Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno V - n.20 - Luglio-settembre 2009
ARTE e DIRITTO  

"Ubi Ius, ibi societas”


La normativa comunitaria relativa alla restituzione dei beni culturali
usciti dal territorio di uno stato membro.

di Vittorio Largajolli





E' sufficientemente tutelato il nostro Paese, ricco di opere d'arte e beni culturali del più vario genere, dalla disciplina comunitaria sulla circolazione della merci?
Come ben sappiamo a fondamento dell'Unione Europea stanno una serie di norme che negli anni evolvendosi hanno sancito l'abbattimento dei dazi doganali e la libera circolazione delle merci, non poche difficoltà si hanno dal punto di vista interpretativo quando tali norme previste dai Trattati costitutivi devono essere inserite in un sistema che come il nostro disciplina severamente la circolazione dei beni culturali.
Si pensi ad esempio ai problemi che si possono generare su questa materia tra uno Stato di ispirazione liberista come la Gran Bretagna e un altro invece, come l'Italia, molto restio al commercio di beni culturali.
La direttiva 93/7 mira proprio alla tutela del patrimonio di beni culturali di quei Paesi come l'Italia che nel corso negli anni sono stati letteralmente depredati di preziosi tesori (come riportato in altri articoli sulla presente rivista).
La disciplina prevista dalla direttiva introduce un meccanismo in virtù del quale l'autorità giudiziaria di uno Stato membro nel quale il bene culturale si trova illecitamente deve ordinarne la restituzione allo stato membro al quale il bene è stato sottratto.
Tre sono le condizioni che legittimano la richiesta di restituzione da parte dello Stato membro:


Il Palazza di Giustizia in Roma



•  Che il bene rientri tra quelli classificati dalla sua legge nazionale, prima o dopo il suo trasferimento, come facenti parte del patrimonio nazionale di interesse artistico, storico o archeologico, come consentito dall'art. 30 del Trattato CE;
•  Che il bene appartenga a una delle categorie di beni indicate nell'elenco allegato alla direttiva ovvero, anche senza appartenere a una di tali categorie, costituisca parte integrante delle collezioni pubbliche iscritte negli inventari di musei, archivi, fondi di conservazione delle biblioteche, ovvero degli inventari di istituzioni ecclesiastiche;
•  Che il bene abbia lasciato il suo territorio nazionale dopo il 31 dicembre 1992.

Qualora ricorrano tali condizioni la restituzione non potrà essere negata ma al possessore che dimostrerà la “diligenza richiesta” nell’atto di acquisto deve essere corrisposto un indennizzo.
Nella stessa maniera ovviamente non e' invece tutelato il privato possessore di opere d'arti e di beni culturali, il privato non si può avvalere delle norme dettate dalla direttiva a sua disposizione c'è solo l'azione ordinaria, e in particolare, un'azione di rivendicazione.
Ma la parte che maggiormente suscita perplessità, e che interessa particolarmente il nostro Paese, della richiamata direttiva 93/7 è proprio il punto 1 delle condizioni della richiesta di restituzione.
In virtù della citata previsione normativa infatti, il Paese a cui e' stato sottratto il bene non potrebbe ottenere la restituzione per tutti quei beni che ancora non sono stati classificati perché ancora nascosti (si pensi solamente a tutto il patrimonio archeologico ancora da scoprire).
La procedura in detti casi di mancata ufficiale catalogazione del bene culturale prevede che il Paese richiedente deve porre in essere nel giudizio per la restituzione una ingente e dettagliata attività istruttoria che attesti l'importanza del bene culturale in questione. Emerge chiaramente come sia lasciata grande discrezionalità al giudice chiamato a pronunciarsi, che dovrà attentamente valutare prima di disattendere le previsioni della direttiva in questione.
E' facile intuire come molto spesso il nostro Paese in casi simili si trovi in difficoltà per la genericità della direttiva e dunque è auspicabile che ci siano nuovi interventi a disciplinare la materia perché poco influente è stata la successiva direttiva, la 2001/38/CE.


Vittorio Largajolli è avvocato del Foro di Roma ed esperto in Diritto amministrativo.
studiolegalelargajolli@yahoo.it




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