Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno IV- Autunno 2008, n.16
IN MOSTRA 

Gi anni fra le due guerre


PICASSO: 1917/1937. L’Arlecchino dell’arte
di Bruna Condoleo




Maschere della commedia dell'arte, nudi e figure dall'impostazione classicheggiante, visioni surrealiste, composizioni astratte: sono le immagini della mostra che Roma dedica al periodo dell'arte picassiana che va dal 1917 al '37. Con il titolo “Picasso. L'Arlecchino dell'arte”, vengono riproposti 20 anni di fervida creatività, iniziati con la visita del Maestro in Italia, contrassegnati dalla suggestione dell'arte e della cultura italiane e terminati con il capolavoro "Guernica". Si tratta di 180 opere che riassumono l'eclettismo del poliedrico artista spagnolo, oscillante con identica forza espressiva dal cubismo al neoclassicismo, dal surrealismo all'arte astratta.
Per il visitatore il primo impatto è con due splendidi oli, molto diversi fra loro, ma ambedue del ’17: il malinconico “Arlecchino”, un tempo ritenuto un ritratto dell’amico Léonide Massine, coreografo del balletto “Parade”, dipinto nello stile misurato dei periodi blu e rosa, e “L’italienne”, opera d’ispirazione cubista, in cui una coloratissima contadina romana si staglia sullo sfondo della cupola michelangiolesca.
Da una sala all’altra del Vittoriano, che ospita la bella mostra, l’emozione si amplifica gradatamente in un crescendo di note diverse che conducono il visitatore nei meandri di una genialità proteiforme, che ha ripetutamente trasformato se stessa senza rinnegare i momenti precedenti, anzi innestandoli nel solco di un inesauribile divenire creativo.
 




Arlecchino, 1917

Dalle nature morte di stampo cubista ai quadri famosi, rutilanti di colori, come “Arlecchino musicista”, che André Breton scelse per il suo saggio “Le surrealisme et la peinture” nel ‘25; dagli oli che fissano con tratto delicato l'eterea e lunare femminilità di Marie Thérèse Walter, una delle donne amate dal pittore, agli acquerelli surrealisti eseguiti a Cannes nel '33, è tutto un susseguirsi di immagini estremamente vitali. L'amore di Pablo Picasso per la classicità, per il mito mediterraneo, per la bellezza delle città da lui visitate (oltre Roma, Firenze, Napoli e Pompei) esplode nei colori intensi, nel vigore delle forme, nella dolcezza sinuosa o a volte ieratica di alcune figure femminili, mollemente abbandonate o ritratte in gesti antichi.



Donna che legge, 1920

 





Due donne alla finestra, 1927

Un capolavoro, come “Donna che legge” del '20, desunta da un ritratto della moglie Olga, danzatrice dei Balletti russi, rivela suggestioni pompeiane ed echi ingresiani nelle plastiche forme, riproponendo con una serenità ideale la misura classica di un genio, capace di sostituire alle provocazioni clamorose, alla volontà demolitrice di ogni regola pause di rigore meditativo in una stagione della vita meno anticonformista, ma ugualmente autentica quanto le intemperanze più sovvertitrici.




Lo studio, 1934
  Il colore brillante e vivido, ormai totalmente recuperato dopo la stagione cubista, convive dialetticamente con le zone bianche in una sorta di dolce contrappunto musicale, in opere come “Due donne alla finestra” o “Lo studio” .
La mostra romana dedica uno spazio importante anche ai disegni, alle acqueforti e a due acquetinte, Il sogno e la menzogna di Franco , create in omaggio ai “Disastri della guerra” di Francisco Goya, opere espressioniste che rappresentano la prima condanna espressa da Picasso nei confronti del regime franchista spagnolo.
“L'arte astratta - asseriva Picasso nel '35- non esiste: bisogna sempre cominciare da qualcosa, dopodiché si può togliere ogni apparenza di realtà: non c'è pericolo, poiché l'idea dell'oggetto ha lasciato un'impronta incancellabile”. Perciò negli oli dipinti negli anni '30, in cui la suggestione dell'astrazione si fa più evidente, le forme reali non svaniscono totalmente, ma lasciano tracce nelle stratificazioni della memoria e nell'acuta sensibilità del Maestro, come avviene nella furiosa mischia di linee e di colori di “Corrida”, che sembra già preannunciare l'action painting di Jackson Pollock..
“La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti - diceva Picasso nel 1945 –, essa è uno strumento di guerra offensivo e difensivo contro il nemico”: otto anni prima, per il Padiglione spagnolo dell'Esposizione Universale parigina, aveva dipinto il quadro più celebre, “Guernica”, dileggiato ed amato insieme, simbolo di tutte le violenze immaginabili, moderno emblema della follia della guerra, espressione pregnante dell'impegno politico e umano dell'artista.
La mostra vuole pertanto focalizzare l'interesse del pubblico su alcune opere preparatorie a questo capolavoro assoluto del ‘37, dipinto in un periodo in cui Picasso diviene per artisti e per uomini di cultura italiani e stranieri una figura importante di riferimento, oltre che per ricerche e sperimentazioni innovatrici, per concreto impegno ideologico. Tra i dipinti e i disegni esposti spicca lo studio ad olio “ Testa di cavallo”, conservato a Madrid, in cui un cavallo viene trafitto dal toro durante la corrida, motivo che, com'è noto, diverrà centrale nella composizione del suo capolavoro, grido traslato in immagini, denuncia furibonda espressa in termini figurativi, con cui ogni artista nel futuro dovrà confrontarsi inevitabilmente.





Corrida, 1934
 


Donna che piange con fazzoletto, 1937


Tra le donne che hanno fortemente inciso nella vita di Picasso è la giornalista Dora Maar, ispiratrice di Guernica, che viene da lui ritratta più volte: i suoi lineamenti stravolti ed aggressivi rimangono tuttavia riconoscibili, benché contrassegnati dalla sofferenza e dal terrore. Presa a soggetto per “Donna che piange con fazzoletto”, è un'immagine forte, riproposta con una varietà di tensione lineare, di forme e di tinte che sa anche rinunciare al colore pur di raggiungere la forza espressiva della sintesi.
Nella mostra romana, curata da Yve-Alain Bois, Ordinario di Storia dell'arte a Princeton (New Jersey), è anche in esposizione l'intera serie di acqueforti, denominata “Suite Vollard”, 100 opere realizzate tra le due guerre, da cui si evince il profondo legame dell'Artista con la tradizione classica, ma anche con Goya e con Rembrandt. Si tratta di un intreccio proteiforme di immagini che spaziano da temi, quali lo studio dello scultore, a storie del Minotauro, immagine mitica cara al pittore, che riduce gradualmente la possente bestialità della figura per una linearità arcaica che pur conserva una terribile forza icastica.

La mostra è visitabile a Roma, al Complesso del Vittoriano, fino al 8 febbraio 2009.


Bruna Condoleo, storica dell'arte, giornalista, curatrice di mostre ed autrice di cataloghi d'arte


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