Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno I - Mag./giu. 2006, n. 3
ARTinFORMA 

RESTAURI E...DINTORNI


Assisi: l'utopia diventa realtà
di Francesca Secchi



La Basilica di S. Francesco di Assisi: un restauro tra presente e futuro.

Sono terminati i restauri. Ultimo atto di un lavoro che si spiega soltanto con una forte passione ed un amore continuamente sostenuto da grande professionalità.” Frate Vincenzo Coli
Emozione, felicità, incredulità, soddisfazione: ecco cosa si prova oggi varcando, dopo nove anni dal disastroso sisma, l'ingresso della Basilica Superiore di S. Francesco ad Assisi ed osservando le vele ricomposte e ricollocate.
Chi di noi non conserva impresso nella memoria il terribile filmato, molte volte ripetuto dalla televisione, del momento del crollo la mattina del 26 settembre 1997?! Di fronte alla visione dell'enorme cumulo di macerie sul prato antistante la Basilica, chi poteva prevedere un simile risultato?
5 Aprile 2006 . E' il giorno dell'inaugurazione della Basilica Superiore interamente restaurata: l'utopia è diventata realtà.
Questo risultato si deve al lungo lavoro di numerose competenze, primi fra tutti i restauratori, che si sono impegnati ininterrottamente alla ricomposizione di opere d'arte distrutte nell'arco di pochissimi secondi da un evento naturale così violento.
La duplice Basilica, consacrata nel 1253 sorge, quasi per uno scherzo del destino, sul colle detto “dell'inferno”, dove un tempo remoto si svolgevano le esecuzioni capitali: la Chiesa Inferiore, una grandiosa cripta dalle possenti forme romaniche, iniziata nel 1228 (due anni dopo la morte di S. Francesco) è dedicata al culto del santo; la Chiesa superiore, costruita sui modelli del gotico umbro, è un'ampia e luminosa aula destinata alla predicazione, che racchiude al suo interno la più completa decorazione murale del Duecento e Trecento italiano.
Immaginiamo di ripercorrere come un flashback i più significativi momenti di questo lungo “cantiere dell'utopia” che ha permesso, grazie al progetto ed alla direzione dell'Istituto Centrale per il Restauro di Roma, una sorta di nuova consacrazione della Basilica, restituendo al pubblico la decorazione pittorica originale.
26 Settembre 1997 . A poche ore dal sisma, gruppi di volontari, restauratori e studenti, al riparo di una tettoia appositamente costruita, setacciano il cumulo di macerie appartenenti agli affreschi con i Santi dell'arcone d'ingresso ed alla vela del S. Gerolamo di Giotto, trasportate attraverso dei rulli sul sagrato antistante la Basilica per non farle schiacciare dalle ruspe in un unico mucchio. I frammenti, recuperati integralmente, vengono suddivisi in contenitori provvisori dopo una prima selezione per tipologia e quindi trasferiti in un ambiente interno al Sacro Convento, detto Stallone, adibito a laboratorio ed all'immagazzinamento dei frammenti.
Per i frammenti della vela del S. Matteo di Cimabue e della vela stellata la situazione è assai più critica: al momento del crollo subiscono una duplice caduta, precipitando sull'altare maggiore prima di incontrare il pavimento e riducendosi in frammenti delle dimensioni di pochi centimetri quadrati, oppure grandi non più di un'unghia o, spesso, sbriciolandosi.
Per il pericolo di altre scosse, si attendono i giorni successivi per selezionare rapidamente sul posto l'enorme massa di materiale, continuando poi il lavoro in condizioni di sicurezza, fuori dalla Basilica.
26 Settembre 2002 . Gli otto Santi dell'arcone d'ingresso, la vela del S. Gerolamo di Giotto ed il costolone di separazione, una volta ricomposti, tornano ad occupare la collocazione originaria. E' un grande recupero: l'immagine d'insieme, nonostante non sia più integra per le perdite causate dal crollo, è perfettamente leggibile, anche da 20 metri di distanza. Questo risultato è stato ottenuto applicando la teoria dell'abbassamento ottico dell'intonaco, propugnata dal grande storico dell'arte Cesare Brandi, di cui si celebra il centenario della nascita. Le parti mancanti, dette lacune, se lasciate al “naturale”, tenderebbero ad “avanzare” in primo piano rispetto all'immagine, se reintegrate ad acquarello, invece, “retrocedono” otticamente verso il fondo, permettendo una più corretta fruibilità dell'immagine.
