Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VII - n.29 - Giugno-settembre 2011
ARTE e DIRITTO  

"Ubi Ius, ibi societas”

Qualunque cosa di interesse storico-artistico, per qualsiasi motivo presente nel territorio dello Stato, può essere considerata patrimonio culturale nazionale? La recente tesi della Giurisprudenza Amministrativa.
di Vittorio Largajolli





Già in passato ci siamo occupati del cd. Patrimonio artistico-culturale della Nazione e della legislazione in materia. Nell'articolo odierno, invece, andremo ad esaminare l'interessante ed approfondita “risposta” che la Giurisprudenza Amministrativa (recentissima….) dà alla domanda: qualunque cosa di interesse storico-artistico, per qualsiasi motivo presente nel territorio dello Stato, può essere considerata patrimonio culturale nazionale?
La disamina della Sentenza n. 2540 del 2011 del TAR Lazio sezione II quater depositata il 22.03.2011, fornirà un'importante ed illuminante risposta, cristallizzando alcuni punti fermi.
Il primo dei quali è che deve essere escluso il criterio secondo cui il carattere di “nazionalità” di un bene culturale costituisca una condizione imprescindibile per cui lo stesso possa essere considerato componente del patrimonio culturale nazionale, ciò in quanto il concetto di tutela dei beni culturali si va ad inserire nel più ampio concetto di tutela tout court della civiltà artistica/culturale.
Non si può ritenere comunque compreso nel Patrimonio culturale nazionale qualunque oggetto di interesse storico-artistico a qualsiasi titolo presente nel territorio dello Stato. Infatti la tutela del bene non è in re ipsa, ma si estrinseca nella tutela di quello che il bene rappresenta come “testimonianza materiale di civiltà e come strumento per la formazione e la crescita culturale della Comunità”.
In secundis che l'esigenza di comprendere nel “patrimonio culturale nazionale” anche beni di diversa provenienza deve sempre essere comparata alla funzione che essi svolgono “in misura sufficiente, sotto il profilo quantitativo, ed adeguatamente rappresentativa, sotto il profilo qualitativo della significatività dell'oggetto” tali da consentire l'approfondimento e lo studio delle civiltà straniere che gli stessi testimoniano.
Inoltre il G.A. va a dettare alcune importanti regole procedimentali in materia che segnano i confini della discrezionalità (tecnica) della P.A. in casi come quello in oggetto.
Detto ciò andiamo ad esaminare la parte, più interessante in diritto della recentissima pronuncia.
“(…) Tanto premesso, va affrontata la questione della rilevanza del contestato carattere di “italianità” nel procedimento di dichiarazione dell'interesse storico-artistico – e, reciprocamente del suo riesame ai sensi dell'art. 128 del d.lvo n. 42/2004- , che si fonda su un giudizio valutativo che deve essere condotto sulla base dei criteri individuati dal Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti nella seduta del 10 gennaio del 1974, presieduta dal Prof. Giulio Carlo Argan, e divulgati con circolare del Ministero della Pubblica Istruzione prot. 2718 del 13.5.1974, confermata con CM 4261 del 17.7.1998, il cui punto 5 precisa che ‘il verbale dovrà fare riferimento a tali criteri', da ritenersi tuttora vigente come riconosciuto da giurisprudenza e dottrina (cfr.TAR Liguria 906 del 14.6.2005) e dallo stesso legislatore (vedi Relazione illustrativa al d.lvo n. 62/2008 pag. 455 con riferimento all'art. 68 co. 4). Com'è noto, tali criteri vanno interpretati ed applicati tenendo conto sia della specificità dell'oggetto sia dell'area di provenienza, in quanto, come cautamente avvertito dallo stesso Consiglio Superiore nelle premesse dell'atto di indirizzo in parola, ove dà atto della “difficoltà di esprimere criteri generali in una materia vasta e diversa”. Sotto il primo profilo è stata riconosciuta la difficoltà di applicare alle diverse tipologie di beni culturali – ed in particolare ad esemplari di arte minore ed applicata - alcuni principi di carattere generale elaborati con riferimento all'opera d'arte e che sono strettemente collegati dalla stessa natura di questi, che ha indotto l'autorevole Consesso a formulare alcune specifiche previsioni che s'attagliano a tipologia di cose diverse, quali quelle oggetto di contestazione (es. criteri a, b, d e soprattutto f del primo gruppo, nonché c del secondo gruppo).
