Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno III- Sett./ott. 2007, n.11
ARCHITETTURA DEL 2000

Il MART a Rovereto: Mario Botta
di Ilaria D'Ambrosi


MART di Rovereto: la cupola aerea del cortile d'ingresso di Mario Botta

Siamo abituati oggi a riconoscere un museo? come lo viviamo e quale immagine cerchiamo nella mente quando lo pensiamo? Se rivolgessimo queste domande ad un uomo del ‘500 o del ‘600 ci risponderebbero che il museo è un luogo legato al collezionismo privato, dove si raccolgono numerosi prodotti dell’ingegno dell’uomo; ed infatti se pensiamo alla Firenze medicea, ci ricordiamo che il primo museo ante litteram fu La Galleria degli Uffizi, destinata ad accogliere opere d’arte fin dalla seconda metà del cinquecento, come accadde più tardi, in età barocca, alla Galleria Borghese a Roma, residenza privata, destinata ad ospitare la ricca collezione d’arte di
Paolo V.
Ma la moderna concezione di museo inizia alla fine del XVIII secolo (il primo museo pubblico, a scopo conservativo, fu quello Pio Clementino in Vaticano, voluto da Clemente XIV e Pio VI nell'ultimo ventennio del ‘700), quando si definì una tipologia architettonica precisa, legata, ad esempio, alla natura delle collezioni e all'ordine espositivo, anche se bisognerà aspettare l'800, (secondo l'impostazione data da J. N. Louis. Durand, architetto e teorico francese), per trovare un vero e proprio tipo edilizio cui riferirsi per il prototipo di museo, ovvero sale costruite allo scopo e concatenate attorno a corti centrali. Durante il XIX secolo si inizia a studiare la funzionalità di queste sale, cioè la diversa conformazione e la distribuzione dei percorsi espositivi, per poi culminare con le ricerche del movimento moderno (cui si affianca la nascita della museografia), sviluppate attorno al concetto di organismo in continua evoluzione: ampliabile, trasformabile, flessibile, il museo moderno abbandona la ricerca di effetti scenografici e di una cornice monumentale, che spesso soffocava e sopraffaceva le opere stesse. Il movimento moderno rompe con la tradizione, creando musei specializzati, di dimensioni ridotte, gettando le basi di quello che sarà il terreno fertilissimo per l’elaborazione contemporanea.
Quest'ultima oggi appare spaccata in due filoni: il primo delle “galeries des machines”, come il centro Pompidou di Renzo Piano e Richard Rogers (1971-77) che, per sviluppare pareti vetrate attraverso cui l'opera sembra fuggire, rifiutando la monotonia delle gallerie nobiliari,



Il Matroneo, con il site specific di Douglas Gordon: "prettymucheverywordwritten, spoken, heard, overheard from 1989"


Le architetture di Botta ricorrono, infatti, ai concetti “classici” di simmetria e di geometricità delle forme, al plasticismo dei volumi, spesso all'uso di materiali tradizionali, come il mattone a vista, il tutto interpretato in maniera innovativa.
Un esempio eccellente dell’operato di Botta è appunto il Museo d’Arte Moderna di Rovereto e Trento (M.A.R.T.) in cui alle suggestioni provenienti dalla logica dei suoi maestri, si sommano la contestualizzazione urbana e la scenografia espositiva, secondo le più moderne tendenze. Iniziato nel 1988, il MART è un grandioso edificio che si sviluppa su 12 mila metri quadrati e su 4 livelli: nel piano interrato, oltre ai servizi, si trova la biblioteca specializzata nelle arti figurative del XX secolo; al primo piano sono le gallerie per mostre temporanee, mentre al secondo è esposta la collezione permanente, dal Futurismo ai nostri giorni.
Nel MART si riflette la grandezza dell'architetto, il quale trovando il vincolo di un'area con delle preesistenze settecentesche, ha risolto il problema legato all'integrazione con la città antica con l'ideazione di un blocco monolitico senza prospetti, in pietra gialla di Vicenza e porfido, in cui la funzione rappresentativa è conferita all'ingresso, costituito dalla rotonda ricoperta da un'aerea cupola, chiaramente ispirata al Pantheon, spettacolare fulcro dell’intera costruzione.




