Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VII - n.28 - Marzo-maggio 2011
NOTIZIE ed EVENTI  

LE MOSTRE di Artemisia

in Italia: a Roma : "Tamara de Lempicka. La regina del moderno"
                                 "Anne Donnelly. Anima nomade"

            
all'estero: a La Paz: “Principio Potosì”



in Italia





“Tamara de Lempicka. La regina del moderno”


A Roma, ospitata nel Complesso del Vittoriano, si sta svolgendo la mostra Tamara de Lempicka. La regina del moderno, che ospita una delle rassegne più complete mai realizzate sull' artista polacca. Curata da Gioia Mori, presenta 80 dipinti e circa 40 disegni di Tamara de Lempicka, 50 fotografie d'epoca ; 2 film degli anni Trenta e un'interessante corrispondenza dell'Artista con Gabriele D'Annunzio. L'esposizione vanta la collaborazione e il supporto di grandi istituzioni museali europee e americane e oltre cinquanta prestatori privati (Europa, Stati Uniti e Asia)
Gioia Mori propone una nuova lettura delle opere della Lempicka, scaturita da ricerche inedite che costruiscono ex novo la storia di molti dipinti; documenti di un legame finora sconosciuto con Prampolini, confermato dalla storia di un dipinto in mostra; diverse opere mai esposte in Italia, tra le quali l'eccezionale prestito di cinque dipinti della collezione di Jack Nicholson; un eccezionale ritrovamento, un importante dipinto del 1923, Portrait de Madame P. , finora considerato perduto, noto solo attraverso un'antica foto in bianco e nero.






La sciarpa blu, maggio 1930, olio su tavola, Collezione privata

Nata a Varsavia nel 1898, la Lempicka fu un'artista di grande cultura figurativa, abituata a mescolare rimandi all'arte del passato e linguaggi figurativi di varie correnti e radici: cubo-futurismo russo e francese, “ritorno all'ordine” italiano, realismo magico tedesco, realismo polacco. Una babele di elementi rielaborati in modo geniale fino a creare uno stilema nuovo dai caratteri accattivanti, decorativo, internazionale e moderno, che nasce dalla commistione di fotografia di moda, del manifesto pubblicitario e del cinema.
Come scrive Gioia Mori, nell’arte della Lempicka "Questo curioso mélange di estremo modernismo e purezza classica attira e sorprende, e provoca, forse, prima di conquistare completamente, una sorta di lotta cerebrale, dove queste tendenze così diverse lottano una contro l’altra, fino al momento in cui lo sguardo avrà afferrato la grande armonia che regna in queste opposizioni."


Portrait de Kizette, 1924-24,
New York, collezione privata


Autoritratto, 1936 c., Stati Uniti,collezione Richard e Anne Paddy


Kizette en rose, 1926, olio su tela, Nantes, Musée des Beaux-Artes


Nata in Polonia, considerò come seconda patria la Russia, da dove fugge poco dopo la Rivoluzione per riparare a Parigi. Legata agli ambienti aristocratici di San Pietroburgo e alla famiglia imperiale, la Lempicka vive il “canto del cigno” di una civiltà, frequentando i balli in maschera organizzati nelle case nobiliari. In Russia vive due rivoluzioni: quella della Storia, di cui fu una vittima, e quella artistica delle avanguardie cubo-futuriste. A Parigi rimase in contatto con molti personaggi dell’emigrazione russa che ha immortalato in dipinti, ormai icone degli anni Venti. Tra l’arrivo a Parigi e le prime presenze dei suoi quadri nei Salon passano circa tre anni, durante i quali frequenta gli studi di Maurice Denis e André Lhote, ma è soprattutto lo studio di Ingres che la porta a raggiungere quello stile perfetto di molti dipinti del 1925, dominati dalla calma frigida, dalla purezza di linee, dalla resa scultorea della figura.
La prima personale della Lempicka in Italia avviene a Milano , una mostra inaugurata il 28 novembre 1925 nella galleria Bottega di Poesia del conte Emanuele Castelbarco. Il repertorio che presenta è un campionario di modelli della perfezione che spesso hanno come riferimento la statuaria romana e il Rinascimento fiorentino e veneto, ma attualizzati dai rimandi puntuali alla moda e al cinema contemporanei.
Il successo arriva inarrestabile e diffuso per mezza Europa e in America nella seconda metà degli anni Venti, con premiazioni, riconoscimenti critici e vertiginose vendite.
Una serie di dipinti intriganti, ambigui e perversi, come i duetti saffici, indicano un altro elemento della modernità della Lempicka: l'esibizione da parte di una donna emancipata economicamente, indipendente e libera dei costumi trasgressivi che caratterizzano Parigi negli années folles . L'avvenente Rafaëla fu uno dei grandi amori della Lempicka, cui dedicò nel 1927 una serie di tele di grande tensione erotica, per la prima volta esposte insieme.
Nel 1927 inizia il rapporto della pittrice con la Germania, attraverso la più prestigiosa rivista di moda tedesca, Die Dame, con sede a Berlino. Non è un caso questa incursione nel mondo della moda, una delle fonti del successo della Lempicka: le sue donne sono sempre vestite à la page, con modelli riconoscibili. Un consistente numero di opere esposte al Vittoriano ne sono la testimonianza, da Le turban vert del 1929 a L’écharpe bleue del 1930.




Rafaela sur fond vert, luglio 1927, collezione privata, courtesy Duhamel Fine Art



La belle Rafaëla, maggio 1927, collezione Sir Tim Rice


Dopo il soggiorno del ’29 negli Stati Uniti i grattacieli, il telefono, i transatlantici sono elementi destinati a disegnare una passione per tutto ciò che era moderno. Alcuni dei suoi più famosi dipinti degli anni Trenta sono costruiti collocando la figura su sfondi di prepotente modernità: ecco allora donne dalla manieristica forma serpentinata, nude o con sciarpe svolazzanti come veli botticelliani, avvolte in panneggi di pesantezza scultorea o attaccati alla pelle come stoffe bagnate che si stagliano contro i grattacieli di New York, splendide arditezze architettoniche lodate all’epoca dal suo amico Jean Cocteau.
Negli Stati Uniti la Lempicka ritorna nel 1939 con il secondo marito, il barone ebreo Raoul Kuffner; in pochi mesi diventa una protagonista della vita mondana di Beverly Hills. Eccentrica ed esotica, è chiamata “baronessa col pennello”; le sue mostre, però, spesso sollevano critiche feroci: i soggetti sono nature morte, interni di case di campagna, dipinti omaggio ad artisti del Rinascimento italiano e fiammingo, un ritorno ad un antico rassicurante e una nuova svolta della sua pittura che conosce detrattori ma anche ammiratori straordinari, come Salvador Dalí.
Nel 1957 , si colloca l'unica mostra che l'Artista fece in vita a Roma, nella galleria della principessa Stefanella Barberini Colonna di Sciarra, che all'epoca si poneva, anche attraverso la sua sede principale di New York, come baluardo di una tradizione figurativa ormai però superata dalla storia.


Nudo con grattacieli, 1930, collezione Caroline Hirsch



Jeune fille aux pensées, 1945 c.,Stati Uniti,collezione Richard e Anne Paddy


Calle, studio, 1938 c., collezione Alain e Michèle Blondel




Portrait du Marquis Sommi, 1925, olio su tela, collezione privata


“Tamara de Lempicka. La regina del moderno”, Complesso del Vittoriano, Roma.
Fino al 10 luglio 2011





