Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno III - Gen./feb. 2007, n. 7
ARTinFORMA 
RESTAURI E ... DINTORNI

Dalla terra … a "lo lecto” ... ai Musei Vaticani.
di Alessandra Berruti


Non credo sia un paradosso affermare che la tragica fine di Laocoonte, sacerdote di Apollo e dei suoi figli sia uno tra i più emozionanti episodi nella storia del mito classico. Forse per il sottile intreccio voluto da Virgilio, che nell'Eneide pone l'evento come punto nodale della nascita di Roma, o perché la storia tocca sentimenti profondi ed eterni, come la disperazione di un padre che vede morire i figli non per loro colpa, né per la propria, visto che gli Dei lo puniscono per aver svelato l'inganno del cavallo di Troia. Ma, si chiede Virgilio, se i Troiani avessero creduto alle sue parole ammonitrici, i Greci non avrebbero bruciato Troia e Roma non sarebbe sorta dalle sue ceneri! Il che può giustificare l'arcano volere degli Dei, certo non il dolore di un padre o la giustificazione di una fine così tragica, perché Laocoonte verrà afferrato da due mostruosi serpenti marini, inviati da Atena e Poseidone, e stritolato tra le loro spire assieme ai suoi due figli.





Il gruppo marmoreo del Laocoonte, I sec. a. C. Città del Vaticano


dell'archeologia è densa di casualità fortunose!), un certo Felice De Fredis, nobiluomo con scarsi caratteri di nobiltà, finisce in una buca che si è aperta all'improvviso nella sua vigna sul colle Oppio, presso le Terme dell'imperatore Tito (I sec. d.C.), il primo possessore dell'opera marmorea, come testimonia Plinio il Vecchio nella Storia naturale (XXXVI, 37).
La buca si rivela essere una primitiva stanza e nella stanza, coperta di terriccio, radici ed indifferenza del tempo, è situato il gruppo del Laocoonte. L’opera è spezzata in più parti e la statua del sacerdote troiano è priva del braccio destro, ma l’insieme non ha perso nulla del suo fascino, anzi... Alla scoperta, avvenuta nel 1506, in piena età rinascimentale, seguiranno giorni di stupore e grande agitazione per la Roma colta, soprattutto quando Michelangelo Buonarroti e Giuliano Da Sangallo, architetto pontificio, ne riconoscono la grandezza ed il valore artistico, identificandolo con il gruppo scultoreo descritto da Plinio. Per difenderlo da mani troppo vogliose, il De Fredis (sono sue parole) trascinò i giganteschi reperti in camera sua, “appresso lo lecto”; ma sono troppi i pretendenti alla sua porta, sino a che Giulio II non decide





Particolare del figlio minore (a destra del gruppo)



lavoro intellettuale e materiale che si è sviluppato attorno al braccio mancante di Laocoonte.
La postura del padre, in particolare, fu oggetto di molti studi. Si cercò di interessare anche Michelangelo, il quale, troppo impegnato nell'ideazione della tomba di Giulio II, per lui opera capitale dell'intera esistenza, trasferì l'incarico al suo allievo Giovanni Montorsoli. Tra le diverse ipotesi sul diniego di Michelangelo di aggiungere il braccio destro mancante al Laocoonte, vi è quella che l'artista abbia tracciato un disegno del braccio mancante in un atteggiamento che teneva conto in modo anatomicamente perfetto del movimento dei muscoli. Un disegno pericoloso per l'epoca, dato che per conoscere tanto bene quella torsione dei muscoli, bisognava averli visti sezionando cadaveri, cosa concessa, a quei tempi, a pochissimi!
Comunque, il Montorsoli si impegnò a fondo nell'opera di restauro ed alla fine calcolò l'effetto visivo generato dalla distanza della statua dal visitatore, trascurando un po' troppo l'anatomia reale del braccio. Scelta, tuttavia, apprezzata molto sino all' incredibile ritrovamento, quattrocento anni dopo, del braccio originale!
Filippo Magi, un professore di archeologia, iniziò dunque il restauro nel 1957 per asportare il lavoro di Montorsoli ed applicare il reperto rinvenuto da Ludwig Pollack, un collezionista fortunato, ritoccando anche la posizione del figlio maggiore ed eliminando alcune reintegrazioni minori.

