Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VII - n.29 - Giugno-settembre 2011
IN MOSTRA 



MIMMO PALADINO, a PALAZZO REALE
di Bruna Condoleo





Paladino: Porta, tecnica mista su tela e legno, 2007




A Milano, nella sede di Palazzo Reale, si sta svolgendo una grande mostra dedicata a Mimmo Paladino, che vuole essere anche un omaggio ai trent'anni di attività del maestro campano, con l'esposizione di 50 opere, tra dipinti, sculture e installazioni. Nel contempo nella Piazzetta Reale è stata ricreata la famosa installazione Montagna di sale, ideata dall'Artista per Gibellina nel 1991 e riproposta a Napoli nel 1996, mentre nell'Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele è stato posto il modello 1:1 dell'Aeroplano della Piaggio, la cui livrea è stata dipinta dal Maestro.
Dalla nascita della Transavanguardia ad oggi, Mimmo Paladino ha compiuto un percorso di approfondimento del proprio stile, già chiaro dalle prime mostre degli anni ‘80, ma divenuto col tempo sempre più autonomamente creativo. In riferimento al quadro intitolato “Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro” del 1977, così scrive il filosofo Arthur C. Danto nel catalogo della mostra: “ Il quadro stesso va oltre il lavoro d'avanguardia che il pittore aveva realizzato fino ad allora. È una dichiarazione di indipendenza. Se mi è concesso usare il termine, ha uno spirito che è molto diverso da quello dei quadri in esso raffigurati.
Narra senza dubbio la storia della nuova libertà dell'artista. Era questo spirito che gli esponenti della nuova scuola condividevano; erano accomunati dallo spirito ma, a differenza dei Fauve o dei cubisti, non da uno stile. Sarebbe eccessivo esigere che tutte le opere della Transavanguardia fossero logicamente perfette, e certamente non lo erano le opere che Paladino dipinse in seguito. Non sono sicuro, in verità, che il pittore sia poi rimasto rigorosamente inscritto nella Transavanguardia. A quanto ricordo della visita allo studio di Mimmo, la Transavanguardia era di per sé già superata, dato che discutemmo della direzione in cui stava andando l'arte in quel periodo. Direi senz'altro che lo spirito della sua prima opera classificabile come Transavanguardia

Senza titolo (tavola con elmi), legno e terracotta, 1993

scomparve dal lavoro successivo, a giudicare dai quadri rappresentati nella monografia dedicata da Charta principalmente ai suoi dipinti, che persero presto la tavolozza un po' matissiana di Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro, e acquisirono uno spirito sempre più cupo parallelamente alla crescente sgradevolezza della gamma cromatica. Il suo colore predominante era quello della carne secca. Il problema fondamentale nella sua evoluzione di artista è proprio l'incupimento dello spirito dei suoi quadri”.
Le radici concettuali dell’esperienza artistica di Mimmo Paladino sono superate, infatti, da una riconsiderazione della storia e della cultura d’origine e dalla scelta di una figuratività riproposta attraverso stilemi di estremo rigore formale. L’amore per la scultura resta un elemento essenziale dell’attività di Paladino, pur nell’ampia capacità di spaziare dal disegno all’incisione, dalla grande scultura in bronzo al legno e al calcare; tuttavia dalla metà degli anni ’80 si fa difficoltà a separare pittura e scultura, che si fondono in un’inscindibile unità.

Superando ogni regola, nell'opera di Paladino “i passati” si accavallano e gli stili si intrecciano, come se tutta la storia dell'arte emergesse fratta e sconvolta nel ricordo dell'Artista, per riaffermarsi con novità di sensazioni e pregnante gestualità. L'amore per il mito proviene in massima parte dalla sua origine campana e dall'affezione per una cultura millenaria, ricca di valori; il suo istinto lo avvicina anche alle tradizioni popolari, al culto dei morti e dei santi, alle paure ataviche dell'uomo, al mondo dei sogni. L'assorbimento di tanti linguaggi artistici, dall'arte greca a quelle romana, egizia, paleocristiana e romanica, quest'ultime culture ancora vive nel Meridione d'Italia, costituisce una ricchezza per la creatività di Paladino, uomo del Sud e dunque imbevuto