Sotto il secondo profilo, quello della provenienza dell'opera e della difficoltà di acquisizione – cui fa riferimento in particolare il criterio di cui al punto f - , conferma che il valore di strumento culturale del bene è commisurato oltre che alla sua rarità, alla stessa difficoltà del suo reperimento, confermando quindi che il giudizio valutativo in parola ha carattere necessariamente comparativo, come evidenziato già da risalente dottrina, tant'è che è suscettibile di successive revisioni, anche in base alle variazioni nel frattempo intervenute nella consistenza di tale patrimonio, come espressamente sancito dall'art. 128 di cui si contesta l'applicazione nel caso in esame. In tale prospettiva, assume particolare rilievo la circostanza che si tratti di un tipo di bene il cui valore culturale possa essere apprezzato anche in ciascuna opera isolatamente presa (es. dipinto) oppure un tipo di bene (es. mobile) in cui questo valore vari a seconda che sia o meno inserito del “contesto ambientale”, che può essere gravemente diminuito se isolato dall'insieme di arredo di cui fa parte, specie nel caso in cui abbia funzione sociale e di rappresentanza, tanto che la ricollocazione del bene possa porsi come condizione necessaria per assicurarne l'adeguata “lettura” e quindi per svolgere la funzione pubblica perseguita dalla PA mediante la sua tutela. La finalità perseguita dall'intervento pubblico nel settore in esame, infatti, come solennemente enunciato dall'art. 1 del D.Lgs. 22-1-2004 n. 42 Codice dei beni culturali, consiste nella duplice funzione di “preservare la memoria della comunità nazionale” e “di promuoverne lo sviluppo della cultura”. Ciò comporta, sotto il profilo dell'applicazione del criterio oggetto di contestazione, che, se da un lato deve escludersi che il carattere di “nazionalità” del bene culturale costituisca una condizione imprescindibile affinchè questo possa essere considerato componente del patrimonio culturale nazionale - in quanto la funzione di promozione della cultura con esso perseguita non è limitata solo a quella italiana, ma deve favorire anche la conoscenza di altre culture di cui i beni in questione costituiscano “testimonianza di civiltà”, tuttavia, dall'altro non si può neppure ritenere comunque compreso nel “patrimonio culturale nazionale” qualunque cosa di interesse storico-artistico per qualsiasi motivo presente nel territorio dello Stato, come pretenderebbe la ricorrente.








La splendida Venere di Morgantina, V sec. a. C, scolpita in Sicilia, dove è da poco ritornata dagli Stati Uniti. Museo Archeologico di Aidone (EN)
Questi, per essere ritenuti elementi costituivi e parte imprescindibile del predetto “patrimonio”, debbono presentare caratteri tali da rispondere alle funzioni sopra ricordate, in quanto il bene oggetto di tutela non è tanto la cosa in sé quanto piuttosto il valore culturale che questa rappresenta in quanto “testimonianza materiale di civiltà” e come “strumento” per la formazione e la crescita culturale della Comunità.
