Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno VI - n.25 - Luglio-ottobre 2010
FULMINI e SAETTE  



LA POSTA

Questo spazio, messo a disposizione dei nostri lettori, intende tuonare contro l'omologazione del cattivo gusto, l'inciviltà, l'abusivismo e la negligenza delle autorità preposte alla tutela dei Beni Culturali e ambientali.
Proponiamo le vostre lettere in tempo reale.



Una cupola da salvare!

La Chiesa di Santa Caterina a Lucca, chiusa per problemi statici da tredici anni, sta andando in rovina assieme ai suoi bellissimi affreschi settecenteschi del pittore lucchese Bartolomeo De Santi! Non si tratta di una delle tantissime piccole chiese da restaurare in Italia, ma di un'architettura tardo-barocca progettata da un bravo allievo di Juvarra, a metà del '700, la cui cupola è interamente affrescata con visioni scenografiche e illusionistiche. Il Comune è il proprietario della chiesa, ma non ha i fondi per restaurarla; ora, per iniziativa del FAI (Fondo Ambiente Italiano), si sta provvedendo a raccogliere fondi sufficienti ad un prmo ripristino, anche se la somma che necessita è grossa (un milione di euro per iniziare!). Come andrà a finire? Aspettiamo al varco, in realtà senza molte speranze!

Cesare D. da Lucca

 

La Casa di Modigliani non ha pace!

A Livorno è stata chiusa la casa natale di Modigliani per incomprensioni fra gli attuali proprietari, dopo pochi anni dalla sua apertura al pubblico. Peccato, speravamo tanto potesse funzionare come Museo, con mostre a tema ed eventi dedicati al grande pittore, che è stato finora in Italia un po' dimenticato. Come al solito in Italia prevalgono gli interessi privati su quelli pubblici, ma anche gli Enti preposti alla tutela delle testimonianze culturali del passato non fanno nulla per aiutare eventuali privati a sostenere gli oneri di un possibile riutilizzo del patrimonio artistico italiano. Eppure un luogo così suggestivo potrebbe essere un motivo in più d'attrazione turistica, solo se la sua gestione fosse intelligente e lungimirante!

Luciano T. da Livorno

 

A rischio Roma antica!

Per la tutela del patrimonio artistico lo Stato ha stanziato lo 0,20 % dei fondi generali. Ridicolo! In una nazione come la Nostra è veramente assurdo che lo Stato non finanzi la tutela dei beni e dei monumenti costantemente, con un monitoraggio capillare. Per questa incuria crollano a Roma cupole (Domus Aurea), si formano crepe nei muri di edifici (Colosseo) e nelle mura antiche (Mura Aureliane)..... e spesso i motivi non sono imputabili all'antichità dei monumenti, ma alla carenza di manutensione. Anche la decisione di aprire al pubblico luoghi d'arte non ancora opportunamente restaurati, come è accaduto per la Domus Aurea nel 1999, andrebbe rivista e ripensata. Le zone archeologiche con uno sviluppo sotterraneo hanno bisogno di essere messe al sicuro con prosciugamenti e impermeabilizzazioni del terreno prima di essere aperte al pubblico! Per fare ciò c'è bisogno di tanti soldi, è vero, ma anche di voglia di fare e di trovare i finanziamenti necessari da "qualche parte". Perchè no dai Paesi arabi, come ha fatto la Francia?! Il gioco vale la candela!

Simona G. da Latina

 

Che fine ha fatto la chiesa paleocristiana ritrovata a Santa Severa?

Non ho più sentito parlare del ritrovamento casuale avvenuto nel 2008 a Santa Severa, sul litorale romano. Accanto al Castello medioevale furono infatti portati alla luce i resti di un'antica basilica paleocristiana del V secolo, a tre navate, dedicata alla santa martire. La chiesa, dissero i responsabili della Soprintendenza, era in buono stato di conservazione dato che era stata sepolta da altri strati di terra e di rifiuti nei secoli seguenti al suo abbandono, forse nel XIV secolo. Sono passati due anni, che ne è stato? a che punto sono i lavori? può essere visitata?

