Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XV - n.66 - Ottobre - dicembre 2020
NUDITA' e SCANDALO nelle ARTI FIGURATIVE

I NUDI DI EDOUARD MANET
di Bruna Condoleo


Spesso nella storia dell'arte sculture e dipinti hanno creato scandalo, anche se in tempi diversi sono stati rivalutati artisticamente e accettati, superando preconcetti estetici, morali o religiosi. Tuttavia se possiamo comprendere il rifiuto di opere del lontano passato causato da costumi diversi, appare strano che in pieno Ottocento, età di progresso e di mutamenti politici e sociali, un quadro potesse ancora venir stigmatizzato come "assurdo e osceno" per il soggetto dipinto. E' il caso di un capolavoro francese, "Le déjeneur sur l'herbe" di Edouard Manet, celeberrima tela respinta dalla giuria ufficiale del Salon parigino all’Esposizione del maggio 1863, ma accolta con trionfo nel Salon des Refusés!
La tela di Manet, il cui soggetto mostra una scampagnata in un solitario boschetto, traduzione antiaccademica e borghese del tema cinquecentesco del “concerto campestre” (Giorgione, Tiziano e Marcantonio Raimondi), era stata definita dalla critica più autorevole del tempo come un banale  "bain" (con allusione alla donna intenta a bagnarsi), e giudicato idillio assurdo, di cattivo gusto e sconveniente, scena volgare dipinta appositamente per scandalizzare la società borghese!
Acuni critici più illuminati, pur non condividendo l'ambiguità del soggetto (due donne discinte con due uomini vestiti durante un'allegra colazione...) avevano apprezzato le doti compositive e coloristiche della tela, ma senza intendere che erano le novità pittoriche introdotte da Manet a sconvolgere i benpensanti, non il soggetto, e a far apparire quella donna nuda, seduta tra azzimati parigini mentre rivolge lo sguardo verso lo spettatore, così diversa e provocatoria dalle nnfe tradizionali!
Soltanto due anni più tardi, esponendo alla Galleria parigina Martinet un’altra opera, "Olympia", Manet suscitò di nuovo scandalo e un clamore imprevisto di pubblico, tanto che si cercò di allontanare la tela dagli sguardi troppo ravvicinati e goduriosi dei visitatori, rialzandola di molto da terra! L'Olympia era ancor più audace della "Colazione", poiché rispetto alle fonti pittoriche cui l'Artista palesemente si richiamava (la Venere di Urbino di Tiziano e L' odalisca con schiava di Dominique Ingres), essa mostrava un linguaggio innovativo nella tecnica, ma soprattutto metteva in evidenza uno spregiudicato  realismo della figura che non alludeva più alle veneri antiche, nè nella posa, nè nei particolari, e tanto meno nelle fattezze corporee.



Edouard Manet. Le déjeneur sur l'herbe, olio su tela, 1863, Musée d'Orsay, Paris



La critica, ancor più agguerrita di qualche mese addietro, definì il nudo immorale e laido: non si trattava, infatti, di una Venere classicamente perfetta, né di una flessuosa odalisca, ma della rappresentazione senza veli di una prostituta in attesa di un cliente! L'influenza della “Maja desnuda” di Goya, la più evidente rispetto agli altri modelli, può essere ravvisata nella veridicità della resa del nudo di Olimpya che ha perduto completamente, come accade anche nel modello spagnolo, l'idealizzazione formale che aveva da sempre caratterizzato l'esecuzione della nudità femminile. L'Olympia suggerisce l'idea di una donna concreta e come La Maja, che ha più nudo lo sguardo che il corpo, rivela una brutale quanto genuina vitalità. La modella preferita del pittore, Victorine Meurent, protagonista di altre opere più tradizionali, come "La suonatrice ambulante", per nulla avvenenti, acquista in questa tela un fascino inconsueto, accentuato dall'accecante luminosità del roseo incarnato corporeo, in forte contrasto con il nero dell'ancella e del gatto. Rispetto all'Olympia, la Maja è certamente più elegantemente invitante: le sue nudità, offerte totalmente alla candida luce che le avvolgono, si mostrano senza pretesti, si danno totalmente alla fruizione senza altro suggerimento se non la propria maliziosa bellezza. Anch'essa a suo tempo aveva destato sconcerto e riprovazione per il suo erotismo, tanto da essere sequestrata; ma l'Olympia, con le sue fattezze poco armoniose, le pantofole di seta dorate, il braccialetto e il vezzoso collarino nero, sembrava a tutti più audace e carnale e pertanto più scandalosa della Maja goyesca, malgrado il corpo un po' rigido e i tondi occhi inespressivi! Alla vibrante carnalità dell'Olympia sono ravvicinabili soltanto alcuni nudi coevi di Gustave Courbet, assieme a Manet padre del Realismo francese, che qualche anno dopo dipingerà "L'origine du monde", un piccolo olio ben più spregiudicato per la posa della modella (rappresentata senza volto e dalla vita in giù!), che non poté tuttavia destare scandalo perchè venduto al diplomatico turco Khalil-Bey prima che il pubblico potesse vederlo!(*)