Ne consegue che l’esigenza di comprendere nel “patrimonio culturale nazionale” anche beni culturali di diversa provenienza va commisurata - secondo un giudizio che è necessariamente comparativo come sopra ricordato – alla predetta funzione sicchè si deve assicurare la presenza sul territorio nazionale di tali beni in misura sufficiente, sotto il profilo quantitativo, ed adeguatamente rappresentativa, sotto il profilo qualitativo della significatività dell’oggetto, in modo da consentire, anche in Patria, l’approfondimento della conoscenza delle civiltà straniere di cui sono testimonianza. Continua il Giudice Amministrativo ricordando che le decisioni della P.A. in materia sono figlie di una valutazione tecnico-discrezionale, che deve tenere conto dei legami con le civiltà straniere e della trasformazione dei momenti storici. E poi prosegue con un fascinoso parallelismo al confine tra l’artistico ed il diritto amministrativo affermando: “(…) Con ciò ovviamente non si intende né sostenere una visione “nazionalistica” dell’arte né negare il carattere “universale” dell’arte, essendo noto anche all’uomo di media cultura che i capolavori dell’impressionismo fanno parte dell’identità culturale dell’uomo moderno e che i capolavori dell’arte antica hanno valore identitario per l’uomo occidentale, ma solo evidenziare l’ovvia considerazione che, nella valutazione comparativa (che in quanto tale si fonda su un concetto di “utilità marginale” di un’unità aggiuntiva rispetto a quelle già possedute ) – com’è quella che deve essere effettuata al fine di decidere l’esportabilità di un dipinto, un conto è la perdita di un ulteriore ritratto di Boldini ed un conto di un’ulteriore Ninfea di Monet. Né tanto meno ignorare la possibile pluriappartenenza di un’opera a più culture contemporaneamente, ben potendo lo stesso quadro – ad esempio un paesaggio di Giotto - rivestire fortissimo valore identitario sia per l’ente locale in cui la scena si svolge o da cui l’artista proviene, sia lo Stato di appartenenza di questo, sia per la Nazione con cui l’opera abbia un valore particolare in virtù di un’acquisizione storicizzata, sia per l’Umanità intera. Ma tali considerazioni appunto inducono a confermare la natura ed il carattere delle relative scelte in quanto attengono all’individuazione della dimensione “territoriale” rilevante dell’interesse culturale e quindi mutabili nel tempo, soprattutto con riguardo alle opere della contemporaneità, e della “politica culturale” di cui sono espressione, che per quanto “aperta ad altre culture” non può comportare il disconoscimento del valore preminente dell’elemento identitario in questione. In altri termini, sembra ovvio che per quanto una maschera africana possa far parte della cultura universale e debba essere rappresentata nelle collezioni pubbliche italiane, non è necessaria la presenza di tanti esemplari quante sono le tribù africane, con l’altrettanto ovvia precisazione che il giudizio sulla sufficienza e rappresentatività degli esemplari è frutto di valutazioni, come si è detto, riservate all’Autorità amministrativa competente; insindacabili dal giudice amministrativo salvo i limiti soprarichiamati. Le considerazioni richiamate in merito alla funzione, alla natura ed ai caratteri dell’azione amministrativa nel settore hanno perciò immediato rilievo anche sul piano delle modalità di perseguimento di queste. In applicazione dei predetti criteri della rarità dell’opera e della sua rappresentatività come testimonianza di altre culture, indicati dalle lettere a) ed f) del primo gruppo e c) del secondo gruppo, l’autorità competente può infatti riconoscere che l’oggetto avente valore di “testimonianza di civiltà” diversa da quella nazionale non costituisca un elemento fondamentale del predetto “patrimonio nazionale” in quanto adeguatamente rappresentato da oggetti analoghi che siano in esso già inclusi – oppure, al contrario, può riconoscerne l’imprescindibilità in quanto unico pezzo mancante di una collezione. Ad esempio, appare evidente che se l’ascrizione al patrimonio culturale nazionale dell’ennesimo dipinto del Canaletto o del Vanvitelli (Van Wittel) può essere giustificata in quanto il predetto organo consultivo consideri di particolare valore identitario la veduta o il soggetto rappresentato – criterio considerato sub c) – e quindi possa ritenere rilevante anche la rappresentazione dello stesso luogo da diverso punto di vista (ad es. Castel Sant’Angelo visto dalla Piazza dei Fiorentini o da Sud), a diverse conclusioni il predetto organo può addivenire per quanto riguarda l’ennesima rappresentazione di ninfee di Monet di cui l’autorità competente in materia può ritenere sufficienti gli esemplari già presenti nelle collezioni pubbliche italiane.
