Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno X - n.46 - Ottobre-dicembre 2015
ARCHITETTURA DEL 2000
Mario Botta. L'architettura è l'espressione della storia e della nostra identità sociale
di Ilaria D'Ambrosi



Ufficio Mario Botta (foto Enrico Cano)



L’architetto svizzero Mario Botta è una delle figure più importanti sul panorama internazionale dell'architettura contemporanea. Docente e Rettore della Facoltà di Architettura di Mendrisio e padre dei progetti più rilevanti e iconici del nostro tempo, di cui il Museo MART di Rovereto, la Cattedrale d'Evry e la cantina Petra di Suvereto sono solo alcuni esempi. Il Maestro è stato ospite del Padiglione del Corriere della Sera a Expo Milano 2015 per una lectio magristralis sulla necessità di ritrovare i valori ancestrali della progettazione architettonica per risanare il rapporto primordiale tra l’uomo e la città.

Maestro, ci può spiegare cosa lega l'architettura e la società contemporanea?
L'architettura è sempre il riflesso formale della storia, l'architettura non può tradire la storia del proprio tempo quindi neanche quella della contemporaneità. Naturalmente è anche l'espressione delle contraddizioni della società contemporanea, per questo, da un lato risponde a un bisogno primordiale dell'uomo di avere un tetto, un'abitazione, la casa come utero materno, come elemento ultimo di protezione e dall'altro di affrontare il tema delle grandi istituzioni collettive, il teatro, la chiesa, la biblioteca, il museo, ovvero tutte le costanti che si ripetono all'interno della società e che anche nel contemporaneo hanno bisogno di avere una loro visibilità e una loro interpretazione, perché sono degli elementi che hanno segnato le differenti situazioni anche del linguaggio artistico.



Ufficio Mario Botta (foto Enrico Cano)




Facoltà di biologia (foto Enrico Cano)



Quali sono, secondo lei, le debolezze dell'architettura contemporanea e quali sono i principi secondo Mario Botta per riscostruire il valore dell'architettura?
Una delle criticità è senz’altro il fatto che oggi anche l’architetto è cittadino del mondo. Si confronta con tutto il mondo e subisce le influenze delle notizie, dei fatti globali che e ne viene condizionato quotidianamente. L’architettura risente di questa attitudine perché, dai primordi, è un’attività legata a luogo che è sempre un unicum, uno spazio fisico, un sito dove l’architettura entra a far parte della storia propria di quel luogo e non del mondo intero. Da qui la contraddizione dell’architettura contemporanea che assorbe i modelli globali ma parla e si esprime in una realtà sociale e culturale legata a un luogo in cui viene costruita.

La grande progettazione possiamo dire che sacrifica la qualità espressiva a favore di un spazio concentrato sulla soluzione dei fabbisogni umani. La grande narrazione del passato si perde nei centri commerciali. Quali sono le urgenze dell’Architettura contemporanea?
Bisogna correggere la spinta che vede nella sofisticazione e nella rappresentazione di questi grandi “ensemble” dei veri comportamenti di vita, anziché dei comportamenti sollecitati dal mercato. L’architettura deve permettere un rapporto di vita diretto e quindi rispondere ai bisogni reali e non a quelli immaginari offerti dal mercato.





Area ex Appiani (foto Enrico Cano)




Area Campari (foto Enrico Cano)



Un tempo l’architettura era un’architettura-scultura: viveva di se stessa, mentre oggi genera un dialogo con lo spazio pubblico. Qual è il rapporto che insiste tra l’architettura del nostro secolo e la città contemporanea?
Stiamo parlando di un rapporto conflittuale. L’architettura del nostro secolo è nata sulle orme della città storica, della città consolidata, quindi della diverse forme della progettazione urbana, pensiamo alla città giardino, alla città concentrica, e così via. La contemporaneità ha ereditato l’idea della città come forma finita, una forma che oggi è profondamente in crisi perché mancano gli elementi essenziali di questa costante che ha avuto nella storia e l’idea del limite e soprattutto perché manca l’idea del centro. Non essendoci più un limite e non c’è più dialogo tra la città e la campagna, tra il vuoto e il pieno, tra lo spazio costruito e la natura.

Il limite è lo spazio creativo in cui si esprime l’architetto?
In un certo senso si, ma non bisogna dimenticare che l’architetto è solo uno strumento, non bisogna sopravvalutare quello che può fare perché solo è il frutto di una contingenza che è quella della storia e della cultura. Io sono figlio del post Bauhaus, non posso agire come un post neogotico, perché il mio mestiere è l’espressione formale della storia. Da questo punto di vista l’architetto riconosce i propri limiti nella necessità di rappresentare la storia del proprio tempo.





Museo Bechtler (foto Enrico Cano)




Biblioteca Tsinghua (foto Fu Xing)



Icone. La Casa sulla cascata, Ville Savoye, il Padiglione di Barcellona ma anche la cupola di San Pietro o la griglia di Manhattan. Come si arriva a progettare un’icona e cosa rende un’opera tale alla percezione del pubblico?
Un’icona è la coincidenza di un’immagine con una serie di comportamenti, di speranze e di aspirazioni. Se un’opera architettonica arriva a rappresentare non solo un’immagine ma una speranza e un benessere, diventa un’icona: un’immagine di bellezza condivisa e condivisibile dal mondo intero, non è solo la forma.

Siamo a Expo Milano 2015, parliamo di cibo o meglio di vino. Nel 2001 lei ha progettato la Cantina Petra a Suvereto. Qual è il fil rouge che lega le forme semplici e primordiali, l’architettura, il paesaggio, la tradizione vinicola italiana e l’imprenditoria?
Il proprietario mi ha chiesto una cantina che restituisse un’immagine modernissima e al contempo antichissima, per questo ho cercato di lavorare sulla memoria, ovvero sull’elemento che sorregge i valori inconsci che noi abbiamo dentro, rispettandone il rapporto con la contemporaneità. La Cantina Petra ha una forma semplice, funzionale che si confronta con i paesaggi dei vigneti, una forma capace di esaltare il rapporto di dialogo fra il manufatto dell’uomo e la natura del territorio.





Hotel Twelve (foto Fu Xing)



Ilaria D'Ambrosi, architetto e Urban Planner




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