L’anima nomade di Anne Donnelly

A Roma, presso la Galleria Dafne Arte, si sta svolgendo la mostra “Anima Nomade”, disegni, chine ed acquerelli della pittrice irlandese Anne Donnelly, moglie dello scrittore e poeta Carlo Mazzantini, artista molto affermata nella sua terra natia come in italia. Paesaggi, visi andalusi, contadini, nature morte sono i soggetti di un insieme di opere grafiche, quasi "appunti" visivi dei numerosi viaggi che ripercorrono l’intero cammino della vita e della carriera artistica della Donnelly, dalla fine degli anni ’50 agli anni ’80. Così si esprime la figlia Margaret Mazzantini nella presentazione della mostra romana : ”Anne Onia Donnelly ha finalmente aperto le vecchie caretelline dei suoi disegni più preziosi, chine e acquarelli degli anni giovanili. Ed è come sfogliare un album intimo. Istantanee segrete. Una mappa emozionale dell'artista da giovane. Onia ha sempre amato la china, la più umile delle tecniche, la più libera. Quella libertà era la giovinezza, il tempo selvaggio e nomade. Le piaceva la facilità dell'inchiostro, della piccola scatola di acquarelli. Tracciare in fretta su un foglio un passaggio, una sensazione mentre affonda. Fermare un segno puro. Brandelli di mondo immersi nell'essenziale. Onia colpisce duro con un tratto lieve. Che sembra in transito come la vita. Perché questi sono disegni in movimento, che parlano e portano come il vento e il mare. Che trascinano storie di vite e addirittura di civiltà sommerse, ingoiate





Pepe, il piccolo capraio

dalla modernità. Si sente un canto. Una eco. L'arte che restituisce qualcosa di profondo e fuggito alla vita. Onia ha voluto dedicare questa mostra a Carlo Mazzantini, l'amore di una vita, lo scrittore che nel suo ultimo incompiuto libro (L’italiano di Tangeri) parla di quel luogo di Andalucia, al confine tra l'anima e il mito, e di certe figure umane ultime, vita che si affaccia brada e potente. Alcuni di questi disegni si accordano, come braccia che s'incontrano, come amanti che si trovano al buio, alle parole di Carlo. Carlo e Onia ragazzi, raggiunsero questo lembo di mondo intatto tra mare, Sierra e fiume, in groppa a un mulo. Non c'era acqua corrente, non c'era elettricità. Solo catapecchie color sabbia e volti scuri di caprari, di pescatori maldestri, impauriti dall'Atlantico. Vissero lì il tempo più puro, dell'incertezza, dell'amore appena rivelato. Cercavano un luogo lontano, staccato dal resto, un anello smarrito. Che li riportasse indietro all'essenza di se stessi, un battesimo. Nei disegni di Onia palpita questa precarietà, questo desiderio violento di purezza. Che resterà la vera intenzione di tutta la sua opera pittorica. Una vita umile che offre un raccolto incerto come una rete da pesca. E si lascia attraversare nuda e profonda dalla mano dell'artista, come riconoscesse un'amica sincera. Rispettosa e temeraria. Lo stesso incanto, la stessa religiosità.”
Il poeta Seamus Heaney, premio Nobel per la letteratura, apprezzatore e collezionista delle opere di Onia, evidenzia che “la combinazione di tocco squisito e di fermezza essenziale è presente in ogni lavoro di Anne Donnelly”; la sua opera grafica, in effetti, dimostra non solo una squisita sensibilità esecutiva, ma anche un segno nervoso e vibrante, un raffinato calligrafismo e uno spirito di osservazione, elementi che sono parte integrante del suo originale stilema pittorico.


Paesaggio




Natura morta. Acquerello


Anne Donnelly. Anima Nomade,
Galleria Dafne Arte, via delle Colonnette 20, Roma,
fino al 27 aprile 2011
dafnearte@ libero.it



Versión española

“Principio Potosì” a La Paz
di Francesca Secchi

Per la prima volta una così grande quantità di pittura coloniale andina, 22 dipinti per la precisione (12 tele e 10 acquarelli), esce dalla Bolivia per essere esposta nel “Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía” di Madrid durante l'estate scorsa, insieme ad opere d'arte contemporanea, in una mostra intitolata Principio Potosí.
L'esposizione, che fino 2 gennaio 2011 è stata alla “Haus der Kulturen der Welt” di Berlino, è ora in Bolivia al “Museo Nacional de Arte” e al “Museo Nacional de Etnografía y Folklore” de La Paz da febbraio a maggio 2011. L'evento è incluso in un progetto generale di grande complessità, basato su una nuova idea di modernità, la quale ha origine non nel razionalismo e nell'illustrazione, ma nel processo di espansione e sfruttamento iniziato nel XVI secolo con la scoperta delle ricchezze nei territori coloniali. Una colonizzazione che, secondo gli organizzatori della mostra, ancora non si è conclusa: è impossibile pensare alla società europea moderna ed al suo sistema economico senza il suo passato coloniale ed i crimini ad esso associati, esistenti ancora oggi.