Simili valutazioni in merito alla rarità dell’opera, della sua rappresentatività in termini di testimonianza di altre culture ed alla sua significatività per la formazione culturale della Comunità nazionale costituiscono, ovviamente, giudizi di valore non sindacabili in questa sede di legittimità, se non sotto il profilo dell’eccesso di potere, inteso sia nelle forme tradizionali sia in quelle evolute dei canoni di ragionevolezza e proporzionalità dell’azione amministrativa. Tanto più nel caso in cui la decisione sottoposta al sindacato di legittimità del giudice amministrativo riguardi valutazioni effettuate in occasione della richiesta di trasferimento all’estero di un bene che assuma un rilevantissimo valore identitario per un altro Paese e quindi comporti una valutazione comparativa degli interessi in gioco, in cui l’Autorità competente può anche ritenere prevalente, rispetto all’interesse al trattenimento forzoso di un “bell’oggetto” che sia per caso presente all’interno dello Stato, l’esigenza di una sua rilocalizzazione nello Stato di “appartenenza culturale” per il quale abbia forte valore identitario (anche l’interesse all’identità culturale nazionale dello Stato richiedente va comunque considerato trattandosi di valori fondanti riconosciuti di natura costituzionale anche a livello comunitario). Al riguardo va peraltro ricordato che la “causa” che giustifica il trattenimento di un bene culturale all’interno del Paese non attiene alla protezione dell’opera in sé considerata, quanto alla possibilità – ipotetica ed astratta – di assicurarne in futuro la fruizione sul proprio territorio, nel caso di un eventuale, futuro intervento dello Stato volto all’acquisto di tale bene, condizione che potrebbe magari mai avverarsi; fruizione che, com’è noto, non è assicurata dalla mera presenza dell’opera sul territorio nazionale, in quanto la destinazione a pubblico servizio è limitata, ai sensi degli art. 1, 2 e 3 del Codice, ai soli beni culturali di proprietà pubblica, mentre il bene culturale di proprietà di privati non è destinato alla fruizione collettiva salvo le ipotesi eccezionali tassativamente previste dalla legge. Conclude il Giudice amministrativo del Lazio sul caso sottoposto al suo giudizio, nel respingere il ricorso proposto, affermando quanto segue: “(…) In tale prospettiva va perciò scrutinata la legittimità dell’impugnato provvedimento di revisione del vincolo. Risulta incontestato che la Commode in contestazione, realizzata per Luigi XV nel 1744 da Antoine Robert Gaudreaus per il proprio appartamento privato nel Castello di Choisy, ha fatto parte degli arredi di corte fino alla Rivoluzione e poi è stata esportata in Egitto al seguito del successivi proprietari fino a pervenire in Italia nel 1962 come parte del mobilio di privato della Sig.ra Finney, in coppia con analoga Commode, entrambe, alla sua morte nel 1983, devolute all’omonima fondazione per la tutela degli anziani. Entrambe le Commode furono assoggettate a vincolo imposto rispettivamente con decreto n. 100689 e n. 100690 del 7.1.1986, e messe in vendita dalla casa d’aste Semenzato, che all’asta del 4.3.1987 aggiudicava una ad un privato e l’altra al Sig. Edmund Safra. Alla morte di questi, nel 2006 passava alla fondazione contro interessata e, come chiarito negli scritti difensivi di questa, non è mai stata esposta al pubblico né ne è stata richiesta la visione da parte di studiosi. Alla luce delle circostanze incontestate sopra richiamate, appare evidente che l’operato del Comitato tecnico scientifico, nel ritenere insussistente un legame particolare del mobile con il nostro Paese significativo al punto da considerarlo componente del nostro Patrimonio Culturale in virtù di un’ “acquisizione storicizzata” appare immune da errori di fatto o vizi logici, non essendo inficiato dalla diversa opinione espressa al riguardo dall’Associazione ricorrente secondo cui a tal fine sarebbe presente la mera presenza del mobile in Italia dal 1962. Come sopra ricordato, peraltro, nel 1962 la Commode era pervenuta in Italia in coppia con analoga, ugualmente assoggettata a vincolo con decreto del 7.1.1986, ed aggiudicata all’asta del 4.3.1987 ad un privato; circostanza che assume particolare rilievo sotto il profilo dei criteri del 1974, in particolare quello indicato alla lett. f).
