Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno III- Sett./ott. 2007, n.11
INTERFERENZE 

LETTERATURA CINEMA TEATRO


Frank Gehry, architetto di immagini
di Sila Berruti



Il documentario è un terreno scivoloso.
Si rischia di essere troppo freddi cercando di rimanere distaccati o, al contrario, troppo coinvolti nel tentativo di comunicare un'emozione e coinvolgere il pubblico. Questo perché il documentario non è un film di finzione, né un reportage giornalistico, ma una forma d'arte un po' ibrida che permette al regista di cimentarsi in maniera molto diretta con l'oggetto che da sempre ha affascinato i cineasti: la realtà. L'obiettività presunta del documentario ha costretto molti registi a non sperimentare, a non cercare nuove forme espressive nel tentativo di rimanere il più possibile fedeli alla storia da raccontare.
Anche l’architettura è una sorta di ibrido, se mi è permesso, ovvero una forma d’arte che oscilla tra l’Utile e il Bello. Gli architetti, infatti, disegnano case, uffici, musei, chiese, città che devono essere, prima di ogni altra cosa, funzionali e realizzabili. Spesso quindi l’architetto rischia di progettare una cosa troppo funzionale e fredda o di fare esattamente il contrario.
 

L'immaginazione fervida dell'architetto





Schizzi di Gehry per il Guggenheim di Bilbao (Spagna)


 
Poi ci sono i grandi registi e i grandi architetti, ai quali non importa nulla di quello che si può e non si può fare, delle convenzioni, delle regole e dei generi, geni che seguono un sogno, un’idea e trovano improvvisamente l’equilibrio tra arte e vita vissuta.
Sketches of Frank Gehry (Frank Gehry, creatore di sogni) nasce dall'incontro tra Frank O. Gehry e Sidney Pollack, al suo primo film documentario. Amici da una vita, in lotta con le regole imposte dal business all'arte ed entrambi artisti di fama internazionale, il regista e l'architetto si scoprono simili.
Pollack racconta con grazia le imponenti maestose ed eleganti “scultore abitate” di Frank Gehry: il risultato è un documentario complesso, sfaccettato, ricco di dettagli e campi lunghi, un
lavoro innovativo e convenzionale al tempo stesso. Il regista penetra l'opera dell'architetto per imitarne lo stile, alternando momenti molto classici (interviste ad amici, conoscenti e collaboratori di Ghery) a momenti in cui l'immagine comincia a parlare un linguaggio autonomo, non del tutto nuovo (perché- come dice lo stesso Gehry- “tutto è gia stato inventato"), ma inconsueto.
Ed è ecco che l'arte di Frank Gehry ed il cinema si scoprono affini. L'architettura concepita come la realizzazione pratica di un'idea teorica si discosta poco da quello che è lo scopo primario della cinematografia, ovvero quello di raccontare attraverso l'immagine; le opere di Gehry altro non sono se non immagini. La difficoltà sta nel sostituire la pellicola con il ferro, la cinepresa con i bulloni e il montaggio con le gru. Ma il risultato è identico. L'arte di Gehry incanta, coinvolge e sconvolge quanto un bellissimo film.

 



F. O. Gehry: il museo Guggenheim a Bilbao (1992/98)

tratto da:
Sketches of Frank Gehry (Frank Gehry, creatore di sogni) di Sidney Pollack.



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