Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.42 - Ottobre - dicembre 2014
IN MOSTRA 



Mattia Preti, il "Cavalier calabrese"
di Bruna Condoleo





Mattia Preti è un artista barocco, forse meno noto di altri, ma altrettanto eccellente, autore di capolavori sia in Italia che a Malta, dove trascorse quasi 40 anni della vita.
Con lo scopo di far conoscere ai più una sua bellissima opera conservata a pochi chilometri da Roma, siamo andati nella città di San Martino al Cimino, in provincia di Viterbo, dove si può vedere un grande stendardo, commissionato all’artista dalla Confraternita del S.S. Sacramento, in occasione del Giubileo del 1650. Conservato nel piccolo Museo dell'Abate, attiguo alla grandiosa Abbazia cistercense dedicata al Santo, siamo stati rapiti dalla bellezza dell’opera che raffigura sul recto l’episodio di San Martino e il povero e sul verso il Salvator mundi. Nato come stendardo, fu pagato da Olimpia Maidalchini Pamphilij (1), la potente e spregiudicata cognata di Papa Innocenzo X, affinchè potesse sfilare nelle cerimonie dell’Anno Santo; fu usato nelle processioni per moltissimo tempo e pertanto venne danneggiato dalle intemperie. Trasformato in pala d’altare nel 1840, nel 1985 ha subito un buon restauro. La grande opera mostra in alto due angeli con lo stemma di Papa Innocenzo X (il papa della berniniana Fontana dei 4 fiumi e della borrominiana Chiesa di Santa Agnese in Piazza Navona!) e in basso un angioletto con lo stemma di donna Olimpia, figure ridipinte nel ‘700.


La facciata dell'Abbazia cistercense di S. Martino



L'interno della gotica Abbazia con i suoi giochi di luce
La figura del Santo, un soldato romano figlio di un tribuno, è un’immagine raffinata per il luminismo morbido della corazza e il tenero volto, immerso in un significativo colloquio di sguardi con il povero cui dona con spirito di carità metà del proprio mantello; il cavallo è una massa potente e dinamica che colpisce sia per l’originale inquadratura prospettica obliqua, accentuata dalla fonte di luce, sia per la testa fremente. L’espressività dello sguardo di questo esemplare, memore di altri famosi cavalli cinquecenteschi, è vibrante di un’ inaspettata “umanità”, quasi a condividerla con il suo generoso cavaliere, e irrompe nella scena con vigorosa quanto bonaria fisicità. Del resto i cavalli ricorrono spesso nelle opere di Preti, soprattutto da quando si trasferì a Malta ed eseguì molteplici committenze per l’Ordine dei Cavalieri. Questi ultimi, ritenuti campioni della fede cristiana, assegnavano una grande importanza alla figura di San Giorgio, ritratto sempre sul suo bianco destriero mentre uccide il drago, simbolo del male, e una grande tela con S. Giorgio fu anche dipinta dal Preti per una chiesa de La Valletta.
Nell’opera conservata a San Martino al Cimino colpiscono la leggerezza della pennellata, il dinamismo compositivo e la calda tonalità dei rossi. Decisi contrasti luministici donano tensione e movimento alla scena: la luce, a differenza di quella caravaggesca d’origine trascendente, colpisce e si irradia sui due personaggi accentuando il gesto generoso del soldato e la schiena nuda del povero, posta in primo piano, e dunque, come fosse un espediente di regia teatrale, ha lo scopo di commuovere l’osservatore con effetti speciali.



Mattia Preti: la pala di S. Martino e il dono del mantello, 1649
Museo dell'Abate, S. Martino al Cimino


Il "verso" della pala con "Il Salvator mundi", Museo dell'Abate



Nato a Taverna, un piccolo paese in provincia di Catanzaro nel 1613, Mattia Preti fece molta strada grazie al suo innato talento che gli permise di ottenere uno stile personale, pur modulato sui linguaggi dei grandi artisti coevi: Giovanni Lanfranco e Guercino, Jusepe de Ribera, detto Lo Spagnoletto e Caravaggio, che restò un riferimento costante della sua lunga produzione pittorica. Appena giunto a Roma dalla Calabria a soli 17 anni, nel 1630, si entusiasma, infatti, del naturalismo caravaggesco, scegliendo come temi preferiti delle sue tele musicisti e giocatori, soldati e scene di genere.
A Roma l’artista ha lasciato opere pregevolissime, come gli affreschi dell’abside di S. Andrea della Valle, ma fu a Napoli che espresse il meglio di sé realizzando grandiosi martirii colmi di pathos, di un virtuosismo inedito e di un accentuato chiaroscuro. Sconfitto, però, dall’astro nascente di Luca Giordano, si trasferisce a Malta dove nel 1661 decora l’intera volta della navata centrale della Chiesa di S. Giovanni alla Valletta, ottenendo dall’Ordine dei Cavalieri il Cavalierato di Grazia per meriti artistici. Il suo metodo di lavoro veloce e la facilità di esecuzione, veramente rari, gli permettono di conquistarsi, al pari (e forse più) del Caravaggio, la stima dell’Ordine e la mai offuscata fama di Cavalier calabrese.
Sul verso dello stendardo di San Martino è raffigurato il “Salvator mundi”;, come accennato, un’immagine di Cristo emozionante, dal cui costato sgorga il sangue raccolto da un angelo in una patera d’oro. L’allusione al Sacramento dell’Eucarestia, cui era intitolata la Confraternita, è chiara, tuttavia il coinvolgimento con il soggetto dipinto non deriva dall’iconografia, proviene piuttosto dal gioco sapiente di luci e ombre che fa rilucere d’intensa spiritualità il bel corpo nudo di Cristo, risaltante sullo sfondo scuro di caravaggesca memoria.
Pur assorbendo i suggerimenti provenienti dalla pittura seicentesca, Preti non è mai scaduto nell’imitazione: il suo linguaggio pittorico sa fondere la fastosità barocca con le tendenze realistiche, l’ispirazione colta con il gusto popolare, la bellezza formale con l’espressività.


Pala di San Martino: (part.) Il dono del mantello al povero.


(1) Olimpia Maidalchini, donna molto ambiziosa e avida, denominata “la pimpaccia”, andò sposa a un rampollo dei Pamphilij, fratello del futuro Papa Innocenzo X e, a quanto si evince dalle fonti , divenne l’eminenza grigia del governo papale e delle sue scelte, perciò chiamata “la papessa”. Nominata principessa di San Martino, fu lei a restaurare l’antica e abbandonata Abbazia e ad affidare al grande architetto Francesco Borromini la ristrutturazione con due torri della facciata abbaziale, la costruzione della Porta principale della cittadina e del palazzo principesco. Morì di peste nel 1657 e fu sepolta sotto la navata centrale dell’Abbazia.



Bruna Condoleo, storica dell'arte, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte



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