, che è infatti tessitrice, poetessa e narratrice della tradizione orale dei luoghi della sua infanzia. Elvira Espejo si occupa della conservazione delle tecniche tessili tradizionali indigene: milioni di mani sono sostituite dalle macchine e moltissima gente rimane senza impiego, trovandosi costretta a migrare verso la città, con tutta la serie di difficoltà che ciò comporta.


Santiago battallando con los moros (San Giacomo che combatte contro i mori), autore Lucas Valdés, 1690, Museo delle Belle Arti di Cordoba (Spagna)
Del grave problema della migrazione verso la città verte l'installazione cinese del “Museum of Migrant Workers” intitolata Installazione di un museo precario: è stata ricreata la casa tipica dei lavoratori migranti cinesi, con gli stessi spazi, gli oggetti originali con la disposizione reale, la porta, la finestra. Uno spazio angusto, senza servizi né cucina, dove vive una famiglia cinese di lavoratori migranti, ossia di quella classe di contadini che ora, per mancanza di lavoro, si trovano costretti a spostarsi verso le grandi metropoli per lavorare. Si tratta di uno spazio medio per persona di 4,5 mq che costa di affitto il 20% del salario (circa 150 euro al mese). L'80% di un milione di lavoratori con lesioni procurate da incidenti sul lavoro sono migranti: lavorano in ambienti precari, esposti a sostanze tossiche, rumore, umidità, polvere, altitudini estreme, spesso per 15 ore al giorno



Melchor Mercado, acquarello su carta, Album di paesaggi, tipi umani e costumi della Bolivia, 1841-1869,
Archivio e Biblioteca Nazionale della Bolivia


senza neanche un giorno di riposo all'anno. Legata all'economia cinese è la coltivazione massiva di soia transgenica in Argentina: la crescita della Cina ha motivato una maggiore domanda di alimenti, tanto che nel 2008 l'Argentina ha concentrato verso questo Paese l'80% della vendita della soia, importando dalla Cina il 50% di materiale elettrico e meccanico, computer portatili, macchine fotografiche, prodotti tessili, prodotti chimici. Del tema della soia transgenica si occupa l'artista porteño Eduardo Molinari, ispirandosi all'opera coloniale dil San Ildefonso: le strane piante dalle grandi dimensioni che appaiono nella parte bassa del dipinto ricordano le piante manipolate geneticamente che fanno da protagoniste del mondo soiero. Molinari, attraverso il suo “Archivo Caminante” (Archivio in cammino), indaga le relazioni esistenti tra arte, storia e politica, raccogliendo
attraverso un viaggio nelle province argentine di Buenos Aires e Santa Fé la storia e gli effetti della coltivazione massiva di soia transgenica nel suo Paese. L'opera presentata all'esposizione Principio Potosí è una sorta di memoria sociale intitolata Los niños de la soja (I bambini della soia), bambini utilizzati come “bandiere” negli sterminati campi di soia per indicare agli aerei dove lanciare a pioggia il glifosato, un potente pesticida necessario per produrre quantità elevate di soia. Lavorano dall'alba alla notte, sotto il sole, senza nessun tipo di protezione. Oltre all'immediato problema dell'intossicazione, che si manifesta con forti dolori alla testa e allo stomaco, bassa pressione sanguigna, liquido nei polmoni, danni renali, ecc., ben più gravi sono i problemi che si presentano a distanza di tempo, non solo negli adulti che sono stati “bambini bandiera”, ma anche negli abitanti delle mille località affettate dalle coltivazioni di soia transgenica (oltre 16 milioni di ettari): aborti spontanei, bambini che nascono con gravi malformazioni, problemi alla pelle, cancro, sono alcune delle conseguenze.
Il progetto espositivo di Principio Potosí ha comportato lo spostamento di opere boliviane conservate in chiese rurali di difficilissimo accesso ed aventi uno stato di conservazione veramente molto grave, il cui restauro è stato possibile grazie a un finanziamento dell'Agenzia Spagnola di Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo. In Bolivia, Paese con molti problemi, mancano i fondi per il restauro e le opere d'arte spesso si trovano in condizioni disastrose, come nel caso della Virgen de Chuchulaya , che si è salvata miracolosamente da un tentativo di furto ed è stata sottoposta a un intervento


María Galindo, video (girato a La Paz, Bolivia) La Virgen Barbie (la Madonna Barbie) dell’istallazione Ave Maria, llena eres de rebeldia (Ave Maria, sei piena di ribellione), una critica alla comunità patriarcale sia nei popoli indigeni colonizzati sia nei popoli colonizzatori (…non voglio essere la madre di Dio, di questo Dio bianco, civilizzato e conquistatore…)
di restauro supervisionato dal restauratore Carlos Rúa del Ministero della Cultura de La Paz. Altre opere coloniali, come El Cristo de las cruces e Santiago battallando con los moros (San Giacomo che combatte contro i Mori), sono state restaurate nel Dipartimento di Restauro del Reina Sofía.
Ci auguriamo che questa mostra sia il trampolino di lancio per far nascere progetti e finanziamenti che abbiano come obiettivo il restauro e la conservazione del vastissimo patrimonio culturale dei Paesi latino-americani, depositari di una vasta cutura e di opere sconosciute, ma di alto valore artistico.


(La riproduzione in capo alla pagina è una copia dell'autoritratto di Artemisia Gentileschi, disegnata dalla restauratrice Francesca Secchi)


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