Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.35 - Gennaio - marzo 2013
ARCHITETTURA DEL 2000
Urbanistica: Il progetto "Frontier" a Bologna
di Ilaria D'Ambrosi



Bologna, gli edifici dipinti del 1 progetto "Frontier"






Molte città italiane sono connotate da poli di edilizia economica e popolare; molti di questi lotti, prettamente residenziali, sono locati nelle aree urbane più periferiche. Purtroppo la realtà sociale che investe questi insediamenti allontana i cittadini dall’apprezzamento delle caratteristiche architettoniche di questi luoghi, spesso, invece, interessati da importanti Piani di Recupero Urbano (P.R.U.).
La storia dei quartieri popolari è molto interessante e fonda le sue radici in tempi non sospetti. Gli Istituti Autonomi per le Case Popolari (I.A.C.P.) hanno avuto avvio nel 1903, con la promulgazione di una legge volta a facilitare la costruzione delle case a beneficio dei ceti popolari, all’interno di una politica sociale promossa da nuove forme di Enti economici e di interventi dello Stato. I primi nuclei sorsero a Trieste e poco dopo a Roma con l’esclusivo interesse dei Comuni di intervenire nel sistema sociale attraverso la valorizzazione del “bene casa”.
A partire dal secondo dopoguerra l’edilizia popolare ricorse all’ INA Casa e GESCAL per finanziare la maggior parte delle costruzioni I.A.C.P. che, di fatto, furono concluse dopo l’emanazione della Legge 865/1971, quando numerosi architetti parteciparono alla costruzione di questi quartieri, mettendo in gioco idee, metodologie di ispirazione Lecorbusieriana (Unité d’ Habitation, Marsiglia) e materiali, considerati per l’epocadi nuova generazione. A questo punto è lecito domandarsi perché oggi questi quartieri conservino poco o nulla degli



originari intenti estetico-funzionali dei progettisti. La risposta è semplice. Fino ad ora abbiamo parlato di edifici “popolari”, ovvero di edifici costruiti dallo Stato, di proprietà dello Stato e ceduti, con canoni di locazione esigui, alle famiglie meno abbienti. Ebbene, queste abitazioni I.A.C.P. comportano esosi costi di gestione e manutenzione a carico dello Stato che non sempre è nelle condizioni di poterne finanziare gli interventi.
Un’altra causa è alla base delle problematiche sociali. I cosiddetti P.E.E.P. (Piano per l’edilizia economia e popolare), entrati in vigore con la L. 167/1962 per rafforzare gli interventi per le case popolari, attraverso lo strumento urbanistico del Piano, prevedevano la realizzazione in uno stesso lotto di case popolari I.A.C.P. e di abitazioni di edilizia economica. Quest’ultima, generalmente in mano ai privati, i quali riuniti in cooperative, consorzi o società, dovevano procedere all’edificazione di residenze accessibili ai ceti medio- bassi, attraverso mutui a tassi molto vantaggiosi. In vari casi, le due realtà sociali, pensate in parallelo per evitare il fenomeno della ghettizzazione, non sono mai state concretamente edificate.
Solo negli ultimi anni, i Comuni hanno intrapreso programmi di recupero del tessuto sociale e urbano e di riqualifica dei lotti residenziali di edilizia popolare.
Uno, fra i numerosi esempi, è quello il Comune di Bologna. Il progetto “Frontier – La linea dello stile”, finanziato dal Comune di Bologna e dalla Regione Emilia-Romagna (http://frontier.bo.it/), curato da Claudio Musso e Fabiola Nardi, vede impiegati 5 tra i più famosi writer stranieri e 8 artisti italiani, con lo scopo di valorizzare e far conoscere il Writing e la Street Art.
I 12 graffiti realizzati sui muri di testa delle case I.A.C.P. di Bologna e quello dipinto su una facciata della Nuova sede degli Uffici Comunali sono un esempio dei vari stili grafici, che nelle arti di strada si sono susseguiti dagli anni ’70 ad oggi, dando luogo a un’opera di grandissima rilevanza architettonica e artistica. Artisti del calibro dello statunitense Phase II, fondatore negli anni ’70 del writing e padre del Bubble Style, il tedesco Daim, l’olandese Does, il francese Honet, il polacco M-City, insieme ai bolognesi Rusty, Corsello e Dado, il padovano Joys, Etnik e il riminese Eron e il romano Andreco si confrontano con l’urbanistica a “suon di bomboletta”. In un contesto di strada famigliare agli artisti e in un quartiere che accoglie volentieri i colori vivaci sopra i muri di cemento delle case per lavoratori, i writer esibiscono la loro arte in accordo con il significato del quartiere INA casa, lì dove le composizioni articolate dell’architettura si mescolano con il verde dei viali alberati e spunta fuori la vivace cromia dei graffiti, delle 13 enormi opere, autonome e distinte, proprio come i progetti delle residenze popolari del Piano Casa di Amintore Fanfani.
Con il passare degli anni le conseguenze di aver voluto progettare quartieri autosufficienti e spesso isolati dal resto della città si sono ritorte contro la popolazione, soprattutto sul piano sociale, ma chi visita questi luoghi oggi può facilmente intendere l’importanza e la forza che ha avuto l’arte di strada nel ricucire stralci di città e gli animi delle persone.
Il monumentale progetto bolognese si è concluso lo scorso agosto 2012, anche se durante il mese di gennaio 2013 verranno presentati gli aspetti più significativi nei locali del MAMBO – Museo di Arte Moderna di Bologna.
Il progetto “Frontier” a Bologna è un segno molto forte della presenza della buona amministrazione comunale sul territorio, nonché una proposta nuova e accattivante di sviluppo del turismo bolognese attraverso una proposta volta ad avvicinare i cittadini alle arti meno convenzionali.












Ilaria D'Ambrosi, laureata in Architettura all'Università Roma Tre




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