La restauratrice Francesca Secchi, autrice dell'articolo, al lavoro su un'opera della mostra madrilena

L'esposizione cerca di mettere in luce che le condizioni di produzione artistica e la funzione dell'arte attuale di legittimare le nuove élites della globalizzazione, hanno connessioni e parallelismi chiari con la funzione ideologica della pittura coloniale.
Per comprendere meglio il filo conduttore della mostra bisogna partire da Potosí, una città boliviana situata a quasi 4.000 metri di altitudine che, secondo quanto si dice, nel XVI secolo era più grande di Londra e Parigi e nei giorni di festa i suoi marciapiedi si coprivano d'argento. La cittadina mineraria è tristemente famosa anche per l'enorme quantità di persone morte a causa del lavoro forzato nelle miniere d'argento, metallo che veniva imbarcato verso Cadice. Questo processo inaugura una dinamica decisiva per lo sviluppo dell'industria europea, della banca, delle compagnie coloniali di commercio, dell'industria agricola così come dell'utilizzazione delle persone come manodopera.
Nel viceregno del Perù (attualmente Perù e Bolivia) nacquero le influenti scuole pittoriche di Cuzco e Potosì, che avevano in comune un'iconografia ibrida, ossia la rielaborazione dei motivi religiosi tradizionali con i miti della cultura locale; questo tipo di immagini, come per esempio il Cristo a tre teste, veniva utilizzato da un lato come devozione ufficiale e dall'altro come messaggio di resistenza all'egemonia culturale imposta dalle potenze coloniali.
Agli artisti contemporanei, provenienti da Cina, Germania, Spagna, Russia, Olanda, Argentina e Bolivia, è stato chiesto di scegliere una di queste pitture coloniali come punto di riferimento per realizzare un'opera specifica per la mostra: ecco apparire uno spazio astratto nel quale le opere antiche dialogano con quelle


Santisima Trinidad (Santissima Trinità), anonimo, olio su tela, XVIII sec., Museo Colonial Charcas (Università San Francisco Xavier de Chuquisca, Bolivia)
contemporanee.
L'installazione dell'artista boliviana Elvira Espejo, un circolo di fili di lana colorati all'interno del quale è posto il dipinto coloniale della Virgen de Candelaria de Sabaya, richiama il tema dello sfruttamento dei lavoratori della miniera di Potosí e la sostituzione della manodopera locale nella produzione dei tessuti andini con le macchine. La Virgen de Candelaria de Sabaya, secondo una leggenda popolare, appariva dentro le miniere per salvare i minatori dagli incidenti e resuscitava coloro che a causa di questi incidenti erano morti. L'installazione è costituita, inoltre, da tessuti prodotti a mano dalla stessa artista, che è infatti tessitrice, poetessa e narratrice della tradizione orale dei luoghi della sua infanzia. Elvira Espejo si occupa della conservazione delle tecniche tessili tradizionali indigene: milioni di mani sono sostituite dalle macchine e moltissima gente rimane senza impiego, trovandosi costretta a migrare verso la città, con tutta la serie di difficoltà che ciò comporta.


Santiago battallando con los moros (San Giacomo che combatte contro i mori), autore Lucas Valdés, 1690, Museo delle Belle Arti di Cordoba (Spagna)
Del grave problema della migrazione verso la città verte l'installazione cinese del “Museum of Migrant Workers” intitolata Installazione di un museo precario: è stata ricreata la casa tipica dei lavoratori migranti cinesi, con gli stessi spazi, gli oggetti originali con la disposizione reale, la porta, la finestra. Uno spazio angusto, senza servizi né cucina, dove vive una famiglia cinese di lavoratori migranti, ossia di quella classe di contadini che ora, per mancanza di lavoro, si trovano costretti a spostarsi verso le grandi metropoli per lavorare. Si tratta di uno spazio medio per persona di 4,5 mq che costa di affitto il 20% del salario (circa 150 euro al mese). L'80% di un milione di lavoratori con lesioni procurate da incidenti sul lavoro sono migranti: lavorano in ambienti precari, esposti a sostanze tossiche, rumore, umidità, polvere, altitudini estreme, spesso per 15 ore al giorno



