Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno I - Lug./ago. 2006, n. 4
INTERFERENZE 

LETTERATURA CINEMA TEATRO


Almodovar e l'eterno femminino
di Marina Turco




Quando si pensa alla cinematografia di Pedro Almodovar vengono più spesso in mente i volti delle sue interpreti femminili: Carmen Maura, Victoria Abril, Penelope Cruz, tutti innegabilmente accomunate da una nota di forza. E' il carattere che pervade queste chicas di un magnetismo naturale, annidandosi tra le linee taglienti ed aspre delle loro fisionomie: languide o dure, asimmetriche o buffe, nevrotiche, anticonformiste o sole, sempre incarnazioni della poetica di un grande autore. Almodovar, uno dei più celebri cineasti spagnoli, considerato da molti l'erede di Luis Buñuel, concepisce il mondo femminile al di fuori di ogni senso comune, andando ben oltre l'incursione fugace nelle dinamiche esistenziali dei personaggi. Non si tratta di tratteggi, ma di rilievi, non di parvenze del reale, ma di reale che emerge in forma caricaturale, tra colori e caotiche controversie.
Nè parlare di dinamiche può bastare a chiarire la cifra stilistica del regista, dove il grottesco e il surreale divengono gli strumenti per aggredire l'essenza delle cose ed accorciare progressivamente ogni distanza da tabù e pregiudizi, nonché la vita di molte figure di uomini inutili...
L'esplorazione che Almodovar fa della donna si lega inizialmente a tematiche forti, ad un certo gusto per l'osceno mediante il quale accede con prepotenza al segreto dell'universo femminile e stravolgendo la morale dei benpensanti elabora trame e soluzioni ardite alla ricerca di armonie tutte personali. Ecco dunque l'Almodovar irriverente dei primi film in Super 8.
Prostitute che prima si fanno concorrenza e bisticciano e che in seguito s'innamorano l'una dell'altra, lasciando i loro clienti a bocca asciutta, come in Dos putas o Historia de amor que termina en boda ('74), donne come la Luci di Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio ('80), una masochista insoddisfatta e delusa dal marito poliziotto il quale, invece di maltrattarla come si aspettava, la rispetta come fosse sua madre e che finisce per sposare la cantante lesbica e sadica del “Bomitoni group”, o la ragazza di Sexo va, sexo viene ('77) che per soddisfare le richieste erotiche del suo amante, lo picchia ogni volta che si incontrano fino a quando, esausta, non decide di lasciarlo, ammettendo infine di amare le donne…motivo per cui lui diviene donna ma, a trasformazione avvenuta, scopre di amare gli uomini. O ancora la Julia de L'indiscreto fascino del peccato ('83), madre superiora di un atipico convento, il cui oggetto del desiderio è una cantante di night club tossicodipendente. Immedesimarsi oltre ogni apparenza, questo è ciò a cui a cui mira l'autore, relativizzando i valori tradizionali non di rado con blasfema disinvoltura. Ma tutti sembra riescano infine a dirimere i loro interni conflitti a partire da un curioso quanto illuminante equivoco iniziale. Le regole scatenano un fare licenzioso dal quale però non sono esclusi i buoni sentimenti. Almodovar in questa prima fase tende ad invertire tutti i termini dell'etica comune. Quel che conta, in fondo, è che dalla confusione si arrivi alla chiarezza, all'emersione delle proprie pulsioni e ciò accade spesso in modo assurdo e violento. Il paradosso è lo strumento eletto da Almodovar per smascherare i sotterranei percorsi dell'anima. Continui coupes de théatre invitano ad una lettura ironica e dai toni spesso un po'melò delle vicende. Il corpo femminile si ribella, si vende, fa concessioni improvvise ad un gusto sessuale alterato, reagisce con indolenza alle provocazioni di una mascolinità debole o vile o ad un machismo insostenibilmente ottuso, e l'autore gioca divertito con la problematicità di situazioni al limite con straordinaria sensibilità.
La seconda fase della sua produzione, invece, si concentra sull'insoddisfazione personale che culmina in uno stato di reificazione dell'essere, di rassegnazione, ma che pure è destinata ad esplodere in improvvise e definitive ribellioni, come Gloria di Che cosa ho fatto per meritare questo?, la quale, dopo aver ceduto alle avances di un giovane rude e per giunta impotente, si abbandona alla relazione senza soddisfazione alcuna e allevia la sua frustrazione imbottendosi continuamente di pillole, sino a quando non lo uccide con un osso di prosciutto.
Se altrove i corpi sono avvicinati dalla passione e la bestialità degli istinti lascia il posto ad una coscienza nuova, qui la quiete apparente viene soppiantata da istinti bestiali. La presenza di Gloria è solo strumentale, di servizio alla vita di coloro che la circondano. Il tema della rassegnazione continua registrando, ad eccezione de La Mala educatiòn (2003), un'improvvisa assenza dei più tipici tòpoi cinematografici almodovoriani: sesso, droga, omosessualità e religione. In Donne sull'orlo di una crisi di nervi ('88), Pepa, in seguito ad una ricerca affannosa del suo uomo che l' ha abbandonata vigliaccamente per un'altra e del quale è rimasta incinta, realizza che l'oggetto del suo desiderio ha ormai perso qualsiasi attrattiva .
