Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.41 - Luglio - settembre 2014
IL MUSEO A CIELO APERTO 



Roma, con gli occhi di Stendhal
di Bruna Condoleo





Ritratto dello scrittore Stendhal



La Colonna Aureliana ( particolare


Il Gran Tour era il viaggio che letterati, pittori e poeti effettuavano in Italia tra '700 e '800, considerando la nostra Penisola culla d'arte e di cultura, un "museo a cielo aperto" ricolmo di innumerevoli bellezze naturali e artistiche. Tra i moltissimi viaggiatori dell’età romantica che più amarono l’Italia primeggia lo scrittore Henry Beyle, conosciuto con lo pseudonimo di Stendhal (Grenoble 1783- Paris 1842): spirito libero, insofferente di ogni costrizione, trovò la vera patria in Italia, che considerò un soggiorno impareggiabile per chi volesse godere il piacere di vivere e di amare. Oltre Milano, che lo aveva incantato fin da quando, nel 1800, con il grado di sottotenente, era venuto al seguito dell’esercito francese, e che sarà per lui la patria d’elezione (Arrigho Beyle, "milanese", sarà il suo epitaffio!), altre città diventano mete dei suoi frequenti viaggi: Parma, Firenze, Napoli, ma soprattutto Roma lo colpì per le genti, le storie, la grande tradizione d’arte che la rende unica al mondo.




La Scalinata di Trinità dei Monti e la fontana "Barcaccia" del Bernini








Il Pantheon, a detta di Stendhal, "il più bel resto d'antichità romana"!


Durante il viaggio che lo scrittore fece nel 1827 da Parigi a Roma, è letteralmente rapito dalla bellezza del Lago Maggiore e delle Isole Borromee prima di raggiungere Parma, la città in cui ambienterà il suo capolavoro, La Chartreuse de Parme (1839). Fiorente comune nel Medioevo, colta signoria rinascimentale dei Farnese, infine ducato borbonico in età risorgimentale, Parma conserva, ancora adesso, l’aspetto di una capitale di antica tradizione culturale, caratterizzata da un’autonoma scuola pittorica e dalla passione mai spenta per la musica. Proprio nella cittadina emiliana, che un altro scrittore, Maurice Barrès, definisce “il luogo del mondo più adatto per abbandonarsi alle fluttuanti impressioni dell’animo”, Stendhal ambientò il suo romanzo. Il Duomo romanico, con la stupefacente cupola rinascimentale affrescata dal Correggio, il gotico Battistero di Benedetto Antelami, che grandeggia sulla Piazza con la sua mole ottagona, le chiese cinquecentesche e il Teatro Farnese, uno dei primi teatri stabili d’Europa, che Stendhal potè vedere in tutta la sua magnificenza, rappresentano lo scenario incantevole della sua storia romantica, intrisa degli eroismi e delle passioni che lui stesso perseguì nella vita.


La spettacolare grandiosità della Cupola michelangiolesca, vista da uno dei ponti romani


Tuttavia è Roma il luogo magico che amò soprattutto; nelle Passeggiate romane, originale diario dei suoi itinerari storico-artistici, lo scrittore descrive monumenti antichi, basiliche, palazzi e giardini con grande competenza e con l’entusiasmo di chi, come lui, ha ricercato il piacere e la felicità che promanano dal godimento della bellezza, per chiunque sappia assaporarne l’eterno fascino. Dinanzi alla “Pietà Vaticana” Stendhal dice ammirato che l’opera di Michelangelo sopravviverà al ricordo stesso del Cattolicesimo e di fronte agli affreschi di Raffaello nelle Stanze Vaticane commenta estasiato le virtù pittoriche del Maestro Urbinate. E’ incantato dalle severe linee architettoniche della Chiesa del Gesù, ma ancora di più da Santa Maria del Popolo, del cui interno descrive le belle tombe del Sansovino e le famose tele “La crocifissione di Pietro e La caduta da cavallo di Paolo” di Caravaggio, che definisce grandissimo pittore e grande scellerato per la sua vita bohémienne e ribelle.





