Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XXI - n.88 - Luglio - settembre 2026
NARRATIVA 

I LIBRI SCELTI PER VOI
a cura di Ilaria D'Ambrosi




"COSIMA", quasi Grazia. Autoritratto di una scrittrice


Nel centenario del Nobel, a Roma torna Grazia Deledda attraverso il suo libro più intimamente testamentario. Cosima non è soltanto il racconto autobiografico di una vocazione: è il luogo nel quale la scrittrice rilegge la propria formazione e, insieme, consegna una chiave interpretativa dell'intera opera. Dal 25 al 27 settembre 2026 il minifestival "Buon compleanno, Grazia!" la riporta nel quartiere Nomentano, dove visse gli anni della maturità e del riconoscimento internazionale. Cosima occupa una posizione singolare nell'opera di Grazia Deledda. Scritto negli ultimi anni di vita e pubblicato postumo nel 1937, è insieme romanzo di formazione, autobiografia trasfigurata e riflessione sulla genesi stessa della scrittura. Deledda ritorna alla Sardegna dell'infanzia non per ricomporre ordinatamente la propria biografia, ma per individuare nella memoria il punto in cui l'esperienza individuale comincia a trasformarsi in materia letteraria. Il centro del libro non è dunque la vita di Cosima in quanto tale, ma la nascita dello sguardo che renderà possibile l'opera futura. La scelta della terza persona è, in questo senso, decisiva. Cosima è Grazia e contemporaneamente non lo è: la distanza nominale permette all'autrice di sottrarre il proprio passato alla confessione e di sottoporlo a un processo di formalizzazione narrativa. Il dato autobiografico perde così la pretesa documentaria e acquista una funzione propriamente poetica. Famiglia, lutti, superstizioni, desideri, paesaggio, letture e prime prove di scrittura non vengono semplicemente ricordati, ma selezionati e ricomposti secondo quella tensione tra individuo e comunità, libertà e necessità, colpa e desiderio che attraversa l'intera produzione deleddiana. Proprio Cosima consente perciò di misurare l’insufficienza della categoria di “regionalismo” entro la quale una parte della critica ha a lungo circoscritto Deledda. La Sardegna non costituisce il pittoresco fondale di un mondo arcaico, ma una struttura conoscitiva e simbolica e il paesaggio non descrive soltanto, ma agisce. La comunità non rappresenta semplicemente un ambiente sociale: assume la forza di una legge. Il patrimonio di miti, credenze e codici morali diventa la lingua attraverso cui Deledda mette in scena conflitti che appartengono pienamente alla modernità europea, dalla frattura tra soggetto e ordine collettivo alla tensione fra pulsione individuale e norma.