Il divario tra forme e contenuti si amplifica in Lègami ('90) con una Victoria Abril che s'innamora del suo rapitore, non per le corde e le manette ma perché attratta della sua solitudine e non si lascia influenzare dalla illiceità del primo approccio. La sperimentazione dei generi e la dialettica femminile prosegue in Tacchi a spillo ('91), dove una figlia, in nome di un amore patologico, uccide tutti gli amanti della propria madre.
In Kika ('93) la protagonista viene invece presa in giro da tutti ma mantiene un'incrollabile fiducia in sè. Unica conseguenza del turbinio di cose e persone che ha attorno, è un po' di disorientamento come registra l'ultima battuta del film.
Malgrado gli antinaturalistici slanci narrativi a cui Almodovar rimane fedele, da questo momento in poi fa l'ingresso nel suo immaginario una donna sempre più solare e solida e questa svolta dagli accenti positivi sfuma anche la drammaticità di un film come Parla con lei (2001). L'abuso sessuale di Benigno ai danni della ballerina in coma che lui cura e assiste in una clinica, si rivela perciò ancora una volta un evento “paradossalmente”salvifico, procurando una gravidanza alla ragazza che la farà finalmente risvegliare dal suo stato. E' questa volta l'innocenza a guidare l'azione autorizzando, per altri versi, risvolti assai drammatici (il suicidio di Benigno in prigione). Ma è nell'ultimo film, Volver , premiato come migliore sceneggiatura al Festival di Cannes 2006, che Almodovar abbandona il lato contraddittorio e caotico della femminilità, e straordinario tributo alla memoria di splendide attrici italiane come la Loren e la Magnani, interpretato da una divina Penelope Cruz e da Carmen Maura. E qui mostra una donna coraggiosa e sanguigna, Raimunda, che non esita più a perseguire la sua serenità, anche quando ha un prezzo enorme. Nessun rammarico, né disorientamento per quanto accaduto: sua figlia sedicenne, si è vista costretta ad uccidere il padre mentre tentava di abusare di lei e non ci si mette nulla a sbarazzarsi del corpo di questo come della sua memoria, come dei traumi che lui rappresenta e che la sua morte esorcizza, ricongiungendo in un'unione “ideale” tutte le donne di questa bella famiglia. Raimunda non è in balia degli eventi e reagisce prontamente alle sfide che la vita le pone, dialogando bonariamente con la sua coscienza e con i suoi “fantasmi”. Non a caso la madre ritorna dall'aldilà per parlarle. Il ritratto è questa volta davvero femminile, scevro da ogni ambiguità, lirico ed ancestrale, di richiamo ai valori delle generazioni passate dell'entroterra mancego ed alla rassicurante filosofia delle anziane signore di Calzara de la Calatrava, da cui provengono tutti i personaggi del film, compreso l'autore, e che nulla temono, nemmeno la morte. In questo paese, la paura della morte è un problema superato che induce Almodovar ad abbandonarsi nuovamente agli influssi della cultura d'origine, tornando alla sua terra come al seno materno e l' elemento chiave della sua filmografia, la tensione appunto verso un destino ineluttabile, perde qui il suo aspetto funereo, traendo conforto dall'immagine di donne che curano le proprie tombe come fossero una seconda casa. E sulla scia di questo rinfrancante approdo, il cineasta spagnolo si prende la propria rivincita contro la tragicità della vita, svilendola a sequenzialità di fatti che per nulla infierisce sulla calma delle persone. In questa ultima opera si raggiunge così una cifra stilistica più equilibrata, meno incline al disordine narrativo, abbandonando la vena cupa e malinconica di Parla con lei e di Tutto su mia madre ('99). Ma il linguaggio che stempera gli accenti noir e mitiga i dolori, non modifica l'efficacia del messaggio, dando luogo ad un naturalismo d'eccezione che si riversa nella singolare spontaneità dei dialoghi e nelle logiche crude e acute dei personaggi, nonché nel sottile realismo con cui sono trattati elementi metafisici. D'altronde non è la prima volta che l'autore ricorrre ai poteri paranormali o magico-miracolistici per sbrogliare alcuni nodi drammaturgici. Il risultato è un genere cinematografico dagli incredibili equilibri che resta a cavallo tra melodramma e commedia, lasciandoci sempre indecisi se reagire alle immagini commossi o divertiti. Insomma, se prima il regista parlava “delle” donne, oggi parla “con” le donne, ma soprattutto “come “ le donne, adottandone il medesimo linguaggio. I prodigi di una genialità inesauribile!

Le immagini, gentilmente concesse dalla Warner Bros, sono tratte dal film "Volver".