 


Agesandro, Atanadoro, Polidoro di Rodi: Laocoonte, I sec.a.C (part.), Musei Vaticani. Città del Vaticano



Et, si fata deum, si mens non laeva fuisset..Troiaque nunc stares, Priamique arx alta, maneres..(Virgilio, libro II Eneide)( e se i fati divini non fossero stati contrari e le nostre menti accecate…tu ora, Troia, ancora vivresti e tu, rocca di Priamo, ti ergeresti in alto). Una storia da scolpire nei versi di un sommo poeta e nel marmo, come la immortalò uno scultore di Rodi, Agesandro, assieme ad Atanadoro e Polidoro.
Il gruppo scultoreo è un blocco di marmo dalle grandiose proporzioni (h. 242 cm.), carico di pathos, lavorato, secondo lo stile del Barocco pergameno, con enfasi e teatralità, che incentra i punti focali della composizione su tre momenti della tragedia. Il primo è sul figlio minore, mentre si accascia perché già morso dal serpente; poi l'attenzione viene sospinta verso il centro, dove campeggia il padre nell'atto di essere morso, dal torso plasticamente poderoso, il viso segnato dalla disperazione e dallo strazio per la vista della morte dei figli. Poi, il terzo momento, quello del figlio maggiore, quasi distaccato dalla tragedia, pronto a mettersi in salvo, simbolo forse di una fievole speranza di vita. Una speranza irrisolta dai secoli che passano: tanti, 15 per la precisione, quando, grazie ad una casualità (ma la storia



Particolare della testa e del busto del Laocoonte



di far valere l'autorità papale, reclamando il gruppo marmoreo per le sue nascenti collezioni d'arte. Nel quadro del suo programma “virgiliano”, rinvigorito dal pensiero cristiano, Giulio II, mecenate ed umanista insigne, proponeva se stesso come discendente di Iulo Ascanio e dunque nuovo fondatore di quella Roma cristiana, che si preparava ad avere una Basilica spettacolare ed opere d'arte dei maggiori geni italiani.
Con questa acquisizione il Laocoonte da "lo lecto” del suo scopritore passò al Palazzo Apostolico, dando così origine a quello che sarà il Cortile delle Statue, nucleo fondante dei Musei Vaticani.
La fama che circonda da subito questo capolavoro d'arte antica, l'unico di cui non si conoscano repliche, e lo stile drammatico che lo caratterizza provocarono un susseguirsi di studi, copie, indagini, bene evidenziati nella mostra che è tuttora in corso ai Musei Vaticani, la quale espone, oltre al famoso gruppo, sculture antiche e moderne, bronzi, affreschi, bisquit, incisioni, libri e disegni che girano intorno all'imponente scultura marmorea, innanzitutto l'importante



Particolare del figlio maggiore  (a sinistra del gruppo)

Un' occasione irripetibile, avvertita con estrema sensibilità dal restauratore che si sentì in dovere di realizzare un calco in gesso sì da documentare, a futura memoria, gli interventi operati e lasciare al futuro miglioramento delle tecniche di restauro la possibilità di intervenire ancora, anche su quelle parti che il restauro avrebbe reso invisibili per sempre.
Un solo tassello manca per terminare il lungo percorso della storia del ritrovamento: la datazione dell'opera, le cui ipotesi hanno tenuto conto dello stile magniloquente della virtuosistica scultura. Alcuni storici interpretano il gruppo come la copia di prima epoca imperiale di un originale bronzeo scolpito dagli scultori di Rodi a metà del II secolo a.C.
Altre ipotesi lo definiscono, invece, un “originale” scolpito poco più tardi, sempre dagli stessi artisti rodii ed infine c'è il parere dello storico dell'arte Paolo Liverani che la giudica un'opera originale, sintesi di tre secoli d'arte ellenistica, databile intorno ai primi anni dell'età di Augusto, quindi nel ventennio tra il 40 ed il 20 a. C. e scolpita per mano degli artisti provenienti da Rodi, molto attivi in quegli anni.
Per tre secoli il gruppo non si è mai spostato dalla Città del Vaticano, poi in età napoleonica fu requisito e condotto al nascente Louvre assieme ad altre importanti opere trafugate dall'imperatore in tutta Europa. Dopo la sconfitta di Napoleone, toccò ad Antonio Canova riportare il gruppo ai Musei Vaticani, tra l tripudio di tutta la Penisola e da lì non si è più allontanato.
Resta una domanda curiosa e sicuramente poco austera, che intende smitizzare con ironia un evento tanto eclatante: in che razza di stanza dormiva il nobiluomo De Fredis, per poter ricoverare “appresso lo lecto” un reperto così grandioso?


Cortile Ottagono, ove si conserva il Laocoonte. Musei Vaticani, Città del Vaticano


Si ringraziano i Musei Vaticani per la gentile concessione delle immagini




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