Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Rivista bimestrale - Anno V - n.20 - Luglio-settembre 2009
INTERFERENZE 

FOTOGRAFIA CINEMA TEATRO


Robert Mapplethorpe alla Galleria dell'Accademia
di Francesca Pardini




Derrick Cross, 1982, stampa in gelatina d’argento




La Firenze cinquecentesca accanto alla New York anni '70, la forma scultorea affiancata al linguaggio fotografico, Michelangelo valorizzato dal fotografo americano Robert Mapplethorpe: ecco presentarsi alla Galleria dell'Accademia di Firenze un interessante ed insolito incontro-confronto, che punta ad individuare nei due artisti le origini e le radici di un sentire comune, quello della ricerca della “Perfezione nella Forma”. E' questo, infatti, il sottotitolo della mostra accolta nella Galleria dell'Accademia fino al 29 settembre, che oltre a richiamare l'attenzione per il David di Michelangelo e per opere simbolo dell'eccellenza rinascimentale, si apre ad un artista che di accademico sembra aver molto poco: Robert Mapplethorpe.
Conosciuto ed osservato spesso, anche dai critici, più per gli aspetti psico-analitici e sociologici che non per quelli legati all'analisi stilistica della sua ricerca, l'arte di Mapplethorpe si presenta in questa occasione attraverso serie fotografiche per commemorare i dieci anni della sua scomparsa. Il fotografo raggiunse la notorietà essenzialmente per due ragioni: per essere stato tra le poche persone celebri, colpite dall'AIDS, a parlare pubblicamente della malattia, e per un piccolo gruppo di opere particolarmente rivoluzionarie riguardanti immagini esplicite di pratiche omosessuali, a causa delle quali venne cancellata un'importante mostra a Washington D. C., divenendo un caso giudiziario sia presso la corte di Cincinnati sia presso il Senato degli Stati Uniti . La vita e l'opera di Mapplethorpe cominciarono così a rappresentare il simbolo della libertà e dei pericoli insiti nell'emancipazione gay.
Ma alla sua grande amica e musa Patti Smith non sfuggì la grande passione che egli nutriva per Michelangelo, e fu proprio lei, in origine, a menzionarla a Jonathan Nelson, studioso del Rinascimento, il quale diede il via alla realizzazione della presente mostra.
Come si evince dai titoli delle sezioni (Mapplethorpe e il Rinascimento, la geometria della forma, il frammento come forma, la forma si sdoppia, la forma scultorea), la grande intuizione dei curatori è stata proprio quella di leggere l'arte del passato come costante nutrimento per l'analisi e lo studio dell'arte presente, inserendo nel percorso espositivo il David, i Quattro Prigioni, un modellino in cera e quattro disegni di Michelangelo.
Andare oltre lo studio cronologico della vita del fotografo e discostarlo dall’ambiente in cui è vissuto (la New York anni ’70 e ‘80, la musica rock e punk, l’emancipazione della lotta omosessuale e la lotta contro l’AIDS), hanno portato ad enfatizzarne la ricerca costante ed ossessiva della perfezione in una bellezza pura ed ordinata. Mapplethorpe scattava con una sapienza costruttiva quasi scultorea, capace di mostrare una qualsiasi realtà nella sua massima essenza ed intensità. Intendendo la pura forma come valore a sé, scissa dal contenuto, il fotografo poneva sullo stesso piano tutti i soggetti: dai frequentatori dei salotti ai partecipanti alle pratiche sadomaso, dalle donne culturiste ai neri nudi che usava come modelli, dai fiori accuratamente spezzati ai corpi ritagliati in modo ricercato. Egli li fotografava per lo più frontalmente, mettendoli perfettamente a fuoco, illuminandoli molto bene e senza ricorrere a filtri, lenti particolari o esposizioni multiple. Queste scelte artistiche, estremamente calcolate, davano l’illusione di una restituzione diretta e puntuale della realtà, colta nella sua essenza visiva. Nonostante l’immagine esteriore di una vita disordinata e fuori delle regole, Mapplethorpe amava quindi “costruire” e calcolare accuratamente ogni posa del soggetto che aveva di fronte. Nulla viene lasciato al caso o alla spontaneità, l’attenzione è posta sugli aspetti scultorei, plastici e geometrici della forma e della luce, tralasciando l’aspetto emotivo e il legame affettivo che intratteneva con modelli, amici o amanti. E’ lui stesso, infatti, a riconoscere un grande tributo nei confronti di Nadar e dei pionieri della fotografia “staged” (costruita) e, senza un suo esplicito riconoscimento, l’amore per la struttura e per la forma hanno richiamato molti critici alla lezione del Minimalismo e dell’arte italiana del Rinascimento.
Questi raffronti tuttavia, sono da leggere, come chiarisce la curatrice Franca Falletti, “ nel loro giusto valore di assonanza nel campo degli interessi inerenti la ricerca artistica, ma non di identità del percorso né delle soluzioni raggiunte”. In questo senso la fotografia di Ken, Lydia and Tyler (1985) può alludere alle Tre Grazie di Canova per il rapporto dei corpi legati tra loro, sebbene l'attenzione virtuosistica alla pura forma renda più pertinente il confronto con Il Ratto delle Sabine di Giambologna. I quattro cerchi in cui si colloca Thomas (1987) ripetono la forma del tondo come tematica di evidente richiamo ai prototipi rinascimentali, utilizzata da Leonardo da Vinci nell' Uomo Vitruviano, dal Botticelli, nonché dallo stesso Michelangelo.
La bellezza ideale femminile androgina che il grande scultore fiorentino esalta in molte sue opere con corpi femminili muscolosi, così come il pittore manierista Pontormo nella sua "Venere", si ritrova nelle forme scultoree di alcune sue modelle predilette, prima fra tutte Lisa Lyon. Risulteranno inconsueti questi confronti a chi di




Ken, Lydia and Tyler, 1985, gelatin silver print/ stampa in gelatina d’argento



Giambologna, Ratto delle Sabine, 1582, gesso
Firenze, Galleria dell’Accademia


Thomas, 1987, stampa in gelatina d’argento



Ajitto, 1981, stampa in gelatina d’argento
Mapplethorpe è sempre arrivata solamente la facciata spettacolare della sua arte, ambigua e a tratti scandalistica. Tuttavia proprio l'attenzione espositiva e la critica stilistica alla base della mostra restituiscono la complessa figura del fotografo in una rinnovata chiave di lettura, capace di “focalizzare l'obbiettivo” su quella perfezione della forma in grado di oltrepassare qualsiasi connotato temporale



Michelangelo, Studi per l'Adamo della "Cacciata dal Paradiso". Fondazione Casa Buonarroti

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Francesca Pardini è laureata in Storia dell'Arte Contemporanea e specializzata in Fotografia contemporanea.


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