Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VII - n.29 - Giugno-settembre 2011
NOTIZIE ed EVENTI  

LE MOSTRE di Artemisia

A Milano: Francesco Hayez e il Risorgimento milanese
            
A Roma: Tamara de Lempicka, regina del moderno



in Italia



Hayez e il Risorgimento milanese

A Milano, nella Pinacoteca di Brera, in occasione del centocinquantenario dell’Italia unita, una mostra dedicata al pittore risorgimentale Francesco Hayez presenta una serie di capolavori che ripercorrono alcune fasi della carriera di Hayez, testimoniando i suoi rapporti privilegiati con Alessandro Manzoni e con Giuseppe Verdi. A cura di Fernando Mazzocca, Isabella Marelli e Sandrina Bandera, la mostra "Hayez nella Milano di Manzoni e Verdi" si concluderà il 25 settembre 2011.
Considerato da Giuseppe Mazzini il maggiore artista del nostro Risorgimento, “capo della scuola di Pittura Storica, che il pensiero nazionale reclamava in Italia”, pittore vate della Nazione, Hayez era nativo di Venezia (1791) e dalla sua patria aveva assimilato il gusto del colore caldo e lucente. A Milano si era entusiasmato degli ideali patriottici che condussero alla liberazione dal dominio austriaco e frequentando personalità di quel mondo di scrittori, musicisti, poeti e combattenti per la libertà, si era dato ad una pittura che avesse come soggetti gli uomini e gli eventi di quel grande mutamento storico che condusse alla vittoria nella seconda Guerra d’Indipendenza. Nel 1859, a tre mesi dall’ingresso a Milano di Vittorio Emanuele II, futuro re d’Italia, e dell’alleato imperatore Napoleone III, veniva allestita a Brera una grande mostra per celebrare la liberazione della Lombardia dal dominio austriaco. Fu in quell’occasione che Francesco Hayez presentò, in mezzo ai grandi quadri che raffiguravano le battaglie del Risorgimento, un piccolo dipinto, intitolato "Il bacio", destinato per il suo significato e per la sua straordinaria bellezza coloristica a diventare una delle opere d’arte più popolari e riprodotte di tutti i tempi. Il bacio è stato scelto dalla Pinacoteca di Brera, dove si trova dal 1886, come emblema di questa mostra dedicata ad un particolare aspetto dell’attività di Hayez. Il quadro ebbe subito un grande successo per l’universalità del tema rappresentato e perché venne giustamente considerato l’opera che meglio incarnava quegli ideali risorgimentali espressi in particolare dal Mazzini. È stato infatti interpretato come l’addio del giovane volontario alla sua amata, anche se in realtà il pittore intendeva significare, con il sottotitolo "Episodio della giovinezza", che la nuova Nazione nasceva grazie all’energia delle giovani generazioni che erano andate a combattere per la libertà.
Milano, benchè non sia stata mai capitale dell’Italia unita, venne considerata la “capitale morale” per il ruolo decisivo che ebbe nel creare l’unità culturale del nostro Paese. Essa è stata, infatti, nel corso dell’ Ottocento il più importante centro dell’editoria, della produzione artistica, del mercato dell’arte, del collezionismo e dell’attività musicale in riferimento soprattutto al melodramma, destinato ad un’ininterrotta fortuna internazionale. Tre protagonisti, appartenuti a due generazioni diverse, Alessandro Manzoni (1785 – 1873), Francesco Hayez (1791 - 1882) e Giuseppe Verdi (1813 – 1901), hanno rappresentato più di ogni altro il primato






Il bacio, 1859 Olio su tela, cm 112 x 88
Milano, Pinacoteca di Brera



Ritratto di Sarah Louise Strachan Ruffo di Motta e Bagnara, Principessa di Sant’Antimo, 1840-1844. Olio su tela, Napoli, Museo Nazionale di San Martino

