Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno V - n.18 - Primavera 2009
ARTinFORMA 

RESTAURI E...DINTORNI

Il restauro del contemporaneo: un problema aperto
di Francesca Secchi


Sono sempre più numerosi i centri di arte moderna e contemporanea nati in questi ultimi anni in Italia accanto alle ormai storiche rassegne internazionali quali la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma. Ai famosi musei, come a Rovereto il Mart, a Torino il Castello di Rivoli, la Fondazione Sandretto e la GAM (Galleria d'Arte Moderna), a Roma il MACRO (Museo d'Arte Contemporanea di Roma), il MAXXI (Museo delle Arti del XXI secolo) e la GNAM (Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea), se ne affiancano di nuovi: il MAMbo, Museo d'Arte







Mark Rothko: Chapel, Houston, 1965-67

Mark Rothko Chapel, Houston, 1965-67
  Contemporanea inaugurato a Bologna nel maggio del 2007; il MADRE, Museo d'Arte Contemporanea Donnaregina di Napoli, inaugurato nel 2007 a seguito dei lavori di ampliamento dello storico Palazzo Donnaregina per opera dell'architetto portoghese Alvaro Siza; il Museion di Bolzano, Museo di Arte Moderna e Contemporanea situato all'interno di un'architettura cubica in vetro ed acciaio, progettata a Berlino ed inaugurata il 28 marzo 2008; il Museo d'Arte Contemporanea di Palazzo Riso a Palermo, che sarà inaugurato il 21 febbraio 2009; infine, il Museo d'Arte Contemporanea di Milano che verrà costruito negli spazi dell'ex-Fiera, su progetto dell'architetto polacco Daniel Libeskind e sarà terminato nel 2011. Questo lungo elenco è particolarmente significativo per l’importanza che l’arte contemporanea sta acquisendo negli ultimi anni nella nostra Penisola non
soltanto al nord, area più ricettiva nei confronti delle novità e maggiormente aperta ai contatti con l'ambiente mitteleuropeo e americano, ma anche al Sud come sta avvenendo a Napoli ed in Sicilia. Accanto al continuo e sempre più fitto susseguirsi di mostre ed esposizioni temporanee, il restauro del contemporaneo è divenuto argomento cardine di convegni in Italia ed all'estero e dal 2008 ha acquistato uno spazio nell'ambito del Salone del Restauro di Ferrara con la tavola rotonda “Arte contemporanea in Italia: quale salvaguardia? Nuovo consuntivo” curata dal prof. Giuseppe Basile dell'Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro di Roma.






Y.Klein: rilievo monocromo blu e spugne, Gelsenkirchen Theatre (Germania), 1957-59

Y.Klein, rilievomonocromo

Nonostante se ne parli tanto, il restauro dell'arte contemporanea rimane un campo ancora poco studiato, sia per quanto riguarda i problemi di metodo, sia per quanto concerne la conoscenza dei molteplici materiali utilizzati dagli artisti. È opportuno distinguere, infatti, diverse tipologie di opere: le opere che sono il prodotto di un'esecuzione manuale dell'artista devono essere restaurate rispettando la materia originale per non incorrere in una falsificazione o in una ricreazione artistica qualora l'intervento venga effettuato dall'artista stesso e non dal restauratore; per le opere costituite da materiali prodotti industrialmente ed assemblati dall'artista, essendo la progettualità predominante, è plausibile la sostituzione di alcune parti finché i materiali sono reperibili in commercio.
Nella prima categoria rientra il caso dei monocromi, manufatti il cui restauro presenta problematiche non semplici. Il monocromo, un piano astratto di un unico colore, è estremamente delicato in quanto ogni minima alterazione modifica la percezione dell’opera. La tecnica di realizzazione del monocromo varia da artista ad artista per quanto riguarda i metodi di stesura del colore, il tipo di supporto ed i pigmenti utilizzati. L'artista Yves Klein, ad esempio, era solito impiegare

