Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
 
Work in progress - Anno XIX - n.78 - Gennaio - marzo 2024
ARTE e TRADIZIONI POPOLARI 


Il Carnevale Romano
di Gabiella Sbardella


Le origini del Carnevale Romano risalgono ai Saturnali, feste solenni di carattere popolare in onore del dio Saturno; ma in era cristiana si iniziò a festeggiare questa ricorrenza soltanto nel Medioevo e durante il Rinascimento divenne molto seguita, da quando Papa Paolo II nel 1464, trasferitosi a Palazzo Venezia, accettò che i festeggiamenti si svolgessero in via del Corso, chiamata allora Via Lata. Carri allegorici, tornei e mascherate furono i riti caratteristici, ma già dal XV secolo diventò molto popolare la corsa dei barberi, cavalli provenienti dal territorio africano dei Berberi, da richiamare gente che giungeva dalle città e dai paesi vicini per assistere a questo singolare evento.



Achille Pinelli. L'ultimo giorno di Carnevale Festa dei moccoletti


A.Pinelli (1809-1841) Maschere romane





Uno dei carnevali più interessanti, ormai desueti, è senz’altro quello romano, spesso immortalato nelle pagine di scrittori e nei dipinti di pittori fin dal ‘700, soprattutto dai viaggiatori del Grand Tour, ovvero di quel viaggio di conoscenza grazie al quale uomini illustri di tutta Europa visitavano il Bel Paese per ammirarne le bellezze paesaggistiche, artistiche e il folklore. Uno di questi cronisti fu J. Wolfang von Goethe che partecipò al carnevale nell’ultimo decennio del  Settecento, rimanendo sbalordito dal desiderio del popolo di divertirsi senza alcuna limitazione né autorizzazione. Ma chi lo descrisse in maniera superba fu Alessandro Dumas padre, che nella prima metà del XIX secolo descrisse con cura il carnevale romano e tutte le sue manifestazioni. Alla festa dei “moccoletti”, momento di gioia sfrenata che chiudeva i riti del Carnevale,  partecipavano tutