Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno I - Nov./Dic. 2005, n. 0
IN MOSTRA

MANET


Un classico della modernità
di Bruna Condoleo

Mostra monografica dedicata a Edouard Manet con 150 opere, prestate dai più prestigiosi musei del mondo: 35 oli, disegni, incisioni e fotografie.
Roma - Complesso del Vittoriano, via San Pietro in carcere
fino al 5 febbraio 2006



Veduta di marina - 1864



Elegante e raffinato, borghese e progressista, Edouard Manet incarna il prototipo dell’artista che, conscio del proprio talento, è capace di trasfondere nella tradizione più aulica un linguaggio moderno di straordinaria libertà creativa.
Nato a Parigi nel 1832, inizia a dedicarsi alla pittura con Thomas Couture; al Louvre studia l’arte del passato, il Rinascimento italiano, il ‘600 olandese, la pittura spagnola e quando inizia a dipingere, si confronta con un mondo ancora legato alla pittura accademica, ai soggetti storici, mitologici e religiosi e ad una tecnica basata sul disegno e sul chiaroscuro. Il rifiuto di “ Colazione sull’erba”, presentata al Salon nel ’63, considerata scandalosa e perciò esposta al Salon des Refusès, inaugura un conflittuale rapporto con la critica ufficiale, che griderà allo scandalo anche due anni più tardi per “Olympia”, opera che farà inorridire lo stesso imperatore, Napoleone III, per l’oscenità della figura ritratta: una prostituta in attesa del cliente!


Ritratto di Marcellin Desboutins - 1875
Malgrado ciò, Manet continua a dipingere acquistando fama, tanto da essere ritenuto, di lì a breve, il fautore di un rinnovamento pittorico in senso realistico, condiviso da letterari come Charles Baudelaire, Emile Zola e Stéphane Mallarmé e da giovani artisti, come Claude Monet e Edgard Degas, i quali daranno vita nel ’74 al movimento impressionista, di cui egli non fece mai parte, pur essendone ritenuto il leader. Singolare tuttavia rimane la sua caparbietà nel voler ottenere l’approvazione dei Salon ufficiali, che alla fine lo consacrano maestro, capace di sedurre pubblico e critica con la ricchezza cromatica della tavolozza, degno erede dei Grandi del passato: Tiziano, Raffaello, Velázsquez, Goya. “Il posto di Manet è segnato al Louvre - disse Zola nel ’66 - come quello di Courbet e di ogni artista di forte ed implacabile temperamento”.

La Sultana - 1871

Chitarra e cappello - 1862

Giardino a Bellevue 1880
Proiettato nella vita di una Parigi moderna e borghese, quella descritta nelle pagine dei romanzieri naturalisti, Manet dipinge la realtà che lo circonda: le corse dei cavalli a Longchamp, la musica alle Tuileries, i bar alla moda, i ritratti degli amici poeti e pittori, come Gilbert Desboutin, bizzarro ed inqiueto bohémien, ma anche anonime fanciulle, mondane affascinanti, odalische misteriose, nudi sensuali. Attratto dall’arte italiana che ebbe modo di studiare anche dal vivo durante uno dei tanti viaggi nei paesi europei, trae i suggerimenti più stimolanti dalla pittura veneta del ‘500. Il tema del “Concerto campestre” di Tiziano (opera al tempo ritenuta di Giorgione), in cui sono ritratti musici e nude ninfe in un ambiente di natura, diviene nella sua ”Colazione sull’erba” (l’opera non è in mostra), una scena in cui azzimati giovani e disinibite fanciulle dell’epoca, immersi nel verde di un bosco, non lasciano spazio a travisamenti simbolici o metaforici. La tecnica pittorica, fatta di zone cromatiche contrastanti e piatte, priva di disegno e di prospettiva tradizionale, risultava spregiudicata