 
La sua estraneità alle Avanguardie e alle formulazioni teoriche del primo Novecento ha contribuito a produrre l'immagine di una scrittrice appartata, quasi istintiva, mentre la compattezza del suo universo narrativo rivela una consapevolezza formale assai più complessa. In Deledda il tragico sopravvive dentro il romanzo moderno; il destino non scompare di fronte alla nascita dell'individuo, ma continua a esercitare la propria pressione attraverso la famiglia, la morale, il corpo, la memoria e il paesaggio. Cosima rende particolarmente leggibile questa struttura perché ne mostra la formazione prima ancora della sua piena elaborazione romanzesca.
Vi è poi un elemento che rende il libro essenziale per comprendere la posizione dell'autrice nel canone. La vocazione di Cosima è una vocazione femminile e nasce in un contesto nel quale l'accesso di una donna alla professione letteraria non può essere considerato un destino naturale. Deledda evita tuttavia qualsiasi costruzione programmaticamente emancipazionista: la sua protagonista non teorizza la propria libertà, la esercita attraverso la scrittura. In questo senso Cosima racconta anche la conquista di un'autorità intellettuale femminile ottenuta senza aderire ai modelli culturali dominanti e senza rinunciare alla propria provenienza periferica.
È un dato che conferisce particolare rilievo storico al Nobel per la Letteratura assegnatole per il 1926. A essere consacrata dall'Accademia di Svezia era una donna italiana, autodidatta, formatasi lontano dai principali centri della cultura nazionale: la prima italiana a ottenere il Nobel per la Letteratura e, allora, soltanto la seconda donna nella storia del premio, dopo Selma Lagerlöf. Il riconoscimento assume un significato che oltrepassa la vicenda individuale di Deledda e misura la portata di un'affermazione letteraria maturata ai margini delle istituzioni culturali del suo tempo.
A cent'anni da quel Nobel, Cosima permette di invertire significativamente la prospettiva: invece di partire dalla consacrazione, riconduce alla sua origine. Dietro la figura pubblica della scrittrice premiata a Stoccolma riappare la giovane donna che impara a trasformare un universo circoscritto in forma letteraria. L'autobiografia diviene così implicitamente anche un'auto-intestival promosso dall'Associazione culturale Il Triangolo dei Premi Nobel con il patrocinio del Municipio Roma II, in programma dal 25 al 27 settembre 2026 tra Piazza Bologna e il Nomentano, in occasione dei 155 anni dalla nascita di Deledda e del cerpretazione: Deledda ricostruisce la propria formazione mentre definisce, retrospettivamente, le matrici profonde della sua poetica.
È su questa rilettura che si innesta “Buon compleanno, Grazia!”, il minicentenario del Nobel. La collocazione non è accessoria: dal 1912 Deledda visse con la famiglia nel villino di via Porto Maurizio 15, oggi via Imperia, trascorrendo proprio nel Nomentano gli anni della piena maturità letteraria e della consacrazione internazionale.
Il festival si apre venerdì 25 settembre alla Libreria L'Altracittà con un gruppo di lettura dedicato a Cosimaseguito al Cinema Delle Province dalla proiezione di Grazia! di Paola Columba. Sabato 26 Monica Cristina Storini, ordinaria di Letteratura italiana alla Sapienza, presenterà Leggere Deledda, significativamente dedicato a una rilettura dell'autrice oltre gli stereotipi che ne hanno condizionato la ricezione critica; domenica 27 Quasi Grazia di Peter Marcias chiuderà il programma riportando sullo schermo il rapporto tra biografia, identità femminile e scrittura.
L'interesse dell'iniziativa risiede nella possibilità di sottrarre Deledda tanto alla celebrazione anniversaria quanto alla rassicurante immagine di scrittrice regionale. Riportarla nel quartiere romano in cui visse significa ricomporre simbolicamente la distanza fra la periferia geografica e culturale dalla quale proveniva e il centro di una piena legittimazione intellettuale. Rileggere Cosima significa compiere lo stesso movimento sul piano critico: tornare alla formazione della scrittrice per comprendere quanto la sua apparente marginalità costituisca, invece, uno dei luoghi più originali della sua modernità.
A un secolo dal Nobel, la questione non è dunque celebrare nuovamente Grazia Deledda, ma ricollocarla con maggiore precisione nella storia letteraria del Novecento. Cosima, con la sua ambigua natura di romanzo, memoria e autoritratto, mostra quanto la sua opera resista alle classificazioni che l'hanno a lungo semplificata. Dietro Cosima c'è Grazia, ma dietro Grazia Deledda c'è soprattutto una scrittrice che ha saputo trasformare una condizione periferica, geografica e femminile in una lingua letteraria capace di oltrepassarla.
Il minifestival si svolgerà dal 25 al 27 settembre 2026 presso la Libreria L'Altracittà e il Cinema Delle Province; gli appuntamenti sono gratuiti, ad eccezione delle proiezioni cinematografiche, con ingresso a 5 euro. Il programma completo è disponibile sul sito del Triangolo dei Premi Nobel – “Buon compleanno, Grazia!”.



Titolo: Cosima
Autore:
Grazia Deledda
Editore: Il Maestrale




Ildefonso Falcones. Il pittore di anime

Con Il pittore delle anime (2019) lo scrittore spagnolo Ildefonso Falcones torna nella sua amata Barcellona per costruire un ampio affresco storico in cui la vicenda individuale s’ intreccia con le tensioni sociali, politiche e culturali della Catalogna dei primi decenni del Novecento. Dopo il successo internazionale de La cattedrale del mare, Falcones conferma la propria vocazione per il romanzo storico monumentale, ma sceglie questa volta un terreno particolarmente fecondo per chi guarda al rapporto tra arte e società: gli anni del Modernismo catalano, dell'espansione urbana e delle lotte operaie.
Il protagonista, Dalmau Sala, è un giovane pittore cresciuto in condizioni modeste, diviso tra due mondi apparentemente inconciliabili. Da una parte vi è la formazione artistica, maturata nell'ambiente creativo che gravita attorno al laboratorio del maestro ceramista Manuel Bello; dall'altra la realtà delle periferie operaie, delle rivendicazioni sindacali e delle profonde ingiustizie sociali che attraversano la Città. La sua vicenda personale diventa così il punto di osservazione privilegiato per raccontare una Barcellona attraversata da profonde trasformazioni economiche e culturali.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è la capacità di Falcones di utilizzare l'arte non come semplice sfondo decorativo, ma come autentico motore narrativo. La pittura, la ceramica, l'architettura e le arti applicate partecipano infatti alla costruzione di un universo simbolico che riflette le aspirazioni e le contraddizioni di un'intera epoca. Il lettore viene introdotto nel fervore creativo della Barcellona modernista, città che all'inizio del Novecento ambiva a diventare una capitale europea della cultura e dell'innovazione estetica. L'ombra più evidente che attraversa il libro è quella di Antoni Gaudí.