Agostino R. da Pisa


La Cappella Sistina è ammalata di troppo pubblico?, bene, apriamola anche di notte!!

Se è vero, come ci hanno fatto sapere gli esperti, che la Cappella Sistina si sta di nuovo ammalando per la miriade di visitatori, ci chiediamo perchè allora si è deciso di aprirla due volte la settimana anche di tarda sera, a settembre e ad ottobre? C'è totale incongruenza tra questi provvedimenti e lo stato d'allarme annunciato sui media!!! Siccome il malato è molto grave, pratichiamo l'autanasia, sembra voler dire questo provvedimento improvvido! Che si fa per i denari a questo mondo! e nessuno fa eccezione...

Ludovica G. da Roma

 

Ancora sulla Sistina. Ccosa si nasconde sotto le parole e i possibili rimedi?

Troppa polvere sugli affreschi della Cappella Sistina e dunque gli esperti parlano di limitare i danni dell'eccesivo afflusso di gente con una limitazione dei visitatori e con la decantazione in camere apposite prima dell'entrata in Cappella. Sta bene, siamo tutti d'accordo per la sua conservazione futura, ma cosa si vuole "davvero" fare? forse ripetere la decisione antidemocratica di non permettere la visita della Cappella, come è stato per la Paolina? A parte qualche decina di giornalisti e una ripresa televisiva, chi ha potuto e potrà mai godere di quel capolavoro della maturità artistica e spirituale di Michelangelo che è la Cappella Paolina? Un affronto all'umanità non aprirla a tutti, perchè l'arte è un patrimonio universale e non ci vengano a dire le sciocchezze che si tratta di luoghi privati del Papa!! L'altruismo cristiano dovrebbe consentire di superare questa limitazione ridicola e fuori dal tempo, che è un abuso senza paragoni e una depauperazione per tutti gli abitanti della terra, i quali non possono nè potranno godere della vista di affreschi meravigliosi, unici e peraltro già restaurati! Una decisione assurda, quella per la Paolina, che meriterebbe una rivolta popolare.

Giacomo F. da Enna

 






La complessa e intricata questione del settore del restauro.

Alcune considerazioni sulla legge D.Lgs n. 42 del 22/01/2004 ed ai D.M. n. 86 e 87 del 26.05.2009


Sono una restauratrice diplomata all’Istituto Centrale per il Restauro nel 1980 e dal 1983 svolgo la mia attività attraverso la Società S.E.I. 1983, della quale sono titolare e legale rappresentante. Dopo l’uscita della legge mi sono trovata in profonda difficoltà. Già prima della sua pubblicazione, infatti, è iniziata la caccia al “pezzo di carta”. Sono stata invasa da richieste da parte di persone che negli anni passati hanno collaborato con la mia società, persone emerse da un passato molto remoto, con pretese molto spesso insostenibili (le richieste di dichiarazioni di responsabilità dirette nella gestione tecnica dell’intervento di restauro mi sono arrivate da persone che hanno lavorato anche una sola settimana!), con il solo scopo di dimostrare di essere autonomi nel lavoro ed evitare così di sostenere la prova di idoneità. Non è chiaro il significato di responsabilità diretta. Che cosa si intende? Che i collaboratori hanno fatto scelte autonome nella conduzione del lavoro, in merito alla scelta di metodologie e materiali da utilizzare? E’ contraddittorio chiedere a qualcuno che non è firmatario del contratto di dichiarare di aver avuto responsabilità diretta, essendo questa sempre di chi firma il contratto e del Direttore Tecnico! Se questi collaboratori sono capaci di “responsabilità diretta”, come vorrebbero si dichiarasse, qual'è il problema a dimostrarlo in un colloquio e in una prova pratica?! Questa legge non ha tenuto conto delle tante variabili che esistono nel nostro settore. Forse avrebbe dovuto essere preceduta da uno studio approfondito della nostra sfaccettata realtà lavorativa, magari elaborando un questionario da inviare alle imprese, per conoscere appunto le numerose e complesse situazioni, tra loro diversificate anche a livello territoriale. La realtà “romana”, per esempio, è molto diversa da quella “veneta”, così come lo sono tra loro quelle del restauratore privato, che lavora per la pubblica amministrazione e per il mercato privato, e del restauratore pubblico, operativo all’interno della Pubblica Amministrazione. Solo dopo aver definito queste diverse realtà si poteva pensare di adattare ad esse la normativa, tenendo comunque presente che, se prima non si mette ordine nella formazione, teorica e pratica, qualunque tentativo di riordino sarà assolutamente inutile. E’ dal 2000 che questo fondamentale aspetto viene tralasciato (sistema di qualificazione D.M. 294 del 3/8/2000 e D.M. 420 del 24.10.2001). L’autonomia, la responsabilità diretta e la qualifica di restauratore dovrebbero essere riconosciuti, oltre a i diplomati delle scuole preposte al rilascio di tale titolo, unicamente a chi, pur non avendo tale formazione, ha firmato