E. Manet, Olimpya, olio su tela, 1863, Musée d'Orsay. Paris
www.wikipedia-Olimpya
J.A. Dominique Ingres, olio su tela, 1832. Walters Art Gallery, Baltimora





Tra le critiche più malevole che ferirono Manet ricordiamo quella di César Chesneau che, accentuando l'ignoranza del disegno, metteva in luce la volgarità inconcepibile dell'Olympia e quella di Louis Leroy, giornalista e critico d’arte che definì la tela addirittura risibile! L'aver trasformato il tema classico del nudo disteso in una presenza inquietante, senza alcun abbellimento formale né trasposizione simbolica o poetica, aveva fatto del borghese Manet un pittore rivoluzionario. Tuttavia lo stravolgimento creato da questa tela nella società del tempo non nasceva dal soggetto prescelto, né dalla sua ipotizzata oscenità, bensì dalla modernità della tecnica, ovvero dalla spregiudicata resa pittorica dai contorni così netti, dalle forme corporee appiattite perché prive di chiaroscuri, che balzavano agli occhi provocatorie nella loro anti-accademica essenzialità. La sovversione presente nell'Olympia risiede, dunque, nella capacità che la grande pittura ha sempre avuto di stravolgere i canoni tradizionali, in nome dell'assoluta libertà creativa dell'artista. Pochissimi compresero allora tale senso di libertà: fra i letterati illustri, oltre a Charles Beaudelaire, ispiratore ed estimatore dell'opera di Manet, vi fu l'amico Emile Zola, strenuo difensore dell'Olympia, unico a recensire entusiasticamente l'opera sulla stampa. Per questo motivo il pittore gli dedicò un ritratto che suggella i gusti e le attività dello scrittore: stampe giapponesi alle pareti, la tela dell'Olympia e l'opuscolo che il romanziere aveva dedicato al pittore per esaltare il valore dello "scandaloso dipinto".





Francisco j. de Goya y Lucientes, Maja desnuda, olio su tela, 1800 c. Museo del Prado, Madrid
www.wikipedia-Maja desnuda
E. Manet, Ritratto di Emile Zola, olio su tela, 1868, Musée d'Orsay, Paris



La tela rimase per molto tempo invenduta, ricorrente destino di molti capolavori del XIX° e del XX° secolo: riapparve 25 anni dopo, al Palais des Beaux Arts nell'Esposition Universelle, dove fu acquistata dal Maestro impressionista Claude Monet, grazie a una sottoscrizione, e poi donata allo Stato Francese. Soltanto nel 1907 il Primo Ministro Clemenceau la fece collocare al Louvre, vicina all'Odalisca di Ingres, consacrandola finalmente come capolavoro; oggi, com’è noto, è conservata al Musée d'Orsay.

* Il diplomatico turco egiziano Khalil Bey, collezionista d’arte, espose la tela nella sua casa ma, data la scabrosità del soggetto, al riparo da occhi indiscreti, protetta dietro una tenda verde che veniva aperta soltanto nelle cene importanti per gli amici più intimi!

Bruna Condoleo, storica dell'arte, giornalista, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte



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