Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno III- Mag./ago. 2007, n.9-10
ARTinFORMA 
RESTAURI E ... DINTORNI

Filippo Lippi, ovvero dell'amor sacro e dell'amor profano
di Alessandra Berruti


In tutta la sua bellezza, leggerezza e grazia la si può finalmente ammirare: è la Salomè di Filippo Lippi e con lei l’intero ciclo pittorico delle “Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista”. Siamo a Prato, dove è appena terminato il restauro di uno dei tanti capolavori del Rinascimento.





Affreschi della Pieve di Santo Stefano: Salomè (part. dopo il restauro), 1450/65. Prato

  L'intervento conservativo, iniziato nel 2001, ha restituito lucentezza alla superficie dipinta ed ha permesso di scoprire, sotto uno spesso strato di nerofumo, numerose rifiniture eseguite dall'artista a secco, ovvero dopo l'asciugatura dell'intonaco (l'affresco richiedeva, infatti, rapidità di esecuzione e non era possibile correggere eventuali errori. In quei casi bisognava scalpellare la parte e stendere nuovamente l'intonaco). Purtroppo proprio la presenza di varie zone dipinte a secco, meno resistenti alle insidie del tempo, ha accelerato il deterioramento dell'opera, come raccontano le restauratrici Cristina Gnomi e Isabella Lapi Ballerini, direttrici del restauro. Erano infatti presenti lesioni, sollevamenti e distacchi di intonaci e di colore: tutta la superficie pittorica si presentava particolarmente fragile. Ora, grazie anche all'eliminazione dei solfati che interferivano con la lunghezza d'onda della luce, ed alla rimozione dei ritocchi ormai alterati dell'ultimo restauro (il primo era avvenuto nel 1835, affidato alle cure del pittore purista Antonio Marini, ridipinture asportate quasi totalmente da Leonetto Tintori nel 1870; l'ultimo un secolo dopo, nel 1934 ), si è ottenuto un generale recupero della brillantezza e dell'ariosità dei colori.
L’operazione, finanziata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (per un totale di 950.000,00 euro), con un contributo della Provincia di Prato e della Diocesi, è stato curata dalle due Soprindendenze
per i Beni Architettonici e per il Patrimonio Storico Artistico delle province di Firenze, Pistoia e Prato. I lavori sono stati eseguiti dai restauratori della CBC di Roma. Oltre ad essere stato uno dei restauri più complessi ed impegnativi, al pari della cappella degli Scrovegni di Giotto a Padova, non è mancata la presenza di idee innovative, come quella di concedere al pubblico di visitare il restauro durante i 6 anni di lavori, progettando un moderno cantiere che ha permesso ai visitatori l’accesso direttamente sui ponteggi.
Nel 1452 comincia per Fra' Filippo Lippi (che nel 1421 aveva preso i voti, mantenendo lo stesso nome di battesimo) la lunga avventura della decorazione del Coro del Duomo di Santo Stefano a Prato, che lo occuperà fino al 1465. La prova più complessa nella vita dell'artista: 400 mq di superficie pittorica che illustrano su 3 registri orizzontali Storie della vita di Santo Stefano, patrono della città, fronteggiate a Storie della vita di San Giovanni Battista, patrono di Firenze, affreschi che testimoniano ampiamente l'eleganza e la flessuosità della sua linea, l'attenzione alla descrizione di cose ed eventi, la sensuale bellezza della gamma cromatica. Nel clou dell' importante impegno artistico si verificò un evento imprevedibile che, insieme ai rinvii sui pagamenti, fu la causa dei ritardi sulla consegna dell’opera: nel 1456 fra' Filippo s’innamora di una delle monache del convento, tale Lucrezia Buti. Un amore che porterà prima alla nascita di Filippino (anche lui divenuto in seguito un affermato pittore) e di Alessandra, poi allo scioglimento dei voti per entrambi, da parte di Pio II; ma soprattutto un amore che ha portato il pittore a ritrarre l’amata in quasi tutte le sue opere. Infatti, dopo gli apprezzamenti del Vasari, che nelle "Vite" narra la storia scandalosa di quest'amore, per 3 secoli la fama del pittore fu offuscata, per rinascere timidamente in pieno Romanticismo, alla metà dell'800 e crescere man mano, grazie anche a Gabriele D’annunzio, il poeta “vate”, che riuscì con i i suoi bei versi a fare riemergere dall’oblio i protagonisti della scabrosa vicenda:  



Affreschi di Prato:
part. dopo il restauro
"Chi [...] sei tu Lucrezia Buti? Sei tu quella che danza, simile ad un fior voluttuoso fatto di pieghe in vece di petali, ora chiuso ora socchiuso ora dischiuso? O sei quella che seduta alla mensa fa il gesto pacato e spietato verso la testa mozza, o sei quella dalla chioma a grappoli [...] non una sei ma tre per mio amore, Lucrezia Buti”.
Potremmo concludere che "omnia vincit amor"!

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