Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno IV- Autunno 2008, n.16
ARTinFORMA 
RESTAURI E ... DINTORNI

“SOLLEVATE E FERMI !”
Il trasporto della Macchina di Santa Rosa a Viterbo

di Alessandra Berruti


"Ali di luce", la Macchina di Santa Rosa




La festa patronale di Santa Rosa a Viterbo fa parte di quell’immenso patrimonio di tradizioni popolari di cui l’Italia va orgogliosamente fiera. La festa è molto antica: nasce nel ‘500 con una grande processione, ma è dal 1690 che è nata la tradizione della “Macchina”, una costruzione a forma di campanile gotico, un tempo illuminata da centinaia di moccoletti, mossa da facchini che la portano “a spalla” fino al santuario della santa.
Raccontare il giorno di Santa Rosa e riuscire a trasmettere le emozioni di questa importante ricorrenza e quanto un’intera città con i suoi abitanti ne sia partecipe, è praticamente impossibile: è un’esperienza che bisogna vivere, bisogna immergersi nella folla che attende per ore, recarsi a Viterbo precisamente il 3 settembre ed essere pronti a provare un turbamento ed una suggestione che non subiscono mutamenti nel tempo.
Tutto ha inizio al mattino presto, quando la gente decide il luogo dove assistere al grande evento; c’è chi per la prima volta compra i biglietti per gli spalti o chi opta per una delle soste della Macchina previste dal cerimoniale le quali, calcolate dalla partenza, sono sette: Porta Romana, Piazza Fontana Grande, Piazza del Comune, Piazza delle Erbe, Piazza del Teatro e infine l’arrivo, preceduto dalla













Una scultura della Macchina
ormai famosa salita per giungere alla Basilica di Santa Rosa, un totale di 1.200 metri!
I cittadini preparano seggiole, sgabelli, panini e bevande per ingannare le ore d’attesa, ma è dalla fine di agosto che la città è già pronta, i borghi medioevali, le mura che la circondano e ogni angolo è tempestato di foto e pubblicità che ricordano l’ora della partenza dell’evento: ore 21.00, salvo imprevisti!


il trasporto notturno della Macchina....


Momenti di grande emozione....



La macchina sfiora le case....


Anche questa volta l'imprevisto c'è stato: l'argomento principe, che passava di bocca in bocca tra gli spettatori in attesa (quest'anno molto più lunga del solito) è la partecipazione del premier Silvio Berlusconi al grande evento. C'è chi critica, chi vorrebbe vederlo, chi gli urla “sei bellissimo”(non si sa se ironicamente o meno!), quando finalmente il Presidente si affaccia alla finestra del Palazzo dei Priori. Ma “lei”, la Macchina, non teme confronti: battezzata “Ali di luce” dal suo ideatore, l'architetto Raffaele Ascenzi, finalmente può partire e sfilare per il suo sesto ed ultimo anno consecutivo in tutta la sua magnificenza, al di sopra dei tetti della città, al di sopra di tutte le critiche che anni fa l'hanno quasi soffocata, al di sopra di ogni immaginazione.
Quando la si aspetta a Piazza del Teatro, ultima sosta prima della salita alla Basilica, si assiste ad uno spettacolo in grado di togliere il fiato: la prima cosa che si riesce ad intravedere è la delicata statua della Santa, culmine ultimo della macchina, che ad un'altezza di trenta metri, sovrasta i tetti del Corso. La città è completamente al buio:“Ali di luce” è avvolta da un chiarore abbagliante, capace di amalgamarsi con la struttura architettonica della città vecchia, ottenendo un gioco di dare e avere tra i muri delle case e la superficie lucida della Macchina in continuo movimento.


La statua di Santa Rosa, patrona di viterbo, sulla sommità della Macchina
Silenzio. Le voci delle centinaia di persone si sono ora acquetate, è Lei la protagonista assoluta: la luce dei suoi 800 bicchieri con fiamma viva e 3000 punti di luce elettrica la precedono, supera il Corso, quasi magicamente riesce a passare sfiorando le pareti di case e balconi, si avvicina, i facchini la direzionano verso la salita, il fiato sospeso della folla.., la testa alta per poterla ammirare finalmente tutta…, ancora un minuto, si ferma, scatta l’applauso. Siamo illuminati solo ed unicamente da Lei che immobile aspetta che i facchini riprendano fiato prima di affrontare l’ultima faticosa salita. Sapore di fede, raccoglimento, entusiasmo ed ammirazione si percepiscono in quel silenzio che anticipa il famoso “ SOLLEVATE E FERMI !”: un attimo e 52.5 quintali vengono sollevati, non un tentennamento, non un’oscillazione. Le corde vengono tirate, i cento facchini sono pronti, inizia l’ultima corsa per “Ali di luce”. Tre giri su se stessa prima di ricominciare a respirare.


"Ali di luce" ha finito la sua corsa

INTERVISTA all'architetto FABRIZIO ASCENZI
ideatore della Macchina “Ali di luce” (2003-2008)

D: La sua storia personale con Santa Rosa è iniziata come devoto, come facchino o come ideatore della Macchina?
R: La mia storia con Santa Rosa inizia da bambino a 5 anni, quando vedevo mio padre uscire vestito da facchino per portare il “Volo d’angeli”, macchina ideata da Giuseppe Zucchi e ricordo mia madre preparare il cibo per il ritiro dei facchini. Finalmente nel 1988, all’età di 18 anni, vengo preso nel Sodalizio dei facchini, e da lì parte la mia storia con Santa Rosa, con il trasporto di “Armonia celeste”.
Per 15 anni porto la Macchina, nel 2000 inizio la tesi di laurea a Firenze, e grazie al mio professore di “progettazione di grandi strutture”, Enrico Baroni, faccio un prototipo di “ Ali di luce” che per il 50, 60 % rimarrà invariato. Nel progetto c’è un sistema rivoluzionario che permette alla macchina di dialogare costantemente con la città durante il trasporto.

