Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VI - n.23 - Gennaio-marzo 2010
ARCHITETTURA DEL 2000

S'inaugura a maggio il MAXXi a Roma
di Ilaria D'Ambrosi


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Roma: veduta panoramica del Museo delle Arti del XXI secolo, progettato da Zaha Hadid (foto Roland Halbe, courtesy MAXXi)


Ci siamo già occupati in un precedente articolo (Archivio n.9) del progetto del MAXXi, costruito a Roma, il più grandioso contenitore di arte contemporanea d'Europa. Ora vogliamo parlare del dibattuto attorno al MAXXi, di un edificio ultimo- nato dell'architetto iracheno Zaha Hadid. Progetto indiscutibilmente complesso, interessante sotto molti puniti di vista, che senza ombra di dubbio risente dell’animo decostruttivista o decostruzionista, come si preferisce, della notissima Archistar. Ma quali soni i dettami del sopracitato movimento che, negli anni ’80 del Novecento, ha mosso (o scosso?) architetti del calibro di F.O.Gehry, D.Liberskind, R.Koolhaas e dei Coop Himmelblau? La risposta è nella geometria instabile, conflittuale, quasi precaria, di una progettazione che si ritrae dalla comune logica di perseguire assi ordinati, che rifiuta e rigetta in ogni modo e maniera, la scelta di una ripartizione gerarchica, insomma concetti diametralmente opposti all’indirizzo progettuale italiano, all’insegnamento accademico della "progettazione a cubetti”, che però si distingue (per fortuna) nel progetto
Interno con scale e passerelle aeree (foto Helene Binet; courtesy MAXXi)
  iniziale dell’architetto Hadid e in qualche elemento anche da quello che poi è stato realizzato. Si, perché in dieci anni di lunghi lavori, di ricerca di fondi e di benestare dei governi che si sono succeduti, si è arrivati ad una conclusione ben lungi dalla prima colossale idea, un capolavoro secondo Zaha Hadid ed il suo team. Peccato che negli anni si sia poi optato per un tragico taglio che porta le sinuose forme del progetto in questione ben lontano dai successi dello studio Hadid. Mi riferisco al Rosenthal Center for Contemporary Art di Cincinnati o allo spettacolare Vitra Fire Station a Weil Am Rhein, progetti che, non a caso, hanno contribuito e giustificato l’entrata di Zaha Hadid nell’empireo degli architetti insigniti del prestigioso premio Pritzker.
Diamo un colpo al cerchio ed uno alla botte.
Il MAXXi, acronimo di Museo delle Arti del XXI secolo, rimane intriso della contraddizione decostruttivista nella spettacolarità dei flussi che, sottoforma di passerelle e scale, si insinuano inaspettatamente nel bel mezzo delle sale e nella morbida modellazione dei percorsi che si sovrappongono e si attraversano. A questo punto non si può che appoggiare il commento pubblicato sul New York Times da Nicolai Ouroussoff:" Le sue linee sensuali sembrano catturare le energie della città portandole nel suo ombelico, rendendo timido tutto ciò che si trova attorno…anche Bernini, suppongo, ne avrebbe apprezzato le curve". È
vero, il MAXXi stupisce, meraviglia per le lunghissime gallerie di cristallo che fra breve ospiteranno una delle collezioni d'arte contemporanea più ricche del mondo e per la magnificenza degli spazi bianchi ed enormi, riempiti della luce che filtra dalle uniche aperture poste lungo tutti i solai di copertura: con questi presupposti il nuovo edificio romano, ubicato in via Guido Reni, non può che essere degno rivale dei più famosi musei internazionali.

Entriamo un po’ più nel dettaglio del progetto.
Non appena si apriranno ufficialmente le porte del MAXXi, nel maggio prossimo, i visitatori faranno parte di un campus dedicato alla cultura globale, un laboratorio in progress in cui sarà possibile studiare le forme più innovative di arte e di architettura, attraverso le testimonianze artistiche raccolte dal Direttore del Museo, Pio Baldi.



Veduta notturna (foto Roland Halbe, courtesy MAXXi)



Questo sarà possibile, infatti, grazie alle due istituzioni museali che si divideranno i locali: Il MAXXi architettura e il MAXXi arte, due entità distinte e allo stesso tempo unite attraverso il fluire di percorsi che rifiutano la linearità, come fiumi rivestiti di lamine d'acciaio e solcano i tre livelli di spazi comuni in un gioco di straordinaria innovazione. “L'idea di base del progetto – ha dichiarato durante un'intervista Zaha Hadid – è quella del movimento, un movimento generato da linee di forza che, sovrapponendosi, creano diversi livelli. Lo stesso sito, con la sua forma ad L, suggerisce e scaturisce queste linee di forza, dando vita a spazi interni ed esterni che si intersecano, senza rinunciare alla robustezza dell'edificio”.


Interno con scale aeree (foto Helene Binet, courtesy MAXXi)
I giganteschi muri perimetrali (foto Frank)


Addentrandosi negli spazi museali si è coinvolti in un turbinio di forme, a volte aspre, dure, pungenti, a sbalzo, a volte concave, convesse, flessibili, morbide, esaltate dall'uso zenitale della luce naturale. Niente di nuovo: la modellazione forzata della luce è già stata usata dal F.L. Wright nel 1959 nell'impareggiabile museo Guggenheim di New York, ma qui a Roma si rende necessaria e indispensabile ad un edificio, più esteso del museo newyorkese, che vive ruotando intorno al controllo dell'articolazione geometrica dei suoi volumi. La luce è il gioco-forza del progetto, essa rivela la natura degli spazi, l'interazione tra la nuova costruzione e le preesistenze delle costruzioni del quartiere Flaminio che, di tanto in tanto, appaiono dalle bucature dei massicci volumi di cemento armato e acciaio. Il progetto del MAXXi è svincolato da ogni riferimento architettonico convenzionale, è un edificio concepito come.... un viaggio in cui bisogna abbandonarsi alla libera interpretazione dello spazio.
Ma sorge un dubbio: i bracci che si aggrovigliano, si divincolano, si srotolano, e costituiscono la connessione della fitta rete di passerelle e sale, scale mobili e ponti, realizzano il sogno dell'architettura contemporanea o materializzano l'astrazione di un edificio che, a detta di Paolo Portoghesi, “è bello come un nodo stradale”? A ciascuno la sua opinione.


Il lato dell'architettura preesistente, su via Guido Reni (foto Frank)


Strutture poderose e ritmi inusuali (fto Frank)


Si ringrazia la direzione del MAXXi per aver concesso ad Ars et Furor la pubblicazione delle splendide foto di R. Halbe e di H.Binet, coperte da copyright.

 


Ilaria D'Ambrosi, laureanda in Architettura all'Università Roma TRE, Roma




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