E.Manet - Olimpya (non in mostra) 1865
e lontana da ogni accademismo, la stessa utilizzata per Olympia (presente in mostra in alcune incisioni), che nulla conserva delle veneri antiche cui si ispira (Tiziano e Goya), né nella posa impacciata, né nel nudo goffo ed anticlassico, né negli audaci particolari (il fiocchetto nero al collo, accessorio alla moda, le scarpine dorate, il gatto nero, chiaro riferimento sessuale!). Sensibile alla bellezza muliebre, Manet dipinge spesso la figura femminile: Victorine e Marguerite, modelle predilette, la moglie Suzanne, Berthe Morisot, pittrice impressionista divenuta sua cognata, le numerose amiche, come Mèry Laurent ed Eva Gonzales, tutte ritratte con straordinaria finezza psicologica e vivezza interpretativa o immerse in colorati paesaggi.
Toreador e corride, gitani e ballerine, giovani in costume andaluso, perfino una natura morta con sombrero e chitarra, destinata alla porta del suo atelier, manifestano l’amore dell’artista per la brillantezza delle tinte, per il nero goyesco, per la passionalità di un popolo di cui ammirava l’arte e la cultura e quando nel ’65 visita finalmente la Spagna, rimane rapito soprattutto dalla genialità di Diego Velázquez, da lui considerato “il pittore dei pittori”. Nell’opera “Il bar delle Folies Bergère”, esposta con grande successo al Salon nel 1882, un anno prima dell’immatura morte, è ancora l’influsso dell’artista spagnolo ed il ricordo di “Las meninas” a farsi evidente nell’idea dello specchio riflettente una realtà posta al di fuori della tela. Il Bar, luogo mondano, descritto dai letterati del tempo, è ritratto da Manet dall’angolo di visuale di un ipotetico avventore che, riflesso nello specchio, parla con Suzon, la bionda cameriera, dallo sguardo perduto e malinconico, bella al pari della natura morta in primo piano, precisa e delineata quanto sintetica ed abbreviata è la rappresentazione della folla e delle luci del bar. Verità ed illusione, mondo visto e mondo riflesso propongono l’immagine di una realtà ambigua e molteplice, come la vita stessa.

Il porto di Calais - 1868

Le rondini - 1873
Interessato agli studi impressionisti sul “plein air” (la vicenda della luce all’aria aperta), ed influenzato dall’amico Monet, l’artista crea paesaggi e marine, velieri e gabbiani, in cui si nota un alleggerimento dell’impasto dei colori ed una maggiore leggerezza di tocco; ma il rilievo dato alle figure ed al loro rapporto con l’ambiente mostra che Manet utilizza spunti e tematiche impressioniste, ma rimane pur sempre ancorato ad un concetto classico della pittura d’athelier e all’uso del nero. Tuttavia l’amore per il mare, vivo fin dal viaggio a Rio de Janeiro compiuto a soli 17 anni, si percepisce nella vibrazione delle tinte cangianti dell’acqua, nel moto delle onde, nell’atmosfera vitale di darsene e spiagge. L’arditezza delle inquadrature e la sintesi delle forme, influenzate anche dall’arte giapponese, generano opere ispirate, come “Veduta di marina” o “Le rondini”, dove la madre e la moglie dell’artista si fondono con la vastità del paesaggio. Malato gravemente ad un gamba, durante gli ultimi mesi di vita dipinge soprattutto nature morte: rose, lillà, garofani e clematidi, le amate peonie, composizioni piene di fascino per la pennellata rapida e sontuosa, le quali, benché si colleghino alla tradizione francese settecentesca di Chardin e Fragonard, sono soffuse di un malinconico senso della fugacità delle cose, quasi presaghe del triste destino che incombe sull’artista. Una cancrena alla gamba fa decidere l’amputazione, ma il pittore muore prima dell’intervento, il 30 aprile dell'83. “Nel culmine del trionfo borghese, degli artifizi convenzionali, delle finzioni accademiche- ha detto il critico Leymarie- egli inaugura con una grazia ineffabile la pittura assoluta, senza altro segreto che la propria evidenza e autonomia ” (1955, L’Impressionismo)

Ramo di peonie bianche e cesoie - 1864