D: Ha trovato difficoltà nel proporre una macchina così innovativa alla città di Viterbo?
R: All’inizio moltissima. Sei anni fa, quando ho vinto il concorso per realizzare la Macchina di S. Rosa, ho trovato nel libro delle firme che viene posto accanto al prototipo a disposizione della popolazione, dove ognuno può dire la sua, molte critiche, anche pesanti, che mi ferirono nel profondo. Critiche che però mi hanno permesso di trovare la forza di lavorare ancora meglio e progettare “Ali di Luce”, che al suo primo trasporto, nel 2003, ha fatto spegnere nei miei confronti ogni discordia da parte della città intera.

D: Oltre alla novità della meccanica, nella sua Macchina ci sono elementi già visti (come gli angeli, tributo alla creazione di Zucchi), i fusi delle fontane viterbesi e le logge del Palazzo dei Papi, ma anche elementi nuovi, come la base cilindrica finora mai utilizzata. Qual' è la sua simbologia?
R: Sulla sfera, posta alla base della macchina, è scritto il criptogramma FAVL: il pubblico più colto capisce immediatamente l’assonanza (Ferento, Axia, Urcla, Lucerna), ma non va dimenticato che la Macchina viene progettata per tutta la cittadinanza, anche per chi la vede solamente passare e la può ammirare per pochi secondi e quindi il messaggio deve essere diretto e immediato. Ecco il perché dell’inserimento dei leoni, stemma della città di Viterbo, degli angeli, facilmente riconoscibili e della scritta : "NON METUENS VERBUM LEO SUM QUI SIGNO VITERBUM", che significa "non temo parola, sono il leone che simboleggia Viterbo".


Fabrizio Ascenzi, ideatore della Macchina "Ali di luce"








La base della Macchina con il leone, simbolo di Viterbo


D: Lei non è soltanto l'ideatore della Macchina “Ali di luce”, ma è anche uno dei facchini; questo è il suo ultimo anno all'interno del Sodalizio, come lo vive?
R: E’ molto difficile uscire da una “cosa” come i facchini di Santa Rosa dopo 15 anni di trasporti. C’è chi alla mia età inizia questo percorso, mentre io lo termino dopo molte soddisfazioni ed emozioni. Proprio perché era l’ultimo anno come facchino e l’ultimo anno per “Ali di luce”, ho deciso di provare emozioni nuove: per un tratto, da Piazza del Comune a Piazza delle Erbe, sono fisicamente entrato nella sfera e mi sono fatto portare da lei!

D: Come molti qui a Viterbo sanno, lei parteciperà anche al bando per la Macchina che verrà. Ci sono differenze dall’appalto-concorso bandito dal Comune sei anni fa?
R: Sì, differenze ce ne sono a partire dal fatto che il concorso è molto più facile rispetto a quello che c’è stato sei anni fa. In primo luogo perché non è più necessario realizzare la parte strutturale, se non in linea puramente teorica, proprio perché a questo concorso possano partecipare, per la prima volta, anche artisti e non solo meri professionisti, e credo che questo sia giusto. Infine, ultima novità, il “concorso di idee” sarà in forma anonima.

D: Secondo lei le innovazioni meccaniche, tanto criticate inizialmente e la tecnologia sempre più avanzata che potrebbe essere applicata alla Macchina, offuscherà quello che realmente questa manifestazione tradizionale religiosa rappresenta?
R: Se la tecnologia è trasportata da grande cultura la risposta è no. Io sono stato il primo a dare un taglio forte alla consuetudine, mi è stato possibile, però, perché di Macchine ne avevo portate 3, viste almeno 5 e vissuto con gente che è veramente ancorata a questa antica tradizione. Il mio risultato l’ho ottenuto anche grazie alla tecnologia ed alla sintesi di tutte queste mie esperienze. “Ali di luce” è figlia di questo intreccio: guardandola di notte, ti rifai immediatamente alla tradizione, con le 800 candele a fiamma viva che la illuminano, come accadeva secoli fa, ma ammirandola di giorno ti puoi rifare a figure più moderne. Il mio scopo era proprio quello di realizzare una Macchina collegata in maniera diretta alla tradizione, ma anche apportatrice di elementi di novità.


I'intervista con l'architetto Ascenzi




"Ali di luce", il giorno dopo la festa.



D: Tra le innovazione della tua Macchina troviamo un materiale come il vetro resina, l’utilizzo di gelatine applicate sopra i faretti che la illuminano e l’idea dei tre ordini in ascesa verso la Santa, assieme all’apertura delle ali che suggellano il rapporto tra la Macchina e i devoti. Quindi le cose nel tempo cambiano, cosa rimane immutato?
R: Le cose stanno un pò cambiando, è vero, ma sono dell’idea che ciò che rimane immutato è il “sudore”, che è la cosa più importante. Io credo che con il sudore tutto venga meno: i dissapori che possono nascere all’interno del Sodalizio dei facchini, normale in un gruppo di quasi 200 uomini, ed ogni tipo di diatriba con il sudore viene ammortizzata. Nel momento esatto in cui il facchino va sotto la macchina, si crea un’energia capace di propagarsi in tutta la città e di toccare gli animi della gente che in quell’istante riassapora la sacralità della festa, la stessa di più di tre secoli fa, un sapore che non ha tempo.

 

(Le foto sono state realizzate da Alessandra Berruti)


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