 


“continuativamente” contratti in proprio con la Pubblica Amministrazione, oppure a chi, dipendente della Pubblica Amministrazione stessa, abbia superato un concorso pubblico per “restauratore”. Per le altre situazioni deve essere cercato un sistema graduale di “livelli”, che consenta di arrivare alla qualificazione, sostenendo un esame di idoneità (pratico e teorico) e un tirocinio obbligatorio di un periodo di 1 o 2 anni presso chi è già qualificato, oppure seguendo corsi di aggiornamento teorici e pratici, finalizzati a colmare le lacune formative pregresse. Tutto questo magari con un contributo statale. Non si può mettere sullo stesso piano chi ha un diploma riconosciuto e decenni di attività con chi riesce ad ottenere la stessa qualifica accumulando “pezzi di carta”, la cui veridicità mi pare sia difficilmente accertabile dalle amministrazioni pubbliche. Come si possono infatti verificare le capacità pratiche e teoriche degli operatori attraverso una dichiarazione?
Un altro grosso problema è rappresentato da coloro che hanno sostenuto il ruolo di “direttore tecnico” per le imprese il cui titolare non sia un restauratore. Spesso le imprese, nei casi di appalti in cui veniva richiesta la presenza di un restauratore, hanno aggirato l’ostacolo nominando “direttori tecnici” collaboratori che non avevano tale qualifica (e forse neanche quella di collaboratore). Chi ha verificato la formazione di questi collaboratori? Aver ricoperto tale ruolo per un’impresa “edile” non può comunque essere considerato titolo per qualificarsi “restauratore”!
Un altro nodo è rappresentato da coloro che provengono dall’università, dalla quale escono persone assolutamente prive di esperienza (uno stage di 300 ore per la laurea triennale non può certo essere considerato sufficiente per la preparazione pratica!) e delle quali nessuna commissione ha preliminarmente verificato le effettive capacità manuali, come del resto succede nelle altre scuole a pagamento.
La conseguenza di tutto ciò è la crescente perdita di professionalità nel nostro settore e la mancanza di garanzia per la tutela dei Beni culturali. Il restauro non è una professione per tutti e non può essere fatto “timbrando il cartellino”.
Ci sono infine i dipendenti della Pubblica Amministrazione: questi già lavorano da anni all’interno di laboratori statali e sono stati legittimati a fare ciò da un concorso pubblico. Ma se lo Stato ha già riconosciuto la loro qualifica in seguito al superamento del concorso, come può ora non riconoscere la loro qualifica?

Maria Gabriella De Monte

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