Cacciatore di stelle, aeroplano Piaggio- Aereo p.180. Ottagono Galleria Vittorio Emanuele II, Milano. 2011
 
geneticamente di una cultura sedimentata e complessa. Tuttavia nella sua sensibilità di contemporaneo rivivono in modo originale anche i linguaggi delle avanguardie: l'astrattismo di Kandinskij, la poetica di Klee, il concettualismo di Beuys, il rigore di Brancusi, echi picassiani, suggestioni diverse che l'eclettismo nomade dell'Artista riesce ad unificare con l'essenzialità allusiva del gesto.
Nelle maschere impenetrabili, nei busti di guerriero o nei legnosi cavalli dalla testa d’uccello Paladino ripristina il senso metafisico delle immagini, accentuandone la ieratica monumentalità attraverso l’immobilità fisica. Le sculture, siano esse grandiose, come Hortus conclusus (’91), o di ridotte dimensioni, come Marcofio (‘93), sono concretizzazioni di simboli o di fantasmi dell’immaginario, figure emblematiche che generano stupore e spaesamento. Libera da qualsiasi artificio estetico, l’arte di Paladino possiede l’enigmatica semplicità della bellezza dei primitivi, in cui analisi e
sintesi, meditazione e spontaneità s'integrano perfettamente. Il cavallo è figura cara all'Artista e protagonista di molte opere: esso è il guardiano dei nostri sogni, è il luogo dei segreti, nume tutelare, pronto ad aiutarci nel pericolo; a volte è simbolo di speranze distrutte, o di energie che si ricreano, come nei 20 cavalli di legno bruciato, abbandonati su una montagna di sale, nella scultura-ambiente riproposta ora a Milano, di cui Danto scrive: “ Non c'è niente che regga il confronto con l'imponente Montagna di sale che l'artista ha eretto in piazza del Plebiscito a Napoli (1996), disseminata di cavalli arcaici; il mondo dell'arte dell'ultimo quarto di secolo non ha nulla di paragonabile. C'è qualcosa di magicamente alchemico nella visione di questi cavalli arcaici che si dibattono su una piramide di sale”.



La montagna di sale, Piazzetta Reale, Milano. 2011 (foto Pasquale Palmieri, copyrigth)



Più spesso il cavallo è idolo primitivo, figlio della notte e del mistero, che, alla stregua del Cavallo di Trundholm trasportatore solitario del Carro del Sole (scultura risalente al II millennio a.C., Copenaghen), è guida sicura verso l'Eternità, immagine geometrizzata, forma autonoma che conserva i segni di un'antica regalità.
Dai lunghi viaggi in Brasile Paladino ha riportato il fascino dei riti animistici, in cui vita e morte, attrazione e timore dell'ignoto si giustappongono: allo stesso modo in molte sue opere scheletri e maschere, animali morti e figure vive, demoni ed esseri angelici si abbinano in un inquietante, muto colloquio.
Un'estrema sintesi segnica e coloristica caratterizza le creazioni più recenti dell'Artista: volti di idoli mesopotamici, dipinti con foglia d'oro su legno, mani aperte su cui sono incisi simboli mistici, stilizzati cavalli dalle zampe lunghissime, immersi in un ovattato clima di mistero.



Medusa, olio, encausto e collage su tela, 1984

 
Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro, olio su tela, 1977

Anche quando la figura umana completa l'immagine equestre, si tratta di una presenza ieratica, sostanziata d'eternità, apparizione silenziosa che “esige il silenzio”, come ha ben commentato Norman Rosenthal nel testo intitolato “Paladino” ( Fabbri Editori, Firenze, 1993).
La contaminazione di stili permette all'Artista di fluttuare al di sopra di uno smisurato bagaglio culturale, senza necessità di approdi, ma lasciandosi “trapassare dagli eventi”, con totale libertà e con una ritrovata capacità manuale, mantenendo la propria poetica coerente e lontana da qualsiasi provvisorietà. Paladino adotta l'ambiguità contro l'assolutezza di una cultura, quella contemporanea, che ha disconosciuto una visione unitaria del mondo; la sua arte riscopre il mistero dell'ignoto contro la certezza di una razionalità incapace di dare le risposte fondamentali dell'esistenza.



Senza titolo, tecnica mista su legno, 2009


Grande Cabalista, olio e pigmenti su tela, 1981



Segni astratti, numeri e geroglifici, uso frequente del nero esaltano il pathos delle immagini: una tendenza primitivistica, la sua, condivisa da un clima di neo-espressionismo internazionale, che in Paladino si concretizza nella potenzialità espressiva del “gesto”pittorico: come nell’ arte arcaica, sono alcuni particolari, come il gesto di una mano o l’atteggiamento di una figura, a comunicare la sintesi delle emozioni e dei sentimenti. Se i volti delle sue figure sono irrigiditi in assorte malinconie, le bocche semiaperte sembrano intonare il canto di un’antichissima melodia. Silenzio e musicalità, essenzialità e voracità di forme: l’Artista fonde il carisma degli antichi con la sensibilità dei moderni, dimostrando che l’immagine, quando conserva l’originaria forza etica e fantastica, anche in mezzo al desolante e spersonalizzato mondo dei consumi può mantenere inalterata la primigenia energia espressiva.


La mostra milanese “Paladino a Palazzo Reale”, curata da Flavio Arensi, si concluderà il 10 luglio 2011.

Bruna Condoleo, storica dell'arte, giornalista, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte



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