Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.35 - Gennaio - marzo 2013
ARCHITETTURA DEL 2000
Omaggio all'architetto Gae Aulenti
di Ilaria D'Ambrosi






Pensare a un architetto quasi sempre ci porta alla mente i nomi dei più noti “padri” dell’Architettura: Wright, Le Corbusier, Terragni, Aalto o i contemporanei Koolhaas, Piano, Isozaki , Calatrava, per citarne solo alcuni. Ma dove sono le “madri”?
In Italia, fino agli anni cinquanta del novecento, le donne istruite erano poco più del 30% (dati: ISTAT), mentre la struttura sociale italiana, ancora lontana dai diritti riconosciuti in Inghilterra o negli USA, rendeva oggettivamente impossibile per una donna la gestione e il controllo delle fasi del cantiere.
“La donna deve obbedire.” Scriveva Benito Mussolini nel 1927. “Essa è analitica, non sintetica. Ha forse mai fatto l’architettura in tutti questi secoli? …Essa è estranea all’architettura, che è sintesi di tutte le arti, e ciò è simbolo del suo destino”. Per smentire queste parole il boom economico post bellico, l’alfabetizzazione di massa e lo sviluppo delle industrie hanno visto le donne rimboccarsi le maniche nei campi lavorativi più disparati.
Sotto questa spinta innovativa e spesso rivoluzionaria, dalla seconda metà del ‘900 le donne sono in prima linea nel panorama architettonico nazionale e architetti del calibro di Gae Aulenti, Cini Boeri e Franca Helg si impongono anche a livello internazionale. Con un netto ritardo rispetto alle colleghe Signe Hornborg (1862-1916), la prima donna laureata in Architettura nel 1890 in Finlandia, e Sophya Hayden (1868-1953), l’architetto che progettò il Palazzo delle Donne per l’Esposizione Universale di Chicago del 1892, anche le italiane hanno saputo sviluppare un gusto artistico e una dialettica personale, definita da molti critici identitaria di uno stile innovativo nei confronti del mestiere dell’architetto-uomo.
Se paragonate agli esempi esteri le cosiddette “pioniere dell’Architettura” italiana sono molto meno numerose e conosciute, probabilmente a causa del disinteresse manifestato dagli storici e dell’abitudine di non citare per esteso i nomi propri dei progettisti, oppure al desiderio di molte i donne “architettrici” (come venivano chiamate le progettiste negli anni ’20!) di rimanere nell’anonimato.
Nomi come le milanesi Elvira Luigia Morassi, occupata nella progettazione degli interni, Carla Maria Bassi, autrice della Cassa di Risparmio di Milano, la napoletana Stefania Filo Speziale, impegnata nella realizzazione di quartieri IACP, Gescal e INA-Casa e le romane Elena e Annarella Luzzato, le quali progettarono strutture per servizi, e Attilia Travaglio Vaglieri, prima donna italiana a vincere un concorso internazionale nel 1929 (in quanto donna , il premio non le fu assegnato a causa della legge musulmana!), segnano il successo delle donne e dell’adeguatezza della figura femminile nell’edilizia dei primi decenni del XX secolo.






 
La sensibilità e il linguaggio pulito nei progetti delle donne architetto si realizzano in opere dalle linee semplici e loquaci, la funzionalità è premiata con la progettazione di ambienti ameni bagnati da fasci di luce, studiati per emozionare.
In molti saggi le critiche rivolte all’ “Architettura rosa” sono tra le più variopinte: si parla di “eleganza tutta femminile”, di “architetture timidi”, “spazi familiari, legati agli aspetti domestici dell’infanzia”, affermazioni queste che lasciano un sapore amaro, volte da una parte a riconoscere la figura della donna architetto e dall’altra a sottolinearne gli aspetti meno affini a un mondo tradizionalmente ad appannaggio maschile.
La sensibilità, assolutamente sopra le righe, dell'Architetto Gae Aulenti, recentemente scomparsa a Milano, non si può dire ardita diversamente dal quella che contraddistingue, ad esempio, Renzo Piano o Norman Foster, solo perché donna; bensì si deve parlare di un linguaggio architettonico costruito su ricerche personali.
Nel Museo d’Orsay a Parigi, il genio dell’architetto trasforma una vecchia stazione in un’opera d’arte che contiene arte, legandosi al concetto di Arte a tutto tondo. In Francia più che mai, i richiami al neoliberty sono fortissimi: il tema floreale delle volte, le lunette e la lampada a “pipistrello” rompono gli schematismi razionalisti sfociando nella ricercatezza di un design pulito e leggerissimo. Lo stesso accade a Palazzo Grassi a Venezia, nel Museo Nazionale di Arte Catalana a Barcellona, nell’Istituto di Cultura italiano a Tokyo e nella ristrutturazione delle Scuderie del Quirinale di Roma o nel neonato aeroporto di Perugia, tutti esempi in cui la forza espressiva del talento di Gae Aulenti viene elaborato attraverso un’indagine introspettiva, armonica e rispettosa del luogo, caratteri che prescindono dal punto di vista femminile del progettista. La stessa eleganza sottile e prorompente che, sin dai primi progetti residenziali degli anni ’7o e dalle opere di design per la Olivetti, oltre alle scenografie per il Teatro di Prato, ha contraddistinto i progetti dell’ architetto udinese e che dimostra una sensibilità autonoma e personale.
Gli importantissimi riconoscimenti conferiti a Gae Aulenti nel corso della sua lunga carriera, come la Legion d’Honneur della Repubblica francese o il premio speciale per la Cultura assegnatole dalla Repubblica italiana, sono solo un omaggio doveroso al valore delle opere che hanno consacrato l’Aulenti come protagonosta del mondo dell’ Architettura e del Design internazionali.
Allo stesso modo si potrebbe parlare dell’iraniana Zaha Hadid, prima donna a vincere il premio Pritzker nel 2004; della giapponese Kazuyo Sejima, Pritzker nel 2009 e autrice del nuovo centro della Scuola Politecnica Federal di Losanna,il Rolex Learning Center o della francese Odile Decq, progettista del MACRO di Roma.
La capacità di stupire, di creare plasmando lo spazio intorno a noi, di suggerire l’elevazione, la dispersione o la diffusione di un edificio nel suo contesto urbano sono le doti irrinunciabili dell’architetto, uomo o donna che sia. Tutto questo, grazie alla passione di donne che hanno saputo abbandonare un ruolo subordinato per intraprendere un percorso architettonico parallelo a quello creato dagli uomini. Facciamo nostra la speranza che nel futuro le due direttrici possano essere sempre più coincidenti.





Ilaria D'Ambrosi, laureata in Architettura all'Università Roma Tre




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