un particolare pigmento blu, poi noto come International Klein Blue, legato appena con una resina vinilica: l'artista ha sempre preferito evitare l'uso di vernici o di vetro protettivo in quanto avrebbero interferito con l'aspetto finale delle sue opere, senza però preoccuparsi dell'aspetto conservativo. Per la rimozione di macchie di sporco dalla superficie di Untitled Blue monochrome (1957, collezione privata) non sono stati utilizzati metodi usuali, che avrebbero potuto lasciare dei segni indelebili, ma è stato sperimentato l'uso del
laser, che ha rispettato l'uniformità della campitura blu.
Un altro interessante caso di intervento su monocromi riguarda le grandi tele dipinte da Mark Rothko per la cappella di Houston (1965/67), caratterizzati da campiture color prugna con forme nere. I dipinti iniziarono a presentare subito degli sbiancamenti superficiali, ricondotti in un primo momento erroneamente a muffe. A seguito di un’intervista all’assistente di Rothko sulle tecniche esecutive ed i materiali impiegati dal pittore per ottenere i particolari effetti di contrasto lucido-opaco, i restauratori sono riusciti a risalire alla causa del problema: le macchie biancastre erano riconducibili alla migrazione superficiale degli acidi grassi dell’uovo che Rothko impiegava per miscelare i pigmenti (1). Dopo aver confermato l’intervista con analisi chimiche, i residui sono stati asportati con solventi a rapida evaporazione; non si possono in questo caso eliminare le cause del deterioramento, dovute alla tecnica esecutiva, ma solo monitorare periodicamente i dipinti.
 

B.Newman: Chi ha paura del rosso,giallo e blu?. Stedelijk Museum Amsterdam (1967-68)

B. Newman, "Who's afraid of Red, Yellow, and Blue ?"

A volte, invece, sono gli atti vandalici a creare dei problemi ai restauratori, come è avvenuto per le opere di Barnett Newman allo Stedelijk Museum di Amsterdam: il monocromo Chi ha paura del rosso, giallo e blu? (1967/68) è stato vandalizzato nel 1986 da un visitatore che con un coltello ha procurato tagli lunghi 4 metri e mezzo. L'intervento, effettuato da un restauratore americano che ha ridipinto la pellicola pittorica originale con diversi strati, ha generato un'accesa polemica conosciuta come “The Barnett Newman Controversy”. Una decina di anni dopo un altro monocromo di Newman, Cathedra (1951), è stato danneggiato dallo stesso squilibrato con tagli identici a quelli procurati precedentemente. Il restauro, affidato ai restauratori del museo olandese, è durato tre anni ed è stato particolarmente complesso: l'opera non è stata foderata, sono state invece effettuate delle suture localizzate; la reintegrazione pittorica è stata eseguita con colori ad acquarello sui margini dei tagli e con pigmento blu unito ad un legante acrilico sulle stuccature. Anche in questo caso il dipinto, particolarmente sensibile a causa del danno subito, dovrà essere monitorato ed esposto in ambiente  
B.Newman: Cathedra, Stedelijk Museum Amsterdam (1951), dopo il restauro

B. Newman,"Cathedra" restaurata


controllato. La manutenzione di un restauro, ma soprattutto la prevenzione del degrado è importantissima soprattutto per l'arte contemporanea, costituita da opere assai più deperibili rispetto all'arte antica; è opportuno mantenere costanti i livelli termo igrometrici e di illuminazione, evitare i depositi di polvere su superfici porose o difficili da pulire ed infine valutare se l'opera è in grado di sopportare spostamenti e trasporti in occasione delle mostre temporanee!


note:
(1) Rothko preparava la tela con pigmento puro in colla di coniglio, quindi vi applicava sopra lo stesso pigmento diluito nel medium acrilico Liquitex; eseguiva poi le sagome nere ad olio per poi ricoprirle con uno strato composto da pigmento legato ad una miscela di olio, uovo, dammar e trementina.

Francesca Secchi è restauratrice diplomata all'ICR di Roma, specializzata in Restauro Pitture.


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