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Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.36 - Aprile - giugno 2013
ARTinFORMA
RESTAURI E...DINTORNI

Il Salone del Restauro a Ferrara : novitÓ , prospettive, progetti
di Artemisia





Il 2013 è un anno importante per il Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali di Ferrara, svoltosi dal 20 al 23 marzo scorso a Ferrara Fiere, che festeggia la sua XX edizione con un programma espositivo e convegnistico dai contenuti più che mai interessanti e attuali. L’evento si è occupato non solo di grandi restauri pittorici e scultorei, della conservazione del patrimonio culturale e ambientale, di sicurezza e di sostenibilità, di ricerca tecnologica e di nuovi materiali, ma anche delle problematiche derivanti dai danni dei terremoti.
I recenti eventi sismici che hanno colpito l’Emilia hanno profondamente inciso sul patrimonio storico-monumentale e il Salone non poteva esimersi dal focalizzare la XX edizione proprio sul ruolo centrale che assume il restauro nella ricostruzione post-sismica.
Un importante contributo alla discussione e alla ricerca proviene dal Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Ferrara, Piattaforma Costruzioni, Rete Alta Tecnologia della Regione Emilia Romagna e dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia-Romagna, che hanno indagato in un grande convegno, intitolato "Dov’era ma non com’era", il ruolo centrale del restauro nella ricostruzione post-sismica, articolato in due sessioni: la prima dedicata alle emergenze architettoniche, in programma durante la giornata inaugurale del 20 marzo, la seconda dedicata all’edilizia storica aggregata, il giorno 21 marzo.
"Dov’era, ma non com’era" è stato inoltre il titolo di uno spazio espositivo di approfondimento tematico realizzato grazie al coordinamento scientifico del DIAPReM/TekneHub-Tecnopolo




Interno della chiesa di Bagrati
dell' Università di Ferrara, Piattaforma Costruzioni, Rete Alta Tecnologia Emilia-Romagna, in cui a terra è stata riportata la rappresentazione iconografica dei territori e dei comuni colpiti, con le cifre, i dati e le stime, mentre in grafiche verticali sono stati riprodotti i “campanili”, grande richiamo simbolico al sisma dell’Emilia. Per l’edificio divenuto simbolo dei danni provocati dal terremoto, ovvero la Torre dei Modenesi (o dell’Orologio) di Finale Emilia, è già stato approvato un progetto di recupero e di ripristino di cui si è occupato un importante convegno organizzato a cura del Comune di Finale Emilia, nel quale sono intervenuti anche Andrea Emiliani e Salvatore Settis.
Facendo perno sui temi della ricostruzione, è stato introdotto al Salone un secondo importante focus sulla conservazione del patrimonio architettonico del Novecento.
Il focus apre a tutte le problematiche di conservazione e recupero del più recente patrimonio esistente, ai temi della rigenerazione e recupero diffuso, sostenibilità, sicurezza strutturale e valorizzazione culturale, allungando lo sguardo anche a realtà straniere come l’India, l’America Latina e di altri Paesi emergenti, in cui sono da sempre presenti molte contaminazioni italiane ed europee.
In particolare si è parlato delle grandi architetture di Oscar Niemeyer in Brasile, di Le Corbusier in India e delle architetture italiane in Argentina.
Noi di ARS et FUROR abbiamo scelto, tra i diversi interventi, tutti di prim’ordine, di riportare il testo di approfondimento di Riccardo Dalla Negra, Ordinario di Restauro Architettonico e Direttore del Labo.R.A-Laboratorio di Restauro Architettonico, Dipartimento di Architettura-Università degli Studi di Ferrara,
che ha avuto come tema specifico “Il restauro quale nodo centrale della ricostruzione post sismica”. Lo riportiamo qui di seguito:
“Dov’era, ma non com’era” è un motto, o slogan che dir si voglia, il cui utilizzo si è reso necessario in opposizione al vecchio adagio veneziano “Com’era e dov’era”, che si credeva definitivamente archiviato e che, invece, è riemerso con forza anche all’indomani del terremoto emiliano. Al pari di tutti gli slogan, esso necessita di molte precisazioni, come meglio vedremo appresso, giacché si potrebbe facilmente assimilare ad una arbitraria e repentina sostituzione del patrimonio edilizio danneggiato, ipotesi questa che pure serpeggia, in maniera più o meno velata, in determinati ambienti.
È un fatto assodato come, a séguito di eventi traumatici, si avverta immediato il bisogno di poter tornare, nel più breve tempo possibile, alla situazione preesistente, quale che essa fosse. Se tale atteggiamento può trovare una sua giustificazione, sul piano psicologico, per la metabolizzazione di un lutto conseguente alla tragedia, non trova invece giustificazione sul piano culturale e operativo per almeno due validissime ragioni: la prima attiene al lungo e difficile processo di maturazione dei principi conservativi nei quali la cultura contemporanea largamente si riconosce, i quali mettono al primo posto il rispetto assoluto dell’autenticità di un’opera e la conseguente sua irriproducibilità; la seconda, di natura più tecnica, risiede nell’impossibilità fisica di riprodurre la “materia” di un’opera distrutta o ampiamente compromessa. Si può replicare la “forma” dell’opera distrutta, consapevoli del fatto che stiamo producendo un falso sia artistico che storico, ma sappiamo bene che, nella attuale riflessione teorica, la “forma” non può essere disgiunta dalla “materia”, entità queste che, per citare Brandi, vivono in maniera “coestensiva”. Vieppiù in architettura allorché alla “materia” sono delegate speciali “funzioni” di resistenza meccanica, ancorché tali funzioni attengano a qualsiasi prodotto dell’operosità umana, non fosse altro che per opporsi alla forza di gravità. Immancabilmente, tuttavia, l’invocazione alla ricostruzione à l'identique è deflagrata nel dibattito post-sisma non solo sui titoli dei giornali, tanto approssimativi quanto “urlati”, ma anche in assise diverse con tanto di côté intellettuale pronto ad immolarsi alla causa della ‘bellezza’ non altrimenti recuperabile (sic!).
Sul fronte opposto, con altrettanta perentorietà, sono emersi gli atteggiamenti “contemporaneisti” che, pur partendo da presupposti condivisibili circa l’irriproducibilità delle opere distrutte, giungono a conclusioni inaccettabili sia per l’edilizia storica emergente, quella che un tempo avremmo definito “monumentale”, sia nei confronti dei tessuti edilizi storici, proponendo un’ampia sostituzione delle pagine distrutte o fortemente compromesse con altre di architettura contemporanea, comprendendo in esse anche la progettazione di nuovi “vuoti urbani”.
È appena il caso di richiamare l’approssimazione culturale di certa avanguardia oltranzista nell’avanzare, ancora oggi, accuse di “passatismo” e di “immobilismo” nei confronti del mondo del restauro. Ciò appare estremamente fuorviante, laddove si consideri che, nella riflessione contemporanea più aggiornata, l’atto del restauro non può essere considerato altro che un atto di architettura, più precisamente un particolare modo di fare architettura con finalità conservative.
La querelle non è certo nuova, in quanto è sempre riemersa, non solo all’indomani di tragedie simili, ma ogniqualvolta si è posto il tema del rapporto tra nuovo e antico. Occorre, invece, prendere atto come il tema della ricostruzione del patrimonio edilizio storico, laddove esso si presenti danneggiato più o meno seriamente, sia squisitamente di restauro architettonico, sia che si tratti di reintegrare parti perdute di un monumento significativo per la comunità, sia che si tratti di ricostruire una parte dei tessuti urbani.
Partiamo, innanzi tutto, da una considerazione preliminare, a mio giudizio fondamentale: dopo un evento traumatico, nessun edificio può considerarsi veramente “perduto” perché rimarranno di esso, anche nei casi gravissimi, pur sempre delle tracce. Ne consegue che la cancellazione totale di un edificio, o di un tessuto urbano, è sempre “intenzionale” e di ciò ne abbiamo testimonianza proprio dalla Storia.
Se si accetta tale premessa, la prospettiva muta radicalmente in quanto l’atteggiamento giusto non è quello di chiedersi con quali forme architettoniche si risarciranno le parti perdute,