 
Pur non essendo il protagonista della narrazione, l'architetto compare come figura carismatica e quasi mitica, incarnazione di un'idea dell'arte come missione spirituale e civile. Falcones riesce a restituire efficacemente il clima culturale che circondava i grandi cantieri modernisti e il rapporto tra creazione artistica, committenza e identità catalana. In questo senso il romanzo offre anche un'interessante introduzione divulgativa a una stagione fondamentale della storia dell'arte e dello sviluppo culturale della Città. La ricostruzione storica costituisce senza dubbio uno dei punti di forza dell'opera. La Barcellona descritta da Falcones è una città viva, percorsa da conflitti e speranze: le strade eleganti dell'Eixample convivono con i quartieri popolari, mentre il benessere della borghesia industriale si contrappone alla precarietà delle classi lavoratrici. Il romanzo restituisce con efficacia la tensione tra sviluppo economico e disuguaglianza sociale, facendo emergere le contraddizioni di una modernità che produce al tempo stesso progresso e marginalizzazione. Dal punto di vista letterario, Falcones adotta una scrittura fortemente narrativa, orientata alla costruzione di una trama avvincente e accessibile a un pubblico ampio. Non ricerca particolari sperimentazioni stilistiche; preferisce invece affidarsi alla solidità dell'intreccio, alla caratterizzazione psicologica dei personaggi e alla precisione documentaria. Questa scelta può apparire talvolta tradizionale, ma si rivela efficace nel mantenere alta la tensione narrativa lungo un'opera di ampio respiro. L'aspetto forse più significativo, per una lettura in chiave artistica, riguarda la riflessione sul ruolo sociale dell'artista. Dalmau non è soltanto un giovane talento in cerca di affermazione, è un individuo chiamato a confrontarsi continuamente con questioni etiche e politiche. La sua arte non può essere separata dal contesto in cui nasce, né dalle condizioni materiali di chi lo circonda. Attraverso il suo percorso, Falcones sembra interrogarsi sul valore dell'opera d'arte in una società segnata dalle disuguaglianze e sui limiti dell'estetica quando viene posta di fronte alle urgenze della storia. In questo senso Il pittore delle anime dialoga con una tradizione narrativa che vede nell'artista una figura sospesa tra vocazione personale e responsabilità collettiva. Il titolo stesso suggerisce una dimensione che va oltre la mera rappresentazione della realtà: dipingere anime significa tentare di cogliere l'essenza umana, le passioni, le paure e le aspirazioni che animano una comunità. L'arte diventa allora uno strumento di conoscenza e di testimonianza.

Non mancano alcuni limiti. Talvolta il romanzo indulge in una certa schematicità nella contrapposizione tra ricchi e poveri e alcuni passaggi sentimentali seguono modelli narrativi piuttosto convenzionali. Inoltre, la necessità di tenere insieme vicenda privata e grande storia porta occasionalmente a una semplificazione delle complessità politiche del periodo. Tuttavia questi aspetti non compromettono l'efficacia complessiva dell'opera, che rimane capace di coinvolgere il lettore e di trasmettere un quadro credibile dell'epoca.
A distanza di anni dalla sua pubblicazione Il pittore delle anime conserva il suo interesse soprattutto come romanzo capace di avvicinare un vasto pubblico alla storia culturale della Catalogna e al clima creativo del Modernismo. Falcones costruisce una narrazione in cui l'arte non è semplice ornamento, ma linguaggio attraverso cui interpretare i conflitti della modernità. Per questi motivi il libro può essere letto non solo come una saga storica, ma anche come una riflessione sul rapporto tra creazione artistica, identità collettiva e trasformazione sociale.
È proprio nella fusione tra racconto storico e sensibilità artistica che risiede il suo principale merito: ricordare che ogni opera nasce all'interno di una comunità, di un tempo e di una storia, e che la Bellezza, lungi dall'essere estranea al mondo, rappresenta spesso uno dei modi più profondi per comprenderlo.



Titolo: Il pittore delle anime
Autore:
Ildefonso Falcones
Editore: Longanesi 2019




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