Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale -Anno IV- Autunno 2008, n.16
INTERFERENZE 

LETTERATURA CINEMA TEATRO


Haiti chérie, del regista Claudio Del Penna
di Marina Turco





Ancora oggi esiste un luogo dell'emisfero occidentale del mondo in cui si nasce e si muore senza identità e senza diritti, dove la miseria crea inesauribili eserciti di schiavi, dove l'uomo ha meno dignità di un animale ed il sacrificio di tanti è il beneficio di pochi: questo luogo si chiama Haiti. Ancora pochi giorni per rendere omaggio al  bel lavoro del regista Claudio Del Penna, Haiti chèrie, prodotto e distribuito dall' Esperia Film di Bruno Restuccia e Giuliana Del Punta e proiettato a Roma, al cinema Aquila, fino al 6 novembre. Una pellicola che offre un punto di vista limpido, cristallino, non quello esterno da mero documentarista, che frappone distanze rimanendo volutamente estraneo all'oggetto della sua indagine, ma quello interno ed “interiore” dei due protagonisti.
Un esemplare sconfinamento di genere (film/documentario) sobrio e poetico, efficace e amabilmente fruibile, aereo ed incisivo, per di più l'unico film italiano che ha partecipato al Festival di Locarno, guadagnandosi il premio della “Giuria dei Giovani” e che da settimane riscuote gli ampi consensi delle sale francesi.
L'intento è far breccia in quel muro di silenzio innalzato dai media attorno ad un'atroce e scomoda verità che sembra appartenere ad un'altra epoca: la realtà dei lavoratori haitiani sfruttati dalla Repubblica Dominicana nelle coltivazioni di canna da zucchero. La povertà di Haiti è ad oggi conosciuta in termini piuttosto generici da tutti noi, anche se è stata la prima isola delle Antille a dichiarare l'indipendenza dai colonizzatori francesi nel 1801; tuttavia la miseria in cui l'hanno gettata le continue controversie politiche, tra guerre civili, dittature e colpi di stato, sembra rappresenti tuttora per la Repubblica Dominicana, con cui Haiti spartisce la metà del territorio dell'isola di Hispanola, un'appetibile fonte di approvvigionamento umano per le sue numerose piantagioni, la cui maggioranza è per di più, vergognosamente, di proprietà governativa. Lavorarvi significa vivere stabilmente nel “batey”, una sorta di baraccopoli a ridosso dei campi, priva di elettricità, di acqua e di assistenza medica. Praticamente dei lager.
I tagliatori di canna haitiani, tra cui molti bambini, lavorano quattordici ore al giorno per una manciata di riso o poco più, ed una volta oltrepassato il confine, tornare indietro non solo non è auspicabile, ma nemmeno facile, ad eccezione del caso in cui i guardiani delle piantagioni non decidano di mancare la distribuzione dei salari. Allora si indicono espulsioni di massa ed il rimpatrio di numerose persone con la complicità delle corruttibili autorità militari locali.
Magdaleine e Jean Baptiste, interpretati da attori non professionisti, sono due haitiani come tanti, fuggiti da Haiti per andare a lavorare la canna in territorio dominicano. Giorno dopo giorno l’angustia della vita nel batey li persuade a tornare indietro e la trama prende la direzione di un avvincente “on the road” pieno di imprevisti, sviluppando una











 













 











 





 





 






 
poetica neo-realista di autentica umanità, riluttante ad ogni compiacimento estetico che non stia tutto in una naturale e spontanea caratterizzazione delle cose e degli individui. Camera in spalla, niente luci artificiali e niente doppiaggio.
Non deve essere stato semplice per uno straniero avventurarsi fisicamente in quel contesto, né insediarsi nella profondità di quelle esistenze con tanta devozione ed ancor più nel disagio che il linguaggio trascrive, nella storia che la lingua creola racconta, ottenendo di centrare un clima nel suo dramma più privato. Il tema della schiavitù, che oltre ad essere negoziazione di corpi, è in primo luogo alienazione di anime, sembra sottendere l'opera: privazione dell'essere nei suoi elementari bisogni, nei suoi moti primari e primordiali come il preparare e il condividere un pasto, dare alla luce un figlio, fare l'amore, progettare il proprio futuro. L'immagine cinematografica registra di continuo nei volti e nei gesti dei personaggi una poesia che non riesce a comporsi, una mutilazione dei più umani desideri.
Del Penna supera così l'analisi estranea, cinica, scientifica di un certo tipo di cinema-verità e traccia un quadro per grandi linee, sintetico ed emblematico, muovendosi allusivamente attorno ad indizi di una crudeltà inaudita, spaventosamente più grande di ciò che ci è dato conoscere, ma saggiamente sottesa nelle sue declinazioni più amare. Ne risulta un lavoro gradevolissimo, intelligente e di squisita sensibilità.

Marina Turco, dottoressa in Lettere Moderne, specializzata in Storia e critica del Cinema e del Teatro e giornalista pubblicista.


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