Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno IX - n.36 - Aprile - giugno 2013
INTERFERENZE 




L'ARTE DEI LIBRI FATTI A MANO: storia di un'antica Stamperia calabrese
di Nando Manco




Quando, sul finire degli anni ’70 dello scorso secolo, il mio fraterno e carissimo amico Elio Russo, scomparso di recente a soli 68 anni, mi suggerì di non passare alla stampa offset, rimasi scetticamente a riflettere sulle sue parole.
Il suo consiglio, infatti, mi sorprese non poco, soprattutto perché, fino a poco tempo prima e dopo anni di composizione e stampa a mano, prima con mio padre e poi con me, Elio Russo era stato un accanito sostenitore delle nuove tecnologie e del colore, che tanto stava spopolando nel mondo, e sempre lui ci aveva spronato a fare questo moderno e necessario passaggio per migliorare la qualità, accorciare i tempi e allargare gli orizzonti commerciali, unendo così la qualità al prezzo.
Erano gli anni in cui a Scalea (siamo in provincia di Cosenza) impazzava, forte e frenetico, il boom delle costruzioni, e il fiorire di nuove aziende e attività commerciali imponeva e richiedeva sistemi di stampa litografica e macchine sempre più veloci, di alta qualità e all’avanguardia, per permettere l’uscita, a rotazione, di tantissimi opuscoli e lavori vari a colori.
Nel campo della composizione, dopo quella realizzata a mano con caratteri mobili in antimonio, legno e plastica, e all’utilizzo della mitica Linotype (all’ingresso de Il Corriere della Sera, in via Solferino a Milano, fa bella mostra un modello 44, lo stesso che si trovava in via Campanella, a Scalea, presso la nostra azienda di famiglia), fecero seguito le prime, rumorose e complicate fotocomposizioni, anticipatrici dei primi e rudimentali computer che avrebbero raggiunto, qualche anno dopo, il massimo della tecnologia elettronica con i primi Macintosh della Apple.
Ormai il mondo della stampa correva velocissimo verso sempre nuovi, sofisticati e risolutivi sistemi. Addio alla stampa alla Gutenberg e ai sistemi d’arte tradizionali, come quelli usati da mio nonno, all’ inizio del secolo scorso, e poi da mio padre, da me e dai miei collaboratori nella più recente gestione! Il prodotto si poteva realizzare in automatico e con grande facilità e semplicità. Non servivano più le grandi scuole tipografiche, fatte di stili di corpo, di tecnica e di tanto mestiere. In pochi mesi tutti potevano diventare stampatori offset e compositori al computer.
Fu proprio allora, tra il 1979 e il 1980, che Elio Russo, dopo aver sponsorizzato a più non posso la stampa offset di ultimissima generazione e dopo aver realizzato con me una moltitudine di lavori litografici a colori, ritornò sui suoi passi, cominciando a ripetermi che ci dovevamo fermare. A suo giudizio, dovevamo dire stop ai nuovi sistemi e all’offset che per qualche anno avevano imperato e che ci aveva dato anche grandissime soddisfazioni.
Perché Elio aveva cambiato idea? Me lo spiegò egli stesso: con la corsa del progresso tipografico era iniziato anche l’appiattimento più becero della carta stampata, l’arte aveva lasciato il campo alla tecnologia. Elio non accettò mai questo stato di cose e rifiutò la stampa come catena di montaggio, a rimorchio del digitale e in automatismo assoluto. Secondo lui bisognava ripartire da dove si era incominciato.
La corsa per inerzia non gli interessava più e i primati ancora meno. Bisognava tornare e prendere nuovamente in mano il vecchio compositoio e stampare sulle vecchie platine Heidelberg e sulla vecchia pedalina Magnoni & Figli Monza di mio nonno del 1921. Bisognava ridare alla stampa il suo vecchio fascino e la sua importanza. Bisognava rifondare una “Stamperia d’Arte” nel vero senso della parola. Dovevamo riaprire i vecchi e preziosi cassetti e tirare fuori i caratteri odorosi di legno stagionato e piombo, dovevamo riavviare le macchine messe un po’ da parte, a riposo, e ricominciare a stampare come si faceva un tempo, con la pressione della stampa che si notava voltando pagina, quella pagina fresca d’inchiostro che aveva bisogno dei suoi tempi per essere utilizzata. Bisognava valorizzare tutte quelle “imperfezioni” di un tempo! Questo era il pensiero di Elio, il visionario, sulla stampa e sulla tipografia. Ma forse presi anche da mire commerciali, indietro non ritornammo. Viste però le sue reiterate insistenze, gli proposi di provarci da solo: io gli avrei dato le macchine e le attrezzature (il suo pensiero era quello di spostarsi al centro, in Piazza Caloprese, al piano terra dove un tempo era ubicata la caserma dei carabinieri) la supervisione e le garanzie che servivano per aprire.