Ma 120.000 frammenti aspettano ancora di essere ricollocati! Perciò da questa data i restauratori sono nuovamente all'opera nel laboratorio prefabbricato, appositamente costruito nel Giardino dei Novizi. Enormi tavoli sono occupati da stampe fotografiche delle parti crollate in scala reale, a colori, al di sopra delle quali vengono posizionati i frammenti riconosciuti nella situazione originaria.
Questa operazione è necessaria per valutare la percentuale della superficie recuperata; purtroppo ci si rende presto conto che la quantità dei frammenti riposizionati corrisponde, per la vela del S. Matteo di Cimabue, soltanto al 20-25 % e si apre quindi un acceso dibattito sulle possibili soluzioni da seguire. Si pensa dapprima alla creazione di un “Museo del terremoto”, dove conservare la scarsa quantità di materiale ricomposto, ma anche grazie ai risultati di un'indagine condotta sul pubblico visitatore, cui sono stati posti sei quesiti sul restauro, nel corso del Seminario Internazionale del maggio 2005 è stata presa la decisione di ricollocare “comunque” i frammenti, pur nell'incertezza del risultato finale.
La sofferta soluzione porta alla fase conclusiva del lavoro, terminata in questo anno: i frammenti della vela del S. Matteo sono stati assottigliati e collocati su nuovi supporti costruiti mediante controforme, quindi il nuovo intonaco è stato abbassato cromaticamente fino al tono desiderato. Per la vela stellata, attigua alla vela di Cimabue e peraltro quasi interamente ridipinta nell'Ottocento, non si è potuto procedere al riassemblaggio dei frammenti, operazione difficoltosa per una superficie monocroma; si è optato dunque per l'abbassamento ottico-cromatico dell'intonaco ai fini di evitare una sorta di buco figurativo, accanto ad una situazione frammentaria come quella della vela del S. Matteo.
Fondamentale, a livello dell'individuazione ottica degli spazi, il ruolo del costolone di separazione tra le due vele, le cui fasce decorative sono state ricomposte presso il Laboratorio dell'I.C.R.
Di fronte alla vela del S. Matteo, descritta dallo storico dell'arte Bruno Zanardi come “ una grande spiaggia sabbiosa (la cosiddetta tinta neutra) su cui vola in ordine sparso un informe sciame di farfalle (i frammenti autografi di colore)”, e dinanzi alle polemiche sollevate da chi non si è trovato, come invece chi scrive, a dare un proprio contributo alla lunga ed estenuante ricerca dei frammenti, la risposta può ritrovarsi nel concetto di “rudere”, proposto da Brandi. “Il rudere è il residuo di un monumento che non può rimanere che quello che è, onde il restauro altro non può consistere che nella sua conservazione con i procedimenti tecnici che esige.” (C. Brandi: Teoria del Restauro) Anche se è impossibile l'integrale ricostruzione visiva dell'immagine, i frammenti della vela del S. Matteo fanno parte di un contesto figurativo di enorme valore storico ed estetico che va pertanto restaurato e tramandato ai posteri.
Alzando gli occhi verso ciò che oggi può essere definito una sorta di “reliquia”, la speranza è fermamente riposta nel futuro: fra venti, cinquanta o cento anni la tecnologia forse renderà possibile la ricollocazione dei frammenti che ancora adesso giacciono numerosi nelle cassette del magazzino e che, con il sistema automatico di riassemblaggio attuale, possono essere ricomposti per il momento soltanto virtualmente.
Chi vivrà, vedrà.

 






Materiale di crollo posto davanti alla Basilica


S.Antonio ricollocato




Volta di Cimabue crollata




Vela di S.Girolamo ricollocata




Laboratorio di restauro


Interventi di restauro




Vela di San Matteo



                 Vela di S.Gerolamo riassemblata                                                                                Assisi:  veduta della Basilica Superiore