Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno IV- Aprile/maggio 2008, n.14
ARTinFORMA 
RESTAURI E ... DINTORNI

Vedo doppio? ovvero la tecnologia applicata ai Beni culturali
di Alessandra Berruti


Quando si parla di Parigi e del meraviglioso Museo del Louvre spesso e volentieri lo si associa immediatamente all’opera più “strumentalizzata “ dell’intero complesso: la Monna Lisa di Leonardo da Vinci. Tutti in fila con macchinette digitali, cellulari e telecamere, intenti ad immortalare l’indifesa Gioconda, costretta nella sua teca di protezione, mentre pochi si rendono conto che esattamente alle loro spalle c’è l’immensa tela di Paolo Caliari, detto il Veronese, Le Nozze di Cana. Il dipinto arriva da Venezia: era collocato sulla parete di fondo del Refettorio benedettino nel complesso architettonico progettato da Andrea Palladio, e fu ultimato insieme all’opera architettonica nel 1562; ma è qui che le cose si complicano, perché se si entra oggi nel monastero di San Giorgio Maggiore e si visita il Refettorio, sulla parete di fondo campeggia l’opera del Veronese! Il dipinto che è alle spalle di chi ammira la Gioconda al Louvre è forse ritornato al suo posto originario? com’è possibile? E il sorriso enigmatico di Monna Lisa conosce il mistero di questa duplicazione del quadro e della sempre eterna arte di arrangiarsi degli italiani?
Cerchiamo di capire…
Nel 1553, Paolo Caliari, detto il Veronese, era Venezia, all’interno del nuovo complesso palladiano, incaricato di realizzare una tela gigantesca (6,77 x 9,97 m) ispirata alle Nozze di Cana. Il pittore dà libero sfogo alla sua passione di instancabile narratore manierista e trasforma quell’episodio del Vangelo in un trionfo di colori e della Venezia del suo tempo, con il concorso di oltre cento figure, fra cui trovano posto anche i ritratti di Eleonora d'Austria, Carlo V, Alfonso d'Avalos, di Tiziano, di Tintoretto e dello stesso autore del quadro. Si tratta di un’ interpretazione magistrale che suscita l’entusiasmo dei Veneziani al punto di obbligare i frati a chiudere le porte e vietare l’ingresso ai curiosi per molto tempo. E non mancarono le polemiche per quella eccessiva libertà che il Veronese amava prendersi nell’interpretare passi salienti della vita di Gesù. E’ nota infatti la travagliata vicenda del dipinto ispirato all’Ultima Cena. L’artista finì sotto il giudizio della Inquisizione che criticò “ l’esuberanza” del pittore, il quale non aveva esitato ad emarginare la sacralità dell’avvenimento ponendo la scena principale in secondo piano per favorire “nani, buffoni e imbriachi todeschi”.

Monastero di S.Giorgio Maggiore (refettorio): Le nozze di Cana, riproduzione da P.Veronese di Adam Lowe. Venezia


Il processo si concluse con la condanna del Veronese a modificare l’opera, ma l’artista si limitò a cambiare il titolo al quadro che divenne Cena in casa di Levi.
Diverso il destino delle Nozze di Cana. La fama dell’opera era giunta sino a Napoleone Bonaparte che se ne volle appropriare come risarcimento delle spese di guerra nel 1797. La tela fu smontata dalla parete, tagliata in diversi pezzi e spedita al Louvre, dov’è tuttora conservata, appunto, di fronte allo sguardo che potremmo definire divertito, della Gioconda. Perché, visti andar falliti i tentativi di riavere indietro l’opera ( ci provò persino il Canova), la Fondazione Cini ha optato per una soluzione di grande immaginazione, ovvero ha deciso di realizzare un fac-simile delle Nozze di Cana, una copia in scala 1:1, del tutto e per tutto simile all’originale: una sorta di miracolo tecnologico appunto, reso possibile grazie all’artista inglese Adam Lowe, considerato uno dei massimi innovatori nella mediazione digitale, direttore e fondatore della Factum Arte, società all’avanguardia nella ricostruzione e riproduzione di opere d’arte. Il Direttore della fondazione Cini, Pasquale Gagliardi (che ha da sempre a cuore la conservazione, il restauro e la valorizzazione dell’isola di San Giorgio Maggiore, sede della Fondazione) ha probabilmente realizzato il sogno di poter rivedere finalmente il Refettorio come doveva essere nel XVI secolo, ricollocando il fac-simile dell’opera del Veronese nel suo contesto originale. Ed ha aperto l'interessante quesito: dov’è oggi l’originale? E’ sempre al Louvre, oppure per il fatto che il quadro sia stato ricollocato su quella parete, nel Refettorio per il quale era stata concepito (in quella struttura architettonica, con quella luce…) forse l’originale è proprio quello che possiamo ammirare oggi all’isola di San Giorgio? Certo è che questa straordinaria e coraggiosa operazione ha ricucito una ferita nel cuore dell’isola ed il visitatore può finalmente percepire una visione d'insieme del capolavoro quale non si può effettivamente comprendere nelle asettiche sale del Louvre.
Per la realizzazione di questo lavoro pittorico, che è anche un inquietante interrogativo culturale, è stato necessario uno scanner a colori 3D (progettato appositamente per l’occasione), con equipaggiamenti tecnici ad altissima risoluzione e macchine fotografiche che hanno prodotto 2700 scatti. L’operazione di scansione è durata due mesi. Le sezioni stampabili di 100x180 cm sono state successivamente assemblate e ritoccate. La copia così riprodotta è stata montata su un supporto praticamente identico a quella del Louvre, con preparazione a gesso e tela simili agli originali. All’occhio e alla mano poi il compito del ritocco, della finitura, là dove la macchina ha dimostrato i suoi limiti. Ogni imperfezione, ogni crettatura, piccoli sollevamenti di colore o segni di pennellate più corpose, sono stati maniacalmente ricreati sulla “superficie pittorica”, tanto che appare quasi impossibile distinguere la copia dall’originale. Dunque, buon ritorno a casa alle Nozze di Cana ed a questo miracolo della tecnologia applicata ai Beni culturali. Dopo quattrocento cinquanta anni dalla creazione del dipinto, l’avvenimento ha dimostrato che se un tempo soltanto qualcuno ha potuto trasformare l’acqua in vino, oggi è possibile trasformare l’olio in inchiostri ma, e soprattutto, restituire l’emozione provata dai primi visitatori presenti all’ inaugurazione dell’opera del Veronese, senza creare danni né alle cose, né alla verità storica.


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