Elio rimase perplesso perché mi avrebbe voluto in pianta stabile accanto a lui, all’interno di quella che sarebbe stata la nascente “Stamperia d’Arte”, e alla fine non se e fece nulla.
Col senno del poi e con l’età di allora, oggi non avrei dubbi nel dire un sì convinto a quella sua idea “rivoluzionaria”.
Ad Elio e alla sua proposta ho ripensato pochi giorni addietro, leggendo su Sette Corriere della Sera un articolo, a firma di Francesca Pini, dedicato all’antica tipografia della famiglia Tallone di Alpigiano (paesino della cintura torinese), dove, oggi come mezzo secolo fa, escono non più di quattro libri all’anno, tutti rigorosamente composti a mano, alla velocità di 1.500 caratteri mobili all’ora. Per i nativi digitali qualcosa di lontano anni luce!
«Ma oggi la tecnologia sta rincorrendo il libro cartaceo (un oggetto del mito), e non l’opposto, Per chi si avvicina al libro in modo utilitaristico ben vengano i supporti elettronici, ma per quel 3 per cento che lo ritiene l’espressione della civiltà, non c’è cosa più materialmente spirituale di questa», dice Enrico Tallone che, insieme al fratello Aldo (scomparso nel 1991), ereditò dal padre Alberto la maestria dell’arte. «E ora il tablet flessibile altro non fa che imitare la carta! Ma le parole che si vedono su questi supporti sono sempre in affitto. La persistenza dell’arte della tipografia consiste nella sua qualità assoluta. Infatti, oggi, nel mondo non c’è un revival delle edizioni private e dei libri d’artista». Entrare nella tipografia Tallone e vedere Enrico, i tre figli e gli operai lavorare al bancone è come valicare il confine tra passato e presente, ma anche tra civiltà diverse: « La tipografia arredata con questi banconi ha qualcosa di sacrale e di bello, siamo ancora nel pieno dell’Umanesimo», dice Tallone, «il tempo si è fermato solo nell’atmosfera di questo ambiente».
Tornando alla nostra tipografia, la prima aperta a Scalea, mi piace ricordare che fu mio nonno materno, Ferdinano Caselli, ad iniziare l’attività in Largo Marina, nel Centro storico e, intorno al 1930, a trasferirne la sede in via Tommaso Campanella, al piano terra della palazzina con veranda che aveva costruito insieme alla sorella Carmela, insegnante presso la statale scuola elementare. Mio nonno aveva imparato il mestiere, giovanissimo, presso la “Prensa” di San Paolo del Brasile, dove aveva lavorato come compositore-tipografo. La sua attività fu proseguita da mio padre, Mario Manco, da sempre affascinato dal giornalismo e dalla stampa, che diede nuovo impulso all’attività, introducendo tantissime innovazioni, peraltro condivise da mio nonno che ne apprezzava la grande genialità, la fantasia, l’estrosità e la modernità. Dopo qualche anno, infatti, nel 1947, mio padre fondò il giornale “Diogene”, composto interamente a mano e stampato con una rotativa manuale formato 50x70. Seguirono altri lavori editoriali, come quello sulla “Torre di Giuda” di Scalea (CS). dell’indimenticato Carmelo Giordanelli, e vari opuscoli per Enti e privati. Nel 1969 si stampò il famoso “Scalea prima e dopo”, del compianto Carmine Manco. Al pregevole e ottimo lavoro editoriale presero parte, con grande professionalità e impegno, due tra i più bravi e forse mai superati collaboratori di mio padre: Elio Russo, che ne curò la stesura, e Peppino Simonetti, responsabile della composizione dei testi. Su questa scia, dopo altre interessanti uscite, nel 1977, fu pubblicato il famoso “Scalea a Scalìa”, di Mario Manco e Giuseppe Cupìdo (il libro più letto e “copiato”, un vero record per Scalea con le sue 5 ristampe), mentre nel 1979, cambiata la direzione tecnica e sull’onda del boom economico, l’interesse editoriale si spostò verso le grandi tirature e i lavori commerciali.









