Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno IV- Aprile/maggio 2008, n.14
INTERFERENZE 

LETTERATURA CINEMA TEATRO


Andy Warhol e “Factory Girl”
di Sila Berruti




Il ‘900 è stato il secolo che più di ogni altro ha generato inquietudine e dolore. Due terribili guerre mondiali, la bomba atomica e la consapevolezza che l'uomo è potenzialmente capace di distruggere il pianeta hanno contribuito al senso di smarrimento e di paura che caratterizza la nostra epoca. Anche se giovanissimo, il nuovo secolo non sembra essere capace di correggere la rotta, anzi continua a fare di noi esseri soli, vuoti, privi di valori ed incapaci di dare una definizione al dolore con il quale conviviamo spingendoci ad ignorarlo e, quasi, ad averne vergogna.
Non è la prima volta che il genere umano si trova ad affrontare un' inquietudine così totale da poter essere definita parte integrante di un' epoca, ma mai prima d'ora questa era stata considerata come illecita paura del futuro, dunque repressa o ignorata.
Se prima la risposta si cercava nell' arte, adesso vaghiamo alla ricerca di qualcuno che queste risposte sia in grado di fornircele sotto forma di surrogato di facile fruizione e di immediata comprensione.
Sembra che ormai l'arte, asservita al potere del mercato, non risponda più alle esigenze di chi dovrebbe fruirla e nemmeno alle emozioni di chi la crea.
Prodotto asettico di un'epoca al sapore di sapone, dove ciò che è sporco e imperfetto viene oscurato, modificato, cancellato o semplicemente corretto. Chiusa in compartimenti stagni, l'arte smette non solo di farsi contaminare dall'esterno, ma di mescolarsi con arti diverse in nome di uno scopo più alto.
E se a lungo, in passato, si è discusso sulla funzione salvifica dell'arte, sulla sua capacità di avvicinare gli esseri alleviando le loro sofferenze, ora si cerca tra i tanti prodotti commerciali qualche cosa che sia capace di esprimere quello che abbiamo dentro e che ci fa così tanta paura.
Maledetti e benedetti anni ‘60! Dove tutto era lecito e nulla lo era veramente. Dove i giovani, creature irrequiete, non rappresentavano le belle speranze della generazione precedente, incapaci o forse solo non disponibili a portare sulle spalle il peso degli errori e degli orrori altrui, nell' inutile tentativo di correggerli. Maledetti e benedetti anni di droghe, eccessi e soprattutto di idee che circolavano nell'aria e si contaminavano, dando voce ad un grido di dolore che ascoltato adesso, a distanza di 40 anni, ancora fa rabbrividire; ma, forse, ben più terribile è la consapevolezza che del dolore dei nostri giorni rimarrà solo il silenzio.
Erano gli anni della crisi missilistica di Cuba, della "guerra fredda", del conflitto in Vietnam, delle marce per la pace, del primo uomo sulla luna; erano gli anni di Martin Luther King, Francois Truffaut, Jean-Luc Godard, Federico Fellini e quelli di Andy Warhol e della sua Factory. Fondata nel '63 a New York, la Factory era una sorta di gigantesca bottega medioevale, in cui l'artista lavorava con collaboratori ed allievi in tutti i campi dell'attività creativa, dalla pittura al design, dal cinema al video. Personaggio misterioso ed eclettico, pittore, stilista, regista e grafico, Warhol potrebbe meglio essere definito artista totale, ed è unanimemente riconosciuto come uno dei talenti più rivoluzionari del ‘900.
Se tutti ricordiamo le celebri serigrafie della minestra in scatola Campbell, della Coca Cola o del volto di Marylin Monroe, pochi conoscono i suoi film sperimentali. Pellicole difficili da guardare, girate in nome dell'arte per l' arte, con tecniche molto diverse da quelle hollywoodiane, con pochi soldi ed attori non professionisti. E' il caso del film “Empire”, una sorta di Grande Fratello ante litteram, in cui per 8 ore viene ripreso a macchina fissa il celebre grattacielo newyorkese!
In mezzo al turbine ossessivo della vita di Warhol e della sua Factory si consuma l'ascesa e il crollo di Edie Sedgwick, ricca e aristocratica ragazza americana che per un anno (tra il 1965 e il 1966) sarà la musa, l' amica e probabilmente in un certo senso il suo “amore”.
Affascinato dalla fragilità di una creatura tanto bella e sofferente al tempo stesso, Warhol girerà con lei ben undici film, tra cui “Poor little Rich girl” (1965), che contribuirono al successo dell'artista, ma anche alla distruzione della sua musa.
Fragile, sola, con un passato di abusi famigliari alle spalle, Edie rimarrà schiacciata dalla complessa realtà della Factory, per morire di overdose dopo diversi ricoveri all'età di 28 anni.
 


Sienna Miller e Jimmy Fallon, Factory Girl.





Jimmy Fallon, Factory Girl i





Jimmy Fallon, Jack Huston, Sienna Miller
Fin qui la storia com'è andata o come le tre biografie sulla vita di Edie raccontano. Dimenticata per una decina di anni dopo la sua morte, rinnegata anche dallo stesso Warhol che pare che abbia reagito con indifferenza alla notizia della sua scomparsa, la storia di Edie torna ora in auge con l'uscita del film diretto da Gorge Hicknlooper, Factory Girl, del 2006. Il film è un affresco interessante, anche se non perfettamente riuscito degli avvenimenti di quel tempo ed ha il merito di introdurci nella realtà complessa della New York anni '60, senza trasformarla, come spesso avviene, nella caricatura di se stessa.
Se il film rimane una rappresentazione un po' superficiale a livello contenutistico, senza assumere una posizione chiara su quali episodi della vita di questa giovane stella sarebbe stato meglio soffermarsi, ha però il merito di riuscire visivamente affascinante. Un collage di suoni, colori, immagini e stili che bene ripropongono quelli della Pop Art. Mescolando bianco, nero e colore, pellicola e digitale ed integrando finzione e realtà, la pellicola riesce per molti aspetti a riprodurre il sapore e le atmosfere degli ormai lontani, “ favolosi” anni ‘60. A questo proposito rcordiamo che fino al 6 luglio prossimo, alla Fondazione Magnani Rocca in provincia di Parma, una mostra dedicata a Warhol fa rivivere attraverso 140 opere l'atmosfera della Factory, per chi voglia completamente immergersi nel clima di un'epoca straordinaria.



Credits. ( Factory Girl )
Regia  : George Hickenlooper; 
sceneggiatura  : Captain Mauzner ;
fotografia  : Michael Grady ;
montaggio  : Michael Levine ;
costumi  : John A. Dunn ;
musiche  : Ed Shearmur ;
interpreti  : Sienna Miller (Edie Sedgwick), Jimmy Fallon (Chuck Wein), Hayden Christensen (Billy Quinn), Guy Pearce (Andy Warhol) ;
origine  : USA ; anno  : 2006 ; distribuzione  : Moviemax ; durata  : 91'



Sila Berruti, dottoressa in Lettere e Filosofia, specializzata in Storia e critica del Cinema

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