Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno III - Mar./apr. 2007, n. 8
ARTinFORMA 
RESTAURI E ... DINTORNI

Se passate per Roma, non dimenticatevi della Medusa.
di Alessandra Berruti


"Non so se mi scolpì scalpel mortale,
o specchiando me stessa in chiaro vetro
la propria vista mia mi fece tale".

Giovan Battista Marino


Il busto di Medusa, una delle più singolari ed innovative opere di Gian Lorenzo Bernini, è stato riportato all'originale bellezza dopo un'operazione di restauro durata circa 4 mesi.
La scultura berniniana, rimasta esposta ai Musei Capitolini nella Sala degli Arazzi per tutto il periodo natalizio, per agevolare la visita dei ben 35.000 visitatori, a restauro terminato è stata ricollocata nel suo luogo originario, sul piedistallo settecentesco nella vicina Sala delle Oche, che la ospita dal lontano 1731, grazie alla donazione del marchese Francesco Bichi.
Il periodo in cui il Bernini realizzò l'opera, tra il 1644/48, era certamente un periodo non particolarmente propizio per l'artista che vedeva in quegli anni la fine del pontificato di Papa Urbano VIII, che, come è noto, aveva una predilezione per la sua creatività, e l'elezione al soglio pontificio di un esponente della famiglia Pamphili: Papa Innocenzo X. Come se non bastasse, proprio nel 1646 Bernini e tutta Roma videro la demolizione del campanile laterale da lui realizzato per la facciata della Basilica di San Pietro, il cui crollo accompagnò un momentaneo declino della fama dell'artista.
Tornando alla scultura, quest'ultima doveva prevedere la raffigurazione della testa troncata della Medusa, ma il Bernini si spostò in direzione di un vero e proprio busto-ritratto: lo spettatore viene a trovarsi davanti ad una Medusa vivente, con la bocca socchiusa, le sopracciglia aggrottate e, come racconta Ovidio nelle “Metamorfosi”, con i capelli sulla nuca non ancora trasformati in serpenti, ma che già si attorcigliano sulla fronte della più bella tra le Gorgoni.




G.L. Bernini: busto di Medusa, marmo (1644/48)


  Bernini, infatti, ha celto di raffigurare la sfortunata Gorgone punita da Minerva, nel momento in cui non è ancora avvenuta completamente la trasformazione in pietra: essa è invece fermata nell'attimo in cui si rende conto dell'atroce beffa e nella sua espressione si coglie una smorfia di dolore mista al terrore. E' la rappresentazione di un mito classico in cui l'artista, con la sua genialità, è riuscito a scolpire l'attimo precario in cui Medusa, specchiandosi nello scudo dell'astuto Perseo, sta per tramutarsi in pietra.
Il restauro, iniziato nel luglio 2006, che ha interessato sia il busto che la base settecentesca, si è svolto nell'ambito del progetto FIT per l'Arte e la Cultura, diretto da Elena Bianca Di Gioia ed eseguito dai restauratori Tuccio Sante Guido e Giuseppe Mantella. Nomi già noti ai cultori del recupero delle opere d'arte: quello di Sante Giudo, per esempio, si ricollega immediatamente al restauro dell'Apollo di Veio, mani esperte che hanno già collaborato alla conservazione di capolavori!
E' stato questo un intervento che, oltre a restituirci un' inestimabile opera d'arte, ha permesso ai visitatori di assistere alle operazioni: quattro mesi di indagini, analisi e restauri a cantiere aperto, durante i quali tutti hanno potuto constatare la grande difficoltà, l'esperienza e l'impegno necessari per realizzare questi lavori, spesso poco considerati dai cittadini meno attenti al fondamentale ruolo della conservazione del patrimonio culturale.

L' incantevole opera di marmo bianco, alta 50 centimetri, è stata oggetto innanzi tutto di un delicatissimo intervento di pulitura; impolverata e ingrigita da particelle e protettivi alterati e voltati in grigio, nascondeva un marmo di Carrara particolarmente bianco e trasparente, lavorato in un unico blocco. Sono infatti dovute a precedenti interventi di restauro le spaccature evidenti in alcune delle serpi che invece il Bernini aveva lavorato una ad una!
Grazie alle tecnologie avanzate oggi utilizzate, uno spettrometro a fibre ottiche a medio infrarosso, ci si è potuti “fermare” nell'operazione di restauro davanti alla patina originale stesa dal Bernini, una cera naturale utilizzata dal grande artista per rendere alcune parti della scultura ancora più simili al vero: la punta del naso, il margine del labbro superiore, il labbro inferiore ed il bordo esterno del sopracciglio sinistro. Tecnica pittorica, questa, che caratterizza il geniale stile berniniano, ove le opere sembrano annullare il margine di distacco esistente tra scultura e pittura. Arte che sempre incanta, stupisce e, in questo caso, ….pietrifica!.

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