Uno dei tanti affascinanti scorci sul Tevere



La Chiesa del Priorato di Malta sull'Aventino


Lo scrittore si sofferma spesso sui panorami naturali che la Città offre dall’alto dei colli, in particolare dall’Aventino dove si eleva l’armoniosa facciata neoclassica della Chiesa di Santa Maria del Priorato di Giovan Battista Piranesi, dai cui giardini, com'è noto, si ammira un incomparabile scorcio della cupola di San Pietro. Stendhal elogia gli splendidi giardini del Pincio per la vista superba sulla Città che si gode dalla terrazza e rammenta l’abitudine invernale, agevolata dalla dolcezza del clima, delle passeggiate a piedi delle dame romane, secondo una moda tutta francese, quasi un analogo Bois de Boulogne!
Da Castel S. Angelo al Campidoglio ai Fori Imperiali, Stendhal conduce idealmente il lettore in un percorso esaltante d’archeologia e di storia; definisce il Pantheon "il più bel resto d’antichità romana", per l’arditezza architettonica della cupola da lui definita sublime. Nutrito di studi illuministici, predilige, infatti, l’arte classica e la cultura del Rinascimento allo stile barocco, che ritiene troppo ampolloso e sulle cui opere emette spesso giudizi caustici, mai privi d’ironia. I suoi personali gusti estetici non gli impediscono, però, di apprezzare capolavori come l’ Estasi di Santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini: dinanzi al marmoreo gruppo, in Santa Maria della Vittoria, in cui la Santa d’Avila è rapita in un’ascesi mistica , mentre un angelo sta per trafiggerle il petto, così si esprime lo scrittore: che arte divina, quale voluttà, rivelando un non comune senso critico nell’individuare proprio nella sintesi di sacro e profano la sostanza dell’arte berniniana.



L'Arco di Settimio Severo nei Fori Imperiali








Castel Sant'Angelo e Ponte Elio, una delle mete preferite dello scrittore





La magnificenza barocca di Piazza Navona, bagnata dalla pioggia


Benché sia affascinato dalle innumerevoli testimonianze artistiche della Capitale, che secondo lo scrittore francese creano a volte una sorta di vertigine (definita, da allora, sindrome di Stendhal!), egli visitò volentieri anche i dintorni di Roma; in particolare fu attratto dai Colli Albani e da Ariccia, dimora di principi, cardinali e Papi. Palazzo Chigi, fatto ricostruire alla metà del ‘600 da Alessandro VII su progetto del Bernini e di Carlo Fontana, lo colpì per gli interni fastosi, ma ancor più per l’immenso parco, 28 ettari di bosco, l’antico Nemus aricinum, sacro a Diana. Il barco, come era chiamata questa zona di caccia allora popolata di daini e di caprioli, poteva ben rappresentare l’ideale stesso del paesaggio romantico: una natura verdissima di latifoglie e alberi millenari, intatta nella sua pittoresca bellezza, adorna di fontane e di reperti antichi provenienti dalla via Appia. Il Palazzo, all’epoca di Stendhal ancora soggiorno estivo per ospiti illustri, si conserva oggi eccezionalmente integro: l’imponente struttura architettonica, con l’originario arredamento seicentesco, firmato dalla scuola del Bernini, gli affreschi, i quadri, le sculture di noti artisti e i rari parati in cuoio stampato, detti di Cordova, rappresentano un complesso “unico” in Europa.
Nei raffinati appartamenti, negli ampi saloni, nelle camere da letto arricchite di baldacchini lussuosi del Palazzo di Ariccia, il regista Luchino Visconti ambientò negli anni ’60 il celebre film “Il Gattopardo”!.


Bruna Condoleo, storica dell'arte e giornalista, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte



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