Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno V - n.20 - Luglio-settembre 2009
ARCHITETTURA DEL 2000

The Sydney Opera House: la sfida vinta
di Ilaria D'Ambrosi


english version


A. Jorn Utzon: The Sydney Opera House, fotografato durante il Festival of Lights (foto: Dean d'Ambrosi)

 

“That is no doubt that the Sydney Opera House is his masterpiece. It is one of the great iconic building of the 20 th century, an image of great beauty that has become known throughout the world – a symbol for not only a city, but a whole country and continent”( UNESCO).


Teatro dell'Opera di Sydney (inaugurato nel '73), foto: Simone Saccà
  A vele spiegate ci stiamo spingendo là dove le immagini da sogno sono una realtà: stiamo per attraccare nella baia di Sydney! Ecco che si staglia davanti ai nostri occhi, alle spalle del Sydney Harbour Bridge, una vera e propria icona del XX secolo: the Sydney Opera House.
Già dal 2007 il Teatro dell'Opera è ascritto tra i patrimoni dell'umanità sotto l'egida dell' UNESCO, nonostante non si possa dire che il capolavoro dell'architetto danese Jorn Utzon abbia avuto una “vita” semplice. Tutt'altro. Ubicata a Bennelong Point, la nuova Opera House è l'egregio risultato della genialità di un uomo che ha fatto del proprio progetto una sfida contro le forze della natura.
Tra gli scintillanti riflessi dell'oceano che si insidia tra le insenature della terra emersa, il teatro nasce dopo un concorso bandito ormai più di 50 anni fa, nel 1957, ma mostra nelle sue stravaganti forme l'eccezionalità di una logica ancora viva nella poetica di molti architetti contemporanei. Utzon disegnerà uno dei progetti più sconvolgenti per l'epoca, un edifico le cui forme ricordano il carapace di un crostaceo, anche se poco dopo dichiarerà di essersi ispirato all'evanescenza delle nuvole schizzando “un'onda sul punto di infrangersi”.



Una veduta del Teatro dell'Opera con The Harbour Bridge (foto:Simone Saccà)


Neanche una parola di più: è semplicemente sensazionale! Sotto il cielo di Sydeny, ricoperto di piastrelle bianche lucide e opache, brilla il sogno di un architetto, bloccato nell'esatto momento prima che scompaia.
La travolgente bellezza del progetto colpì immediatamente, ma la sua arditezza suscitò immediate

Un suggestivo scorcio (foto: D. D'ambrosi)
polemiche sulla complessità (impossibilità per alcuni) dello schema strutturale, tanto che il New South Wales Government, poco dopo la vittoria di Utzon, nominò un ingegnere consulente per le strutture, l'inglese Ove Arup.
Dopo anni di stasi, in cui l'opinione pubblica lanciò fuoco e fiamme contro il governo e per giunta la costruzione dell'edificio era praticamente ferma al livello del podio, Utzon stesso decise di semplificare il progetto delle incalcolabili geometrie variabili delle sue conchiglie (per preservare il patrocinio del suo progetto?!), sviscerando la forma elementare del modello che sosteneva la sua idea e riducendo ai minimi termini il concetto di guscio. Utzon sviluppò una serie di coperture generate dall'elaborazione della geometria della sfera, rendendo possibile la fabbricazione degli elementi strutturali, riducendoli a semplici costole di calcestruzzo prefabbricato radianti dal culmine della volta, anch'essa di C.L.S.
È la sfera, quindi, la soluzione!
La sfera è l'elemento primo della varietà delle vele che, accavallandosi una sopra
l'altra, si ricompongono in una coerenza formale che, decisamente, veniva a mancare nella prima stesura.
Ma se quest'anima di calcestruzzo è rivestita esternamente di piastrelle bianche, cosa troviamo all'interno? Gli interni, sebbene non siano ancora del tutto ultimati, sono interamente rivestiti di pannelli di legno di betulla australiana: raffinata soluzione per la Sala dei Concerti, per il Teatro dell'Opera e per le sale minori.


Il Teatro dell'Opera dalla baia di Sydney (foto: D. D'ambrosi)


La Sydney Opera House non ha avuto dunque vita facile: fu costruita in tre lunghissimi stadi (ironicamente Peter Murray parlerà de “la saga dell'Opera House di Sydney”), di cui l'ultimo, riguardante gli interni, è ancora in via di conclusione; nonostante tutto nell'ottobre del 1973 fu proprio la Regina Elisabetta II ad inaugurare il complesso, tra il tripudio della folla accorsa per l'evento. Nel 2006 Utzon, poco prima di ritirarsi, ultimò un “Utzon-led project”, un progetto guida con l'intento di chiarire le sue intenzioni ai futuri addetti ai lavori e ai figli Jan e Kim, incaricati del lavoro di restauro e completamento dell'Opera, assicurando soprattutto l'incontaminazione del suo veramente sofferto capolavoro.


Le vele, rivestite di piastrelle bianche
(foto: D.D'Ambrosi)


Aalborg Jorn Utzon nasce a Copenaghen nel 1918, fin da giovane collabora con il padre, architetto navale, ma sarà dopo il 1942, quando si laurea in Architettura all’Accademia Reale di Belle Arti di Copenaghen, che lascierà la Danimarca per trasferirsi in Finlandia dove lavora presso lo studio di Alvar Aalto. Il linguaggio di Utzon è una sintesi delle riflessioni sull’operato di Aalto, Asplund e Wright, ma anche delle logiche progettuali tipiche dell’America centrale, dell’estremo Oriente e soprattutto dell’area marocchina; il tutto filtrato da un’originalissima ricerca personale, che pone il suo operato tra le prime realizzazioni europee di un’architettura progressista, fondata sulla natura e sui nuovi materiali. Grazie ad opere come il Palazzo di Cristallo di Londra (1946), il quartiere residenziale di Elineberg (1954 – 1960), la Sydney Opera House (1957), il padiglione per l’esposizione universale di Copenaghen (1960), l'architetto verrà insignito di numerosi premi, tra cui la medaglia "Alvar Aalto", il premio Sonning, il Premio Wolf, la Legion d’Onore francese e cinque anni prima della sua morte, avvenuta nel novembre del 2008, il prestigioso Premio Pritzker.





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