Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XVI - n.67 - Gennaio - marzo 2021
ARCHITETTURA DEL 2000


MARIO BOTTA. La chiesa di San Giovanni Battista a Mogno
di Ilaria D'Ambrosi



Chiesa di San Giovanni Battista a Mogno (Canton Ticino, Svizzera). Architetto:MARIO BOTTA (foto Enrico Cano) © Copyright



Quando il 25 aprile del 1986 una valanga distrusse parte del villaggio e la chiesa seicentesca di MOGNO, una frazione del comune di Lavizzara, tra Italia e Svizzera, non ci furono dubbi sulla necessità di ricostruire l’insediamento e soprattutto l'edificio religioso. Una ricostruzione che ha voluto da subito commemorare il ricordo della presenza dell'uomo e della sua volontà di reagire alla devastazione della natura; nel 1996 sarà la chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, firmata dall'architetto Mario Botta, a essere consacrata alla memoria del tragico incidente.
Nel 1992 il Comitato per la ricostruzione di Mogno affidava allo Studio di Botta la realizzazione di un edificio di culto che avesse lo stesso orientamento del precedente, eretto nel 1636 e sito nel medesimo luogo che aveva ospitato l’antico cimitero. Qui, su uno dei due fuochi di un sagrato dalla forma ellittica, l'edificio progettato da Mario Botta assume le forme di un massiccio cilindro di pietra che sembra comprimere lo spazio interno, mozzandolo al suo apice con un piano di vetro inclinato a 45 gradi, che funge da copertura e da cannocchiale verso il cielo.
La chiesa di San Giovanni Battista appare come un monolite inscindibilmente legato al paesaggio dal quale si staglia: un solido piegato dall'asimmetrica copertura eretta a memoria della distruzione dell’antico campanile (alto diciassette metri, tanto quanto l’apice del nuovo edificio) e allo stesso tempo elemento che evoca un senso di positività, dovuta alla presenza del tetto lucernario attraverso il quale è possibile contemplare il cielo. “Un dualismo sottile – spiega l’architetto Mario Botta– che alterna la pesante massa lapidea del costruito alla levità della copertura, così lontana dal tradizionale tetto in piode”, ma così necessaria per innescare il meccanismo di speranza e rinascita che vuole trasmettere tutta la simbologia insita nella geometria della struttura.






Chiesa di Mogno, foto Enrico Cano © Copyright


Chiesa di Mogno, foto Pino Musi © Copyright




Il rapporto tra l'uomo e la natura e tra l’uomo e la divinità è sancito dalla scelta della forma e del materiale: da secoli materia prima e risorsa economica per il territorio, a Mogno la pietra è protagonista incontrastata dell'intera costruzione, nobilitata dalla linea pura e semplice, propria dello stile progettuale dell'architetto ticinese, il quale ne esalta la consistenza e la matericità. Per questo è quasi scontata la scelta di utilizzare per la muratura bicroma due pietre della Vallamaggia (lo gneiss, detto anche beola, estratto dalla cava di Riveo, e il marmo bianco della cava Cristallina in Valle di Peccia), decisione scaturita non solo dal tentativo di agganciarsi al territorio, ma anche a quello stile romanico portato alla massima espressione dai maestri comacini. Ecco, dunque, una chiesa formalmente contemporanea, ma sostenuta da archi rampanti di controspinta alternati a setti di muratura a sacco, decorata da motivi bicromi e che presenta una forte discrasia tra la zona basamentale in penombra e la luce proveniente dall’alto.
Ad avvalorare ancor più la scelta del materiale costruttivo, la logica progettuale sottintende un'articolazione spaziale che in più di un frangente ha ricordato l’architettura barocca della chiesa romana di San Carlino alle quattro fontane, capolavoro seicentesco di Francesco Borromini. Paragone nato in ragione della scelta di Botta di privilegiare uno dei due assi dell’ellisse nello sviluppo del progetto: la pianta potenzia la percezione dell’asse minore, quello più corto, proprio per esaltare il movimento e lo sfondamento spaziale, dovuti alla trasformazione della base a forma di un rettangolo (forma interna) inscritto in un’ellisse (perimetro esterno) nella copertura circolare.




Chiesa di Mogno, abside, foto Pino Musi © Copyright


Un sofisticato uso della geometria applicata alla scienza delle costruzioni che, tuttavia, conserva un particolare riferimento simbolico alla dimensione umana fin dall’epoca romanica, delimitata dalla parte basamentale bassa, ombrosa e spoglia della chiesa e alla perfezione divina esaltata dalla dimensione trascendente e ultraterrena percepibile dai fedeli grazie alla luce che penetra attraverso il lucernario.
La memoria di un evento tragico, la consapevolezza storica di un territorio ricco e prosperoso, la rievocazione di uno stile architettonico esaltato magistralmente dalle maestranze locali, finanche il simbolismo religioso sono i concetti guida della realizzazione di tutto il sistema di riedificazione della chiesa di Mogno.
Caratteri, questi, che non accennano a scomparire all'interno dell’edifico, dove il sapore minimalista esalta il palese il contrasto tra la superficie della massiccia parete perimetrale, le sedute in legno e il candore della mensa dell'altare in marmo bianco, così come la struttura del fonte battesimale. Qui è ancora una volta leggibile il richiamo al passato nella muratura mossa dal disegno delle absidi e dallo spessore variabile che, da circa due metri alla base, arriva fino a cinquanta centimetri alla sommità, esattamente come si trova nel Pantheon di Roma.
La luce zenitale che illumina lo spazio della chiesa con una sottile trama d’ombra è certamente l’elemento più coinvolgente ed empatico dell’intera edificazione: essa è quasi piegata alle volontà dell’architettura, scivola sulle pareti di pietra lavorata a spacco in un suggestivo gioco di chiaroscuri che impressionano il fedele ed enfatizzano il carattere contemplativo e sacro della chiesa dedicata a San Giovanni Battista. La natura, dunque, è contenuta in un edificio creato dall’uomo, quasi a volere ribadire una duplice presenza e forse a cercare una rivincita dopo il disastro che coinvolse Mogno, trentaquattro anni fa. (1)




Chiesa di Mogno, lucernario, foto Pino Musi © Copyright




1) Si ringrazia lo Studio di MARIO BOTTA per la gentile concessione delle foto che sono tutte coperte da copyright

Ilaria D'Ambrosi, architetto e Urban Planner
e-mail: ila.dambrosi@gmail.com




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