Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno III- Nov./dic. 2007, n.12
INTERFERENZE 

LETTERATURA CINEMA TEATRO


"Ce que mes yeux ont vu":
il rapporto tra immagine e ricordo

di Sila Berruti



Fin dalla sua genesi il cinema ha cercato nella pittura la propria giustificazione artistica: la ricerca della profondità, le luci e le ombre, il gioco dei chiaroscuri, la struttura degli ambienti ed il muoversi dei personaggi sullo schermo, secondo canoni ispirati alle celebri composizioni classiche. Un modo per cercare un proprio linguaggio in un altro ormai codificato, ma anche per uscire dalla pedissequa rappresentazione della realtà. Dopo più di cento anni oggi l'arte cinematografica può dirsi autonoma; a volte i suoi passi sono stati incerti, come quelli di un bambino lasciato troppo presto solo, ma certamente il suo muoversi è ormai autonomo e frutto di una grammatica originale.
E tuttavia quest'autonomia non significa affatto negare il fascino esercitato dall'immagine pittorica. Più forte e sicuro di sé, il cinema cessa di imitare l'arte figurativa, al massimo ormai la cita, per appropriarsene ed approdare dove l'occhio umano non può arrivare.
Pagato il suo debito, il film si permette di suggerire delle chiavi di lettura, dei sistemi interpretativi diversi che aiutino a comprendere meglio l'arte nelle sue mille sfaccettature.
Lo fa usando la potenza di un linguaggio che, proprio perché summa di linguaggi imparati e appresi da altre espressioni figurative, è adatto a descrivere ed analizzare l'immagine, che sia essa pittorica, fotografica o filmica.
Ce que mes yeux on vu (film presentato alla seconda edizione della “Festa del cinema di Roma”, con il titolo internazionale The Vanishing point) è il racconto di un viaggio all'interno di una moltitudine di immagini che si moltiplicano come i punti di vista offerti allo spettatore ed invadono tutto lo spazio filmico. Lucie è una giovane studentessa di Storia dell'arte, ossessionata dal soggetto ricorrente di alcune tele di Jean Antonie Watteau (un pittore francese del '700, morto precocemente, amante dell'arte fiamminga, che le biografie descrivono come un uomo misterioso, riservato e di carattere cupo e malinconico), ovvero l'immagine di una donna senza identità, quasi sempre rappresentata di spalle. Comincia così un'affannosa ed appassionata ricerca che la porterà a fare una scoperta sensazionale. Seppur costruito con un ritmo incalzante, il film non ha fortunatamente le caratteristiche del giallo e prende le distanze da pellicole del genere de Il codice da Vinci . Fin dalle primissime inquadrature la pellicola denuncia il suo essere per prima cosa uno studio sull'immagine, sull'osservazione e sugli ostacoli che si frappongono tra l'osservatore e la cosa o la persona che si cerca di conoscere. La conoscenza si avvale dell'elemento visivo come mezzo principale che, a scapito di tutti gli altri sensi, diviene unico mezzo utile per giungere alla consapevolezza del mondo. Lo spettatore è, dunque, condotto alla condizione primordiale di voyeur, di osservatore ossessivo e ossessionato dal fatto che oltre l'immagine esiste qualche cos'altro, che va al di là di quello che possiamo banalmente vedere.
Il personaggio di Dussart, protagonista maschile del film, lo riassume con chiarezza estrema: non solo è muto e sordo, ma anche immobile (di professione fa la statua vivente) e per tutto il giorno non può fare altro che guardare, senza avere nessuna possibilità di interazione con l'esterno. Questa straordinaria capacità di osservazione gli permetterà di suggerire a Lucie la strada da percorrere per arrivare alla soluzione del mistero. Ma non è qui che Laurent de Bartillat si ferma: quello che interessa il giovane regista francese è un'analisi di carattere più profondo, che sposta il baricentro del film dall'immagine ai protagonisti. Il concetto è di carattere generale, dunque e viene espresso nella metafora del fiume sotterraneo che scorre sotto le strade di Parigi: la Bièvre è un corso d'acqua di una certa importanza che durante i secoli è stato progressivamente coperto per permettere alla città di espandersi più facilmente. Cancellato dalla vista e perciò dalla memoria collettiva! (esattamente come i soggetti che venivano eliminati dai quadri quando le famiglie per vergogna decidevano di eliminarli dall'asse ereditario).
La poco nota esistenza di questo fiume conferma l'assunto secondo il quale ricordiamo solo ciò che vediamo e che qualunque cosa non venga registrata, filmata o catalogata, rischia di scomparire per sempre dalla memoria. Questa condanna all'oblio altro non è se non una nuova forma di “damnatio memoriae” che prevedeva come condanna, peggiore di quella a morte, la cancellazione di tutti gli scritti e le opere di un artista, in modo tale che egli fosse completamente dimenticato. D'altra parte lo ha teorizzato bene Chris Marker in molti dei suoi documentari, denunciando la fragilità della nostra memoria collettiva affidata a supporti fragili e ad individui senza scrupoli che potrebbero cancellarla o manipolarla in maniera irreversibile: tutto ciò che non viene filmato, registrato o fotografato è destinato a non passare ai posteri. Eppure possiamo recuperare la memoria perduta, quella nascosta e quella che abbiamo cercato di celare, anche solo per vergogna. Perciò il monito che giunge dalla pellicola di Bartillat sembra consistere nella necessità di saper guardare sotto il primo strato, dietro la crosta che ricopre la vera natura delle cose, di dare nuova esistenza a quello che il passato ha deciso di seppellire, ma che è in nostro potere e dovere, riportare in vita.
 


"Ce que mes yeux ont vu"



l'attrice Sylvie Testud (Lucie)



manifesto del film


il regista del film francese


alla Festa del Cinema di Roma




dal film "Ce que mes yeux ont vu" per la regia di Laurent de Bartillat


Cast&Credits: regia e scenggiatura: L. de Bartillat; fotografia:J.Marc Selva; musica: D. Moreau; scenografia: Sandra Castello; interpreti: S. Testud, Jean- Pierre Marielle, James Thierrée.

Sila Berruti, dottoressa in Lettere e Filosofia, specializzata in Storia e critica del Cinema

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