Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VI - n.24 - Aprile-giugno 2010
ARCHITETTURA DEL 2000

Il Museo dell'Acropoli di Atene
di Ilaria D'Ambrosi


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Il sole dell’Attica bagna i marmi del Partenone e attraversa fulgido le vetrate
del Museo dell’Acropoli firmato Bernard Tschumi.



Se il primo Museo dell’ Acropoli ateniese, quello costruito a fine ‘800, conservava statue e decorazione di epoca arcaica e classica, nel 2007 si è sentita la necessità di ingrandire l’apparato esistente con una nuova costruzione, sufficientemente ampia da consentire la ricollocazione dei frammenti dell’Acropoli di proprietà della Repubblica greca e quelli in corso di restituzione: i marmi di Elgin, la più grande collezione proveniente dal Partenone in esposizione al British Museum di Londra. Che la costruzione di un nuovo Museo dell’Acropoli, proprio in un periodo economicamente instabile per la Grecia, sia il mezzo per ribadire la volontà del governo di riacquisire le opere portate in Inghilterra? Questo è il pensiero di molti, ma a noi poco importa.


Il museo al tramonto (Night view of the Museum, eastern façade). © Copyright Acropolis Museum. Photo Nikos Daniilidis


Eretto all’ombra del Partenone, nella città bassa, il Museo progettato dall’architetto svizzero Bernard Tschumi, ha ufficialmente aperto i battenti nel giugno 2009, suscitando grandi apprezzamenti, ma anche pungenti critiche da parte di molte personalità del mondo dell’architettura le quali, come ormai è consuetudine, non si sono risparmiati nel bandire l’operato di Tschumi a causa degli alti costi e di quella che è stata definita una forma aliena rispetto al contesto in cui è inserita. Lasciandoci alle spalle i commenti, è evidente il forte e nobile connotato di cui si è voluto rivestire questa costruzione: il Museo è l’immagine dell’identità nazionale, e sarà, quando dovessero arrivare le opere dal British Museum, il punto di partenza di un viaggio nel passato che spingerà verso i più intimi e lontani risvolti della cultura greca. Bisogna ammetterlo, Bernard Tschumi si è caricato sulle spalle il fardello di una grande responsabilità. Già agli albori dell’indipendenza greca, siamo nel 1835, il governo e i Ministri della Cultura avevano sollecitato la restituzione dei marmi portati a londra da Lord Elgin, senza avere alcun responso positivo; ma se fino ad oggi i Direttori del Museo londinese hanno protetto i marmi rinvenuti in suolo greco da Thomas Bruce, settimo Conte di Elgin, durante una spedizione archeologica tra il 1799 e il 1806, rifiutando l’invito alla restituzione, asserendo che la Grecia non aveva le strutture adatte per ospitare i reperti, adesso non hanno proprio più scuse a cui aggrapparsi!
Bernard Tschumi, già progettista del Parc de la Villette di Parigi (1983) e architetto protagonista della celeberrima mostra «Deconstructivist Architecture» al MoMA di New York(1988), celebra nelle sue creazioni l'esaltazione di un linguaggio del tutto sperimentale e d'avanguardia, profondamente teorico, per questo poco apprezzato, che rispecchi il progressivo sfaldamento della società contemporanea. Formatosi come decostruttivista insieme a Rem Koolhaas, Zaha Hadid, Coop Himmelb(l)au, afferma nei suoi progetti la frammentazione dello spirito tradizionale che supplisce alla divaricazione fra storia e società con un' espressione formale portata all'acmè da forme minimali, in stretta convergenza con la funzionalità degli spazi. A distanza di vent'anni dalla formulazione delle sue teorie, il Museo di Atene è la piena realizzazione delle sue riflessioni filosofiche in campo architettonico.




Il fregio del Partenone, ricostruito. (The frieze of the Parthenon Gallery). © Copyright Acropolis Museum. Photo Nikos Daniilidis





Il lavoro di Tschumi si sviluppa insieme a quello dell'archeologo Dimitrios Pandermalìs, ottenendo come risultato la totale manipolazione della luce, vera protagonista del complesso, che esalta le forme stesse del Museo e le opere in esposizione. La luce spezza gli spazi e definisce i percorsi attraverso i tre piani museali, mentre al di là delle spettacolari vetrate si staglia l'Acropoli in tutta la sua silenziosa bellezza. L'anima delle opere di Fidia vibra in questi spazi e ammalia chi le osserva con uno sguardo antico e moderno allo stesso tempo, ricordando allo spettatore, paralizzato davanti a tanta stupefacente perfezione, che proprio lì, oltre quella vetrata, su quella altura tra il 460 a.C. e il 438 a.C. esse erano state volute dal grande Pericle. Questo è il museo di Atene: un emozionante e forse troppo breve percorso attraverso il tempo. Al terzo piano la Sala del Partenone è il punto nevralgico di tutto l'edificio: interamente vetrato, trasla, rispetto all'orientamento dei livelli più bassi, per corrispondere esattamente all'orientamento del tempio arcaico dell'Acropoli, appunto il Partenone, di cui riprende persino le dimensioni. In questa sala oggi vediamo uno spazio per lo più vuoto, in cui si alternano fregi e metope originali ai calchi dei compagni emigrati a Londra, in attesa dell'arrivo degli originali. L'ordine impartito all'esposizione trasuda eloquenza, lo skyline che si ammira dalle vetrate panoramiche sostituisce i noiosi cartelloni esplicativi, posizionando tutto ciò che il visitatore trova all'interno degli spazi museali nella sua originaria collocazione. Qui al genio dell'architetto si è aggiunta la sapienza dell'archeologo!
La struttura, volutamente mancante di un carattere monumentale (questa è proprio una delle critiche), encomia la purezza linguistica della logica progettuale dell'antica Grecia; non ci dimentichiamo che il tempio dedicato ad Atena Parthenos è di ordine dorico classico!
Ma la cosa più interessante è che la progettazione del Museo, sviluppato su tre livelli, vede il primo piano “levitare” sopra gli scavi ancora attivi su 4000 metri quadrati di superficie; la nuova costruzione, alzandosi da terra e lasciando vivere i reperti ancora interrati (che verranno poi esposti negli spazi museali), sfrutta l'impiego di numerosi pilastri in cemento armato (forse un materiale troppo aggressivo e invasivo...) che ci consentono di seguire gli scavi a vista e forse ci rammentano le magnifiche colonne in marmo pario del Partenone.




Si ringrazia la direzione dell' Acropolis Museum per aver concesso ad Ars et Furor la pubblicazione delle splendide foto di Nikos Daniilidis, coperte da copyright.

 


Ilaria D'Ambrosi, laureanda in Architettura all'Università Roma TRE, Roma




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