Stella Heidelberg









Linotype alfa







Pedalina Magnoni
Nel 1990 vi fu la svolta e si ritornò ai lavori editoriali e di grande arte. Fu allora che il suggerimento di Elio si tramutò in fatti. La tipografia da “studio tipografico”, previo grandi riconoscimenti nazionali e premi in materiali tipografici, diventò “Stamperia d’Arte Manco”. Questo fu possibile anche grazie all’incontro con la dinamica e instancabile scrittrice lombarda Enrica Marelli, che aprì nuovi orizzonti e nuovi palcoscenici librari. Ne nacque un magico sodalizio che, nell’agosto del 1993sfociò nella pubblicazione del “Giardino Mediterraneo”, il libro di poesie di Enrica, che fu il primo di tanti grandi successi editoriali della “premiata ditta” Marelli-Manco.
Nella terza di copertina, la signora brianzola, nativa di Monza, fece scrivere: Questo libro è stato realizzato dalla “Stamperia d’Arte Manco”, appositamente per Enrica Marelli in tiratura limitata a 360 esemplari. Finito di stampare nel mese di agosto 1993 su carta Arcoprint avorio delle cartiere Fedrigoni con inchiostro seppia composto da rosso, giallo, verde pantone, nero bavaria della Huber. Composizione, impaginazione e finiture sono state realizzate all’interno della stessa casa editrice con sistemi e tipi di antica tradizione.
La collaborazione con la signora Marelli è continuata fino al 2005. Furono anni frenetici e irripetibili, nel corso dei quali si susseguirono, incessanti, tante importanti presentazioni di libri con autori famosi, quali Marabini, Bevilacqua, Igor Man ed altri illustri artisti di fama internazionale, come il pittore ligure Zilioli. Enrica Marelli ha ricoperto il ruolo di Presidente del “Centro Culturale Lavinium” e del “Premio Letterario Internazionale Città di Scalea” fino al 2005. Dal 2007, purtroppo, la sua grande e illuminante attività culturale è andata via via riducendosi, per problemi di salute e di età. È stata una grossa e grave perdita per Scalea, per l’intera provincia di Cosenza e per l’Italia tutta.
Nel 1996, la “Stamperia d’Arte Manco” fu segnalata alla nota scrittrice Irene De Laude Curto, nativa dell’astigiano e residente a Torino, che volle realizzare un libro interamente con sistemi e tecniche di antichissima tradizione. Nacque così il suo volume di poesie “Come vestire la vita?”, un lavoro accurato e di altissimo pregio, più o meno simile a quello realizzato due anni prima dalla signora Marelli. Il prezioso volume, correlato di doppia copertina, aveva, nella parte superiore, una finestrella fustellata da dove si poteva ammirare una bellissima illustrazione a colori: la quadricromia era stata realizzata tramite l’ausilio di clichès in zinco dell’antica zincografia di Cosenza “Gino Morrone” e raffigurava la poetessa Ko Ògimi di Fujiwara Nobuzane - Rotolo da appendere - XIII secolo. Il meticoloso, lungo e stupendo lavoro logicamente costò molto di più di una normale edizione, ma ci diede la soddisfazione di essere notato da altri autori piemontesi che, a loro volta, presero contatti con la nostra azienda per realizzare lavori con le stesse caratteristiche.
A partire dal 2006, anno in cui, dopo quasi un secolo di attività, l’antica tipografia fu messa da parte, ci limitiamo a realizzare, con i sistemi attuali, sporadici lavori di progettazione per “I libri del Diogene”, per pochi eletti e soci, cercando di mantenere sempre lo stesso stile di un tempo.
Le macchine e le attrezzature dell’ex “Stamperia d’Arte” si trovano attualmente in stato di abbandono presso una sala del “Museo del Bambino”, che doveva diventare un Museo della Stampa. Il mio auspicio è che presto possano essere rimesse in funzione e che a Scalea possa esserci nuovamente una stamperia a mano, come quella della famiglia Tallone descritta sul Corriere della Sera, che, oltretutto, potrebbe dare lavoro a tanti disoccupati, soprattutto giovani, con la voglia e la passione di questo nobile e antico mestiere.



Nando Manco, direttore di "nuovo DIOGENE moderno", il giornale di Scalea (CS), Periodico indipendente d'informazione e approfondimento.
www.diogeneilgiornalediscalea.it



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