Melchor Mercado, acquarello su carta, Album di paesaggi, tipi umani e costumi della Bolivia, 1841-1869,
Archivio e Biblioteca Nazionale della Bolivia


senza neanche un giorno di riposo all'anno. Legata all'economia cinese è la coltivazione massiva di soia transgenica in Argentina: la crescita della Cina ha motivato una maggiore domanda di alimenti, tanto che nel 2008 l'Argentina ha concentrato verso questo Paese l'80% della vendita della soia, importando dalla Cina il 50% di materiale elettrico e meccanico, computer portatili, macchine fotografiche, prodotti tessili, prodotti chimici. Del tema della soia transgenica si occupa l'artista porteño Eduardo Molinari, ispirandosi all'opera coloniale dil San Ildefonso: le strane piante dalle grandi dimensioni che appaiono nella parte bassa del dipinto ricordano le piante manipolate geneticamente che fanno da protagoniste del mondo soiero. Molinari, attraverso il suo “Archivo Caminante” (Archivio in cammino), indaga le relazioni esistenti tra arte, storia e politica, raccogliendo
attraverso un viaggio nelle province argentine di Buenos Aires e Santa Fé la storia e gli effetti della coltivazione massiva di soia transgenica nel suo Paese. L'opera presentata all'esposizione Principio Potosí è una sorta di memoria sociale intitolata Los niños de la soja (I bambini della soia), bambini utilizzati come “bandiere” negli sterminati campi di soia per indicare agli aerei dove lanciare a pioggia il glifosato, un potente pesticida necessario per produrre quantità elevate di soia. Lavorano dall'alba alla notte, sotto il sole, senza nessun tipo di protezione. Oltre all'immediato problema dell'intossicazione, che si manifesta con forti dolori alla testa e allo stomaco, bassa pressione sanguigna, liquido nei polmoni, danni renali, ecc., ben più gravi sono i problemi che si presentano a distanza di tempo, non solo negli adulti che sono stati “bambini bandiera”, ma anche negli abitanti delle mille località affettate dalle coltivazioni di soia transgenica (oltre 16 milioni di ettari): aborti spontanei, bambini che nascono con gravi malformazioni, problemi alla pelle, cancro, sono alcune delle conseguenze.
Il progetto espositivo di Principio Potosí ha comportato lo spostamento di opere boliviane conservate in chiese rurali di difficilissimo accesso ed aventi uno stato di conservazione veramente molto grave, il cui restauro è stato possibile grazie a un finanziamento dell'Agenzia Spagnola di Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo. In Bolivia, Paese con molti problemi, mancano i fondi per il restauro e le opere d'arte spesso si trovano in condizioni disastrose, come nel caso della Virgen de Chuchulaya , che si è salvata miracolosamente da un tentativo di furto ed è stata sottoposta a un intervento


María Galindo, video (girato a La Paz, Bolivia) La Virgen Barbie (la Madonna Barbie) dell’istallazione Ave Maria, llena eres de rebeldia (Ave Maria, sei piena di ribellione), una critica alla comunità patriarcale sia nei popoli indigeni colonizzati sia nei popoli colonizzatori (…non voglio essere la madre di Dio, di questo Dio bianco, civilizzato e conquistatore…)
di restauro supervisionato dal restauratore Carlos Rúa del Ministero della Cultura de La Paz. Altre opere coloniali, come El Cristo de las cruces e Santiago battallando con los moros (San Giacomo che combatte contro i Mori), sono state restaurate nel Dipartimento di Restauro del Reina Sofía.
Ci auguriamo che questa mostra sia il trampolino di lancio per far nascere progetti e finanziamenti che abbiano come obiettivo il restauro e la conservazione del vastissimo patrimonio culturale dei Paesi latino-americani, depositari di una vasta cutura e di opere sconosciute, ma di alto valore artistico.
“Museo Nacional de Arte” el “Museo Nacional de Etnografía y Folklore” de La Paz, fino al 20maggio 2011“.

(La riproduzione in capo alla pagina è una copia dell'autoritratto di Artemisia Gentileschi, disegnata dalla restauratrice Francesca Secchi)


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