milanese nell'ambito della letteratura, della pittura e della musica, fornendo i modelli in cui la nuova nazione potesse riconoscersi. Manzoni era lombardo, Hayez e Verdi no, ma il loro successo a Milano testimonia quello spirito d'accoglienza e quella capacità di attirare ingegni che fin dai tempi di Leonardo da Vinci è sempre stata una grande prerogativa milanese.
La mostra espone i dipinti di Hayez, dai quadri storici degli anni venti, al suo esordio a Milano come pittore romantico, con opere ispirate alla tragedia Carmagnola di Manzoni, sino ad un bellissimo Ritratto dell'Innominato, dedicato nel 1845 ad uno dei protagonisti dei Promessi Sposi. Accanto ai due migliori Autoritratti di Hayez, quello di Brera e quello degli Uffizi, vengono esposti il più famoso dei suoi ritratti, quello di Manzoni del 1841, e quelli della seconda moglie Teresa Stampa, dell'amico filosofo Antonio Rosmini e del pittore e uomo politico Massimo d'Azeglio, che aveva sposato Giulietta, la figlia prediletta di Manzoni.
Inoltre due straordinari dipinti sacri (L'Arcangelo San Michele e La Vergine Addolorata) sono opere di Hayez ammirate da Manzoni, che rimandano all'atmosfera degli Inni sacri.
Per ciò che riguarda i rapporti con Verdi , Hayez aveva già trattato in pittura gli stessi temi di alcuni dei più popolari melodrammi verdiani, come I Lombardi alla prima Crociata, I Vespri e I due Foscar. In mostra compaiono i più significativi di questi dipinti, tra cui quello di Francesco Foscari destituito o I Vespri Siciliani, eccezionalmente prestato dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, quadri che colpiscono per la loro forza melodrammatica, sottolineata in mostra da una colonna sonora composta dalle arie più celebri delle omonime opere verdiane.
La rassegna si chiude con Il bacio e i ritratti dei due assoluti protagonisti della musica dell'Ottocento italiano, che con il pittore ebbero un rapporto privilegiato: Gioacchino Rossini, amico di tutta una vita, e Verdi, che Hayez in realtà non ha mai effigiato.
Il catalogo, edito da Skira, contiene oltre ai saggi dei due curatori e le schede delle opere in mostra, scritti di approfondimento di Mina Gregori, Angelo Stella, Roberto Cassanelli e Angelo Foletto.


Ritratto della famiglia Borri Stampa, 1822-1823 Olio su tela, cm 125 x 108 Milano, Pinacoteca di Brera




Francesco Foscari destituito (I due Foscari), 1842-1844. Olio su tela,
cm 230 x 305 Milano, Pinacoteca di Brera




“Francesco Hayez nella Milano di Manzoni e Verdi “, Pinacoteca di Brera, Milano.
Fino al 25 settembre 2011
www.brera.beniculturali.it
sbsae-mi.brera@beniculturali.it
paola.strada@beniculturali.it




Tamara de Lempicka. La regina del moderno


A Roma, ospitata nel Complesso del Vittoriano, si sta svolgendo la mostra Tamara de Lempicka. La regina del moderno, che ospita una delle rassegne più complete mai realizzate sull'artista polacca. Curata da Gioia Mori, presenta 80 dipinti e circa 40 disegni, 50 fotografie d'epoca, 2 film degli anni Trenta e un'interessante corrispondenza dell'Artista con Gabriele D'Annunzio. L'esposizione vanta la collaborazione e il supporto di grandi istituzioni museali europee e americane e oltre cinquanta prestatori privati (Europa, Stati Uniti e Asia)
Gioia Mori propone una nuova lettura delle opere della Lempicka, scaturita da ricerche inedite che costruiscono ex novo la storia di molti dipinti; documenti di un legame finora sconosciuto con Prampolini, confermato dalla storia di un dipinto in mostra; diverse opere mai esposte in Italia, tra le quali l'eccezionale prestito di cinque dipinti della collezione di Jack Nicholson; un eccezionale ritrovamento, un importante dipinto del 1923, Portrait de Madame P., finora considerato perduto, noto solo attraverso un'antica foto in bianco e nero.






La sciarpa blu, maggio 1930, olio su tavola, Collezione privata

Nata a Varsavia nel 1898, la Lempicka fu un'artista di grande cultura figurativa, abituata a mescolare rimandi all'arte del passato e linguaggi figurativi di varie correnti e radici: cubo-futurismo russo e francese, “ritorno all'ordine” italiano, realismo magico tedesco, realismo polacco. Una congerie diversa di elementi rielaborati in modo geniale fino a creare uno stilema nuovo dai caratteri accattivanti, decorativo, internazionale e moderno, che nasce dalla commistione di fotografia di moda, del manifesto pubblicitario e del cinema.
Come scrive Gioia Mori, nell’arte della Lempicka "...questo curioso mélange di estremo modernismo e purezza classica attira e sorprende, e provoca, forse, prima di conquistare completamente, una sorta di lotta cerebrale, dove queste tendenze così diverse lottano una contro l’altra, fino al momento in cui lo sguardo avrà afferrato la grande armonia che regna in queste opposizioni."


