Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XIII - n.55 - Gennaio - marzo 2018
IN MOSTRA 



Roma: MONET al Vittoriano
di Bruna Condoleo




Il giornalista e critico Louis Leroy non poteva certamente immaginare che il termine ironico e dispregiativo da lui usato per definire il quadro di Claude Monet “Impression, soleil levant” sul giornale “Charivari”, una tremula e indistinta rappresentazione dell’alba nel porto di Le Havre, sarebbe divenuto la denominazione più calzante per definire un fondamentale movimento artistico di fine ‘800: l’ Impressionismo! Da quella famosa e contestata mostra parigina del ’74, dove fu esposta la tela di Monet, nasce, infatti, un nuovo modo di dipingere che rivoluziona la rappresentazione pittorica della natura e la tecnica artistica: rifiutati dalla critica ufficiale, i giovani pittori che formano il gruppo rinnegano la tradizione e i dettami accademici per aderire a una visione del mondo che potesse esaltare l’incessante trasformazione della natura nella luce del giorno, così come viene  percepita dall' occhio umano.
A Roma al Complesso del Vittoriano si sta svolgendo la straordinaria mostra “MONET”, che espone circa 60 opere del caposcuola dell’Impressionismo, giunte in Italia dal Musée Marmottan Monet di Parigi, detentore della più completa collezione di tele del Maestro francese.



Vétheuil nella nebbia, , 1879, Olio su tela, 60x71 cm. Parigi, Musée Marmottan Monet, © Musée Marmottan Monet, paris c, Bridgeman-Giraudon / presse


Barca a vela. Effetto sera , 1885 Olio su tela, 54x65 cm Parigi, Musée Marmottan Monet © Musée Marmottan Monet, paris c Bridgeman-Giraudon / presse



Lungo e variegato il percorso artistico di Claude Monet (Le Havre 1840/ Parigi 1926), che a poco più di vent’anni, attratto dall’opera dell’amico Gustave Courbet, pittore realista di grande talento, comincia a dipingere tele contrassegnate da un fresco realismo, sia nella scelta dei soggetti, sia nella predilezione per una tavolozza leggera e luminosa. L’artista si appassiona anche all’opera di Edouard Manet, considerato poco più tardi dagli stessi Impressionisti il loro padre spirituale, lui che con il suo Dejéuner sur l’herbe (1863) aveva scandalizzato tutta Parigi non soltanto per il soggetto, una colazione campestre di donne seminude e azzimati parigini, ma soprattutto per la sconcertante novità della tecnica pittorica, priva di chiaroscuro e di prospettiva lineare. Fin dagli anni ’60 in Monet s’intravede una tecnica innovativa che dà molta rilevanza all’intensità della luce diffusa e utilizza una pennellata rapida a tratteggio, spesso a virgola, due elementi che risulteranno fondamentali nella cifra più pura dell’Impressionismo dopo circa un decennio. Secondo la poetica condivisa dal gruppo, fondamentale è il contatto diretto del pittore con la natura; pertanto l’artista deve abbandonare il chiuso dell’ atelier per dipingere dinanzi agli spettacoli naturali che predilige, ovvero “en plein air”, con tocchi veloci, colorando direttamente sulla tela l’immagine impressa sulla retina, senza ricorrere al disegno geometrico nè alla prospettiva tradizionali.


Il castello di Dolceacqua , 1884 Olio su tela, 92x73 cm. Parigi, Musée Marmottan Monet © Musée Marmottan Monet, Paris c Bridgeman- Giraudon / presse


Londra. Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi, 1905 Olio su tela, 81,5x92 cm. Parigi, Musée Marmottan Monet © Musée Marmottan Monet, Paris c Bridgeman- Giraudon / presse



Le opere di Monet degli anni ‘70/’80 attuano pienamente tale innovativa interpretazione del dato naturale, trasferendo sul quadro il dinamismo e l’energia delle cose: opere come “Vétheuil nella nebbia”,  “Il treno nella neve” o Barca a vela mostrano quanta vitalità vi sia nella fusione di luce e colore. Uno degli aspetti singolari dell’arte di Monet era l’abitudine a dipingere più volte lo stesso soggetto in diverse situazioni climatiche, per rincorrere i mutamenti della luce naturale e del colore durante le stagioni e le differenti ore del giorno: celebri i paesaggi costieri della Normandia o la serie delle Cattedrali a Rouen. Questa tendenza di Monet alla serialità, così originale, ci colpisce doppiamente, sia perché rivelatrice della volontà di fermare sulla tela l’attimo fuggente nelle infinite variazioni cromatiche della luce, sia perchè anticipa un gusto che nascerà nella pop art degli anni ’60 e che evidenzia la straordinaria contemporaneità del linguaggio dell’artista!
Tra la fine dell’800 e i primi decenni del nuovo secolo, infatti, Monet affinerà uno sguardo sempre più penetrante sul mondo e attraverso un lirismo intenso e una maturata capacità di astrazione formale darà inizio inconsapevolmente a un rivoluzionario capitolo dell’estetica del XX secolo: l’arte astratta! Soltanto 3 anni prima di morire l’artista recupera un po’ la vista, dopo aver subito ben 3 operazioni alla cataratta; tuttavia la suggestiva serie delle "ninfee", dipinte nel suo amato giardino di gusto giapponese da lui creato a Giverny (collezione donata nel 1918 allo Stato francese per la pace dopo la I Guerra mondiale), sa raccontare in maniera sempre nuova la mutevole vicenda della luce, le nubi riflesse nell’acqua dei laghetti rese con infinite gradazioni tonali, le vibranti piante da lui predilette: emerocallidi, apaganti,  salici piangenti, come si vede, ad esempio,  in “Salice piangente” del ’18.