Per quanto riguarda invece il profilo dell’importanza sotto il profilo storico, è appena il caso di rilevare che, come ricordato dalla stessa Amministrazione, a seguito del matrimonio tra la figlia di Luigi XV e Filippo di Borbone, duca di Parma non è stato importato in Italia il mobile in questione – circostanza che avrebbe portato a ritenere il pregiato pezzo come testimonianza storicamente significativa dell’evento storico indicato -, bensì una Commode di analogo stile collocata nella Reggia di Colorno e poi al Palazzo del Quirinale. Quest’ultima circostanza, nonché l’influenza del pregiato pezzo di ebanisteria su un particolare “stile provinciale” italiano, è stata oggetto di attente considerazioni da parte del Comitato Tecnico-scientifico, che si è espresso dopo aver acquisito e confrontato le diverse posizioni di autorevoli esponenti della Comunità scientifica ed esperti ministeriali che si sono pronunciati sul “giudizio di valore” da esprimere sulla Commode sia sotto il profilo intrinseco del suo pregio sia sotto il profilo della rappresentatività quale esemplare di una produzione aulica di cui si conoscono altre testimonianze con particolare riferimento proprio a quelle del Quirinale che hanno costituito oggetto di specifico studio di alcuni degli esperti consultati. Il provvedimento di rimozione del vincolo in questione, pertanto, appare immune dai vizi di legittimità dedotti in quanto è stato adottato dall’Amministrazione resistente nel rispetto delle regole procedimentali, in conformità al parere espresso dal competente organo tecnico il quale, a seguito di approfondita istruttoria e consultazione con i massimi esperti, in applicazione dei criteri di valutazione indicati nel 1974 ed ha escluso che la Commode in questione possa ritenersi componente del patrimonio culturale nazionale – ritenendo evidentemente sufficiente la presenza sul territorio nazionale sia dell’altro esemplare della coppia di Commode importate dalla Sig.ra Finney sia di analogo esemplare nel Palazzo del Quirinale– in base a delle valutazioni che non possono essere sindacate, nella loro validità sostanziale, in questa sede e che – non essendo ravvisabili nella fattispecie profili di eccesso di potere e non essendo il giudizio valutativo in contestazione stato adottato in base a criteri di valutazione inattendibili ovvero basato su errori di fatto essenziali, né palesemente “erroneo” o illogico o irragionevole nelle conclusioni - e non è certo inficiata dalla diversa opinione espressa, al riguardo, dall’Associazione ricorrente.
Al riguardo, peraltro, al Collegio pare opportuno osservare - incidenter tantum - che appare tutt’altro che discutibile la decisione dell’Amministrazione resistente, che non ha ravvisato giusta “causa” che giustificasse il forzoso trattenimento all’interno del Paese della Commode, richiesta da un Paese per il quale la Commode ha un particolare valore identitario - come testimoniato dalla richiesta del Direttore del Louvre, che nel 1984 aveva sollecitato il rientro in Francia del mobile in questione al fine di destinarlo ad un’esposizione permanente nel Museo di Versailles; questione che ha costituito oggetto di colloquio tra l’Ambasciatore di Francia ed il Presidente della Repubblica Italiana. Si tratta di valutazioni riservate alla PA, che non comportano alcun pregiudizio dell’interesse pubblico perseguito, atteso che, vista anche la vicinanza della sede museale, qualunque visitatore italiano potrà ben apprezzare il pregiato pezzo di ebanisteria nel suo contesto naturale, inserito nell’ambiente di provenienza ed esposto alla vista di qualunque avventore, rispetto all’alternativa di trattenere lo stesso pezzo forzatamente in Italia, ma sottratto alla pubblica fruizione e visionabile semmai solo in virtù di eventuale, e non dovuta, “graziosa concessione” del proprietario a studiosi di suo gradimento. In conclusione, il ricorso va respinto in quanto infondato".

Ca va sans dire….

Vittorio Largajolli è avvocato del Foro di Roma ed esperto in Diritto amministrativo.
studiolegalelargajolli@yahoo.it




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