Una sala espositiva della collezione permanente del MART, dedicata a Fausto Melotti.

 



Un corridoio, fra scritte metaforiche e silenzio



ha come archetipo il Chrystal Palace di James Paxton, progettato per l'esposizione internazionale di Londra (1850-1851); mentre il secondo filone rispetta lo schema durandiano, cui fanno riferimento architetti come F. L. Wright, che nel Guggenheim di New York (1943-1959) ha proposto un museo articolato attorno ad uno spazio aperto centrale, circondato da una serie di rampe che si avvitano a spirale. Sarà sull’esempio di alcuni progetti museali di Le Corbusier e ancor più sullo stile architettonico di Louis Kahn e sui suoi studi attorno alla luce naturale, che si formerà Mario Botta, autore del MART.
Nato in Svizzera nel 1943, Botta è uno dei massimi esponenti della scuola Ticinese degli anni ’70 – ’80. Dopo le collaborazioni con Le Corbusier e con Kahn, egli riprenderà gli stilemi del movimento post-moderno intrecciati ad alcuni elementi della tradizione romanica italiana e, giocando sulla fusione delle forme pure con gli effetti della luce zenitale, darà vita ad uno degli stili più eleganti della contemporaneità.



Rampe interne a schema d'albero



Ecco, quindi, gli studi di Wright e l’applicazione dello schema di Durand resi leggeri ed impalpabili dalla tecnologia moderna. Botta affianca al concetto di luogo per la conservazione e tutela delle opere d’arte l’idea di uno spazio vivo, polifunzionale, ricco di ambienti creati per altri eventi espositivi o per lo svolgimento di festival e rassegne artistiche. L'architetto trova la flessibilità nelle pareti mobili e l'elasticità negli spazi dinamici e facilmente percorribili, concetti accentuati nella essenziale ricerca prospettica e nei lunghi tagli (lucernai) sulle pareti candide delle sale espositive, che proiettano l'occhio del visitatore verso lo spazio della rotonda esterna. Le sale sono immerse in una luce chiara, riflessa dai pavimenti in frassino sbiancato e l'atmosfera che si crea è quella di uno spazio silenzioso ed ovattato, che non distrae dal godimento delle opere esposte.
Stupendo da visitare, sia per le prestigiose collezioni esposte, che per l’esaltante architettura, il MART è costruito secondo i temi nodali della logica compositiva di Botta: i cerchi si intrecciano con i rettangoli, dialogando con le geometrie pure e generando forme triangolari od ellittiche sempre regolari che, attraverso le fenditure, strette e lunghe, dei lucernai assorbono la poesia della luce che penetra dalla cupola vetrata della piazza centrale, punto d’incontro ma anche atrio in cui sostare e predisporsi all’incontro con la Bellezza.


L'ingresso del Mart


Mario Botta, nato a Mendrisio nel Canton Ticino, è architetto geniale, autore, tra l'altro, del Museum of Modern Art di S. Francisco, del Museum Tinguely di Basilea, del Centro Friedrich Diarrenmatt di Neuchatel, della Chiesa svizzera di Monte Tamaro. Il MART, concluso da Botta nel 2002, con la collaborazione dell'ingegnere roveretano Giulio Andreolli, primo tra i musei contemporanei costruito negli ultimi trent'anni, possiede una collezione prestigiosa di opere del ‘900 italiano, una raccolta di artisti internazionali, da Picasso a Beuys, da Klee a Warhol ed inoltre si fregia di un'eccezionale collezione di 3000 opere di Fortunato Depero, dall'artista donate alla città natale, culla della prima Avanguardia italiana.




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