Ninfee , 1916-1919 Olio su tela, 130x152 cm. Parigi, Musée Marmottan Monet © Musée Marmottan Monet, paris c Bridgeman-Giraudon / presse


Salice piangente , 1918-1919 Olio su tela, 100x120 cm. Parigi, Musée Marmottan Monet © Musée Marmottan Monet, paris c Bridgeman-Giraudon / presse



In questa tela l’albero è apparizione suggestiva e magica, visione interiore che rivela un sentimento panico della natura ove immergersi e quasi svanire. Con la stessa genialità pittorica con cui ha dipinto il mare, in tutte le ore del giorno e delle stagioni, la Manica e le selvagge scogliere atlantiche della Bretagna, rendendo palpitanti i grandi panorami con i loro effetti cangianti e gli infiniti riflessi luminosi, Monet ha lasciato ai posteri immagini indimenticabili di panorami europei, come le Palme di Bordighera, i castelli italiani, le brume sul Tamigi (con un richiamo all'arte di Turner!), ma soprattutto l'incanto dei suoi fiori: le rose, gli iris gialli e le peonie del suo giardino.


Malgrado sia l’iniziatore di un movimento che intendeva riproporre liberamente sulla tela l’impressione ottica del divenire della natura, mano a  mano che l' esperienza artistica si inoltra nel ‘900 i paesaggi di Monet divengono il riflesso del suo occhio “interno”. L’immagine dipinta, grazie a una pennellata rapidissima e liquida, si sfalda e muta sia nell’aspetto esterno, sia nel sentimento che la pervade, risultando infine un paesaggio dell’anima, ovvero lo specchio di un’emozione intima quanto ineffabile che travalica ogni tipo di realistica sensazione: il giardino di Giverny, dove l’artista trascorre i suoi ultimi 40 anni di vita, amato come una sua creatura, divenne il tema preferito cui dedicò la straordinaria produzione pittorica di glicini e di ninfee.


Ninfee e agapanti , 1914-1917 Olio su tela, 140x120 cm. Parigi, Musée Marmottan Monet © Musée Marmottan Monet, paris c Bridgeman-Giraudon / presse


Il ponte giapponese , 1918-1919 Olio su tela, 74x92 cm. Parigi, Musée Marmottan Monet © Musée Marmottan Monet, paris c Bridgeman- Giraudon / presse



Come Turner che un secolo prima, giunto alla fine della sua parabola artistica, aveva dipinto un mondo ove soltanto luce e colore riflettono il tragico destino dell’uomo e le sue fragilità, così Monet dissolve le forme dei fiori acquatici, dei ponticelli giapponesi, dei suoi roseti in un’abbagliante luminosità che confonde i contorni di una natura ormai completamente interiorizzata e divenuta pura essenza. Proprio nei dipinti della piena maturità, in cui il giardino si è trasformato in un respiro d’infinito, Monet raggiunge il clou della propria poetica, superando l’estetica impressionista e ponendo le basi per l’arte astratta.
Se i pittori Barbisonniers, i primi ad attuare una pittura all’aria aperta,  avevano scelto la foresta di Fontainebleau per meglio cogliere l'energia della natura, anche senza la presenza di figure umane, con Monet si arriva alla dissoluzione della realtà naturale nella luce che prende il sopravvento su tutto abbagliando lo sguardo, mentre la forma quasi si vaporizza. Nei grandi oli di “Ninfee”, risalenti al 1917/19, ci stupiamo del quasi totale disfacimento formale: da Giverny parte, dunque, un nuovo linguaggio artistico che approderà dopo circa 40 anni all’ Informale in Europa e all’Action painting in America, ma che in Monet conserva intatti un autonomo vitalismo e un’ intrinseca forza espressiva.

Curata da Marianne Mathieu, la mostra romana "MONET" si concluderà l’11 febbraio 2018. 




Ninfee , 1917-1919 Olio su tela, 100x300 cm. Parigi, Musée Marmottan Monet © Musée Marmottan Monet, paris c Bridgeman-Giraudon / presse



Bruna Condoleo, storica dell'arte, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte.




E' vietata la riproduzione anche parziale dell'articolo e delle immagini © Copyright