Portrait de Kizette, 1924-24,
New York, collezione privata


Autoritratto, 1936 c., Stati Uniti,collezione Richard e Anne Paddy


Kizette en rose, 1926, olio su tela, Nantes, Musée des Beaux-Artes


Nata in Polonia, considerò come seconda patria la Russia, da dove fugge poco dopo la Rivoluzione per riparare a Parigi. Legata agli ambienti aristocratici di San Pietroburgo e alla famiglia imperiale, la Lempicka vive il “canto del cigno” di una civiltà, frequentando i balli in maschera organizzati nelle case nobiliari. In Russia vive due rivoluzioni: quella della storia, di cui fu una vittima, e quella artistica delle avanguardie cubo-futuriste. A Parigi rimase in contatto con molti personaggi dell’emigrazione russa che ha anche immortalato in dipinti, ormai icone degli anni Venti. Tra l’arrivo a Parigi e le prime presenze dei suoi quadri nei Salon passano circa tre anni, durante i quali frequenta gli studi di Maurice Denis e André Lhote, ma è soprattutto lo studio di Ingres che la porta a raggiungere quello stile perfetto di molti dipinti del 1925, dominati dalla calma frigida, dalla purezza di linee, dalla resa scultorea della figura.
La prima personale della Lempicka in Italia avviene a Milano, una mostra inaugurata il 28 novembre 1925 nella galleria Bottega di Poesia del conte Emanuele Castelbarco. Il repertorio che presenta è un campionario di modelli della perfezione che spesso hanno come riferimento la statuaria romana e il Rinascimento fiorentino e veneto, ma attualizzati dai rimandi puntuali alla moda e al cinema contemporanei.
Il successo arriva inarrestabile e diffuso per mezza Europa e in America nella seconda metà degli anni Venti, con premiazioni, riconoscimenti critici e vertiginose vendite.
Una serie di dipinti intriganti, ambigui e perversi, come i duetti saffici, indicano un altro elemento della modernità della Lempicka: l'esibizione da parte di una donna emancipata economicamente, indipendente e libera, dei costumi trasgressivi che caratterizzano Parigi negli années folles. L'avvenente Rafaëla fu uno dei grandi amori della Lempicka, cui dedicò nel 1927 una serie di tele di grande tensione erotica, per la prima volta esposte insieme.
Nel 1927 inizia il rapporto della pittrice con la Germania, attraverso la più prestigiosa rivista di moda tedesca, "Die Dame", con sede a Berlino. Non è un caso questa incursione nel mondo della moda, una delle fonti del successo della Lempicka: le sue donne sono sempre vestite à la page, con modelli riconoscibili. Un consistente numero di opere esposte al Vittoriano ne sono la testimonianza, da "Le turban vert" del 1929 a "L’écharpe bleue" del 1930.




Rafaela sur fond vert, luglio 1927, collezione privata, courtesy Duhamel Fine Art



La belle Rafaëla, maggio 1927, collezione Sir Tim Rice


Dopo il soggiorno del ’29 negli Stati Uniti i grattacieli, il telefono, i transatlantici sono elementi destinati a disegnare una passione della pittrice per tutto ciò che era moderno. Alcuni dei suoi più famosi dipinti degli anni Trenta sono costruiti collocando la figura su sfondi di prepotente modernità: ecco allora donne dalla manieristica forma serpentinata, nude o con sciarpe svolazzanti come veli botticelliani, avvolte in panneggi di pesantezza scultorea o attaccati alla pelle come stoffe bagnate che si stagliano contro i grattacieli di New York, splendide arditezze architettoniche lodate all’epoca dal suo amico Jean Cocteau.
Negli Stati Uniti la Lempicka ritorna nel 1939 con il secondo marito, il barone ebreo Raoul Kuffner; in pochi mesi diventa una protagonista della vita mondana di Beverly Hills. Eccentrica ed esotica, è chiamata “baronessa col pennello”; le sue mostre, però, spesso sollevano critiche feroci: i soggetti sono nature morte, interni di case di campagna, dipinti omaggio ad artisti del Rinascimento italiano e fiammingo, un ritorno ad un antico rassicurante e una nuova svolta della sua pittura che conosce detrattori ma anche ammiratori straordinari, come Salvador Dalí.
Nel 1957, si colloca l'unica mostra che l'Artista fece in vita a Roma, nella galleria della principessa Stefanella Barberini Colonna di Sciarra, che all'epoca si poneva, anche attraverso la sua sede principale di New York, come baluardo di una tradizione figurativa ormai però superata dalla storia.


Nudo con grattacieli, 1930, collezione Caroline Hirsch



Jeune fille aux pensées, 1945 c.,Stati Uniti,collezione Richard e Anne Paddy


Calle, studio, 1938 c., collezione Alain e Michèle Blondel




Portrait du Marquis Sommi, 1925, olio su tela, collezione privata


“Tamara de Lempicka. La regina del moderno”, Complesso del Vittoriano, Roma.
Fino al 10 luglio 2011



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