Work in progress - Anno XIII - n.57 - Luglio - settembre 2018
Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XVII - n.72 - Luglio - settembre 2022
NOTIZIE ed EVENTI
Roma. Francisco de Zurbarán ai Musei Capitolini
di Artemisia



Fino al 15 maggio 2022 è a Roma per la prima volta un'opera del maestro spagnolo Francisco de Zurbarán (1598-1664), uno dei più rappresentativi interpreti, insieme a Diego Velázquez e Bartolomé Esteban Murillo, della pittura spagnola del cosiddetto «Siglo de Oro». Il prestito ai Musei capitolini dal Saint Louis Art Museum del San Francesco contempla un teschio, uno tra i più mistici esempi pittorici di Zurbaràn, costituisce un'occasione d'eccezione per conoscere da vicino il suo linguaggio, la cui lezione fu compresa per primi dai pittori francesi dell'Ottocento e riconosciuta dalla critica italiana e internazionale a partire dagli anni Venti del Novecento.

La scelta di allestire l’opera nella Sala Santa Petronilla la pone idealmente in dialogo sia con le due tele di Caravaggio in essa presenti, la Buona Ventura e il San Giovanni Battista, sia con il Ritratto di Juan de Córdoba di Diego Velázquez: quattro capolavori, dunque, eseguiti nell’arco di circa cinquant’anni, il cui accostamento offre una riflessione sull’arte dei tre protagonisti della pittura seicentesca in Europa.
Il San Francesco contempla un teschio del Saint Louis Art Museum, in origine parte di una pala d’altare (retablo) conservata nella chiesa carmelitana del collegio di Sant’Alberto a Siviglia, nonostante le dimensioni contenute, costituisce una delle raffigurazioni più affascinanti del fraticello d’Assisi. Il santo, vera e propria ossessione pittorica dell’Artista (che ripete il soggetto in altri lavori nel corso della sua attività), è raffigurato in piedi, con il caratteristico abito dei cappuccini mentre contempla un teschio che tiene tra le mani. Il capo è reclinato e il volto s’intravede appena sotto al cappuccio appuntito che verticalizza la figura e che si ripete come un’ eco nell’ombra alle sue spalle. Se la figura a un primo sguardo può sembrare un modello studiato dal vero, in realtà essa si svela come un’invenzione che emerge lentamente dal buio e prende forma per effetto della luce `divina´ che la colpisce. La tavolozza, quasi monocroma, concorre alla forte austerità devozionale trasmessa dal santo raccolto in un muto dialogo con il cranio, chiara allusione alla brevità  della vita. L’aspetto severo e monumentale della composizione è accentuato dal rigore geometrico, dalla verticalità del cappuccio e delle pieghe della veste che cade dritta fino a terra lasciando scoperte soltanto le punte delle dita dei piedi scalzi. Il dialogo silenzioso tra il santo e il cranio simboleggia il passaggio dalla vita alla morte, alludendo alla fragilità dell’esistenza umana, al tema della Vanitas vanitatis ricorrente nell’arte barocca spagnola e in generale in quella della Controriforma.
Il processo creativo e visivo delle opere di Zurbarán è dunque lento e non immediato, come avviene invece in Caravaggio; le luci e le ombre dei dipinti dello spagnolo non assumono un valore soltanto realistico, bensì simbolico e spirituale. Il santo, nella sua ascetica contemplazione del teschio, si mostra inafferrabile, immerso in una dimensione mistica che trascende la percezione di chi lo guarda.

Francisco Zurbarán (1598-1664)
San Francesco contempla un teschio, 1635 ca.
olio su tela, cm 91,4 x 30,5 Saint Louis, Saint Louis Art Museum, inv.47:1941©


Proprio sull’uso della luce si incentra il confronto tra il San Francesco e i Caravaggio e il Velázquez della Pinacoteca Capitolina, che mette in evidenza le affinità,  ma anche le differenze. Se infatti il rapporto tra forma, spazio, tempo e luce rappresenta il comune denominatore, molto diversa è la scelta pittorica e l’interpretazione simbolica che ognuno degli artisti ne ha dato. Lo stile austero e geometrico con il quale Zurbarán costruisce le sue immagini, la capacità di cogliere, anche nei soggetti più umili, il fascino poetico dell’esistenza, il saper conferire alle sue composizioni, attraverso il contrasto tra l’oscurità degli sfondi e la luce dei primi piani, monumentalità e allo stesso tempo naturalismo, ha ispirato per lui definizioni quali: pittore mistico, metafisico, onirico, magico e il soprannome di “Caravaggio di Spagna”, riferitogli per primo dal biografo spagnolo Antonio Palomino nelle sue Vite degli artisti del 1724.


Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610)
Buona Ventura, 1597 , olio su tela, cm 115 x 150 Roma, Musei Capitolini, inv. PC 131

Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610)
San Giovanni Battista, 1602 olio su tela, cm. 129x94. Roma, musei Capitolini, inv.PC 239


Tra tutti i pittori iberici Zurbarán è stato l’unico a guadagnarsi questo soprannome sebbene in Italia non sia mai venuto, ma abbia appreso la pittura di Caravaggio solo attraverso le copie di sue opere, giunte in Spagna già nel primo decennio del Seicento, e osservando i dipinti dei seguaci del Merisi, primo tra tutti Jusepe de Ribera. Rarissime sono inoltre le opere di Zurbarán conservate in Italia (soltanto a Firenze e a Genova) e l’unica mostra dedicata al pittore sul territorio nazionale è stata allestita a Ferrara nel 2013, dove peraltro il dipinto di Saint Louis era assente.
Partendo dallo stile di Caravaggio, Zurbarán elaborò una versione personale del tenebrismo applicandola a figure di santi e alle sue iperrealistiche nature morte. Nel Maestro spagnolo attraverso la luce si proietta la “grazia” nel mondo fisico, così come in quello spirituale, come affermato nella letteratura mistica contemporanea, in particolare quella carmelitana particolarmente diffusa nella cattolica Spagna.
Nell'opera di Caravaggio "La buona ventura" , messa a confronto nella mostra capitolina con Zurbaràn, esiste è un importante esempio delle novità dirompenti introdotte in pittura dal pittore lombardo. Egli raffigura un episodio di vita quotidiana cui sembra di poter assistere in un giorno qualunque inoltrandosi tra i vicoli e le piazze della Roma di fine Cinquecento; il realismo e l'immediatezza della scena risultano un inedito assoluto! Nel "San Giovanni Battista" Caravaggio ha umanizzato il divino e divinizzato l’umano: il santo si rincarna in un giovane sorridente, malizioso e sensuale, che esprime con tutto il suo corpo la gioia di vivere, ancora ignaro del suo drammatico destino. La figura sembra emergere all’improvviso dall’oscurità e materializzarsi improvvisamente davanti ai nostri occhi in uno spazio e in una luce del tutto reali.
Nel ritratto di Diego Velázquez che raffigura l’agente della corona spagnola Juan de Córdoba, braccio destro dell'artista nel secondo suo soggiorno romano (1649-1651), si rimane catturati dallo sguardo che il personaggio ci rivolge. Di lui Velázquez ci restituisce non solo la veridicità delle sembianze ma la sua umanità, i suoi pensieri più intimi, la sua individualità. Un realismo penetrante e allo stesso tempo romantico, che mette a nudo la persona, dove forma e sembianze non sono definite ma solo suggerite con una pennellata sciolta e veloce, molto diversa da quella di Caravaggio!


Il progetto espositivo “Zurbarán a Roma. Il San Francesco del Saint Louis Art Museum tra Caravaggio e Velázquez” è promosso da Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è curato da Federica Papi e Claudio Parisi Presicce. Organizzazione di Zètema Progetto Cultura.

Cenni biografici. Francisco de Zurbarán
Originario della regione dell'Estremadura, Francisco de Zurbarán (Fuente de Cantos 1598, Madrid 1664) si formò a Siviglia entrando in contatto anche con il più celebre Francisco Pacheco e il suo giovane allievo Diego Velázquez. Nel 1626 ottiene un importante incarico dai domenicani di Siviglia, città nella quale si trasferirà lavorando per le maggiori comunità monastiche e realizzando i primi capolavori, tra cui la solenne tela con l'Apoteosi di san Tommaso d'Aquino (1631, Siviglia, Museo de Bellas Artes). Zurbarán si rivela già pittore naturalista e poetico interprete dell'atmosfera spirituale della vita conventuale, lontana da qualsiasi vanità e celebrazione. Il tenebrismo di matrice caravaggesca si fonde con il suo singolare cromatismo che rende reali i soggetti per effetto della luce, veicolo del divino, che illumina e scolpisce i suoi modelli. Nel 1634 su iniziativa di Velázquez è chiamato a Madrid per partecipare alla decorazione del palazzo del Buen Retiro, per il quale esegue dieci grandi quadri a soggetto mitologico. Tornato a Siviglia con il titolo di «pittore del re», realizza importanti cicli pittorici, ma diverse avversità nella sfera privata ne oscurano la fama: nel 1639 muore la seconda moglie e dieci anni dopo perde anche il figlio collaboratore Juan, colpito dalla peste del 1649. Il decennio successivo vede il suo tramonto sotto l'imperversare a Siviglia della nuova pittura di Murillo. Zurbarán concentra quindi l'attività su una serie di dipinti destinati al commercio con l'America, dove le sue opere erano ancora particolarmente richieste.
Diego Rodríguez de Silva y Velázquez (1599-1660), Ritratto di Juan de Córdoba, 1650 ca. olio su tela, cm 67 x 50 Roma Musei Capitolini, inv. PC 62
Fino alla morte nel 1664 risiederà a Madrid con la terza moglie conducendo una vita modesta e dedicandosi a quadri di piccole dimensioni, adeguandosi alle nuove mode pittoriche e addolcendo le forme grazie a un cromatismo atmosferico assimilato da Velázquez, senza mai rinunciare alla sua monumentale severità. Superbe rimangono ancora oggi le sue nature morte (bodegones), tanto ammirate da Paul Cézanne e da Giorgio Morandi, per la maestria con cui seppe rendere potentemente reali gli oggetti: vasi, frutti, fiori o tessuti, riprodotti come entità fisiche e allo stesso tempo evidenze ottiche astratte. (CS)

Info: www.museicapitolini.org



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