Chiesa di Bagrati






Effetti del terremoto in Emilia




Torre Modenese con il suo orologio
siano esse “assonanti” (facendo ricorso tanto alle repliche falsificanti, quanto al cosiddetto “moderno ambientato”), oppure “dissonanti” (così come è dato largamente vedere nell’attuale panorama architettonico); occorre, al contrario, chiedersi quanto, e in che modo, il testo mutilo potrà risultare “esigibile”.
Ovviamente, tale “esigibilità” (che i fautori del com’era e dov’era giudicano sempre possibile) deve essere oggetto di un’attenta valutazione critica e può mutare in base al valore testimoniale della preesistenza: in definitiva, da un lato dovremo interrogarci sulla “esigibilità” delle parti residue di un edificio specialistico portatore anche di valori artistici, dall’altro su quella relativa alla ricomposizione dei tessuti edilizi compromessi da un sisma. In entrambi i casi si tratta di approcciare alle conseguenti problematiche progettuali ed operative con l’ottica del restauro, quindi con finalità esclusivamente conservative. Tutto ciò comporta, innanzi tutto, un rigoroso approccio conoscitivo di natura storico-critica che, paradossalmente, si fa più arduo proprio nei confronti dell’edilizia storica di base, giacché sarà solo la conoscenza dei processi evolutivi della città ad essere in grado di svelare quei caratteri (distributivi, strutturali e linguistici) che, altrimenti, rimarrebbero sconosciuti.
Non c’è chi non veda la distanza considerevole di un tale approccio rispetto a quello puramente “percettivo” che domina l’attuale cultura architettonica.




Castello delle Rocche di Finale Emilia


Ma dobbiamo pur sempre rispondere all’incessante domanda che viene sempre posta in questi frangenti: può essere esclusa completamente l’architettura contemporanea da tali processi ricostruttivi? La risposta è che essa può giocare, con piena legittimità, un ruolo insostituibile nei processi ricostruttivi e reintegrativi, laddove venga messa al servizio della preesistenza e non già l’inverso, come è largamente dato osservare. Ciò si lega, appunto, al tema alla valutazione della “esigibilità” del testo mutilo sul quale si interviene; più precisamente, si lega ai criteri che adotteremo per la reintegrazione delle lacune, sia architettoniche che urbane, prodotte dal sisma. Laddove queste possono essere risolte facendo ricorso al ricco patrimonio ideale e metodologico proprio della disciplina del Restauro, il problema non deve essere minimamente posto; ma laddove questo non fosse possibile, il linguaggio contemporaneo può assolvere il compito reintegrativo o allusivo degli spazi o delle masse murarie perdute.
Non si tratta, in questi casi, di andare “oltre il restauro”, ma di rimanervi all’interno, nel pieno rispetto dei principi conservativi nei quali ci riconosciamo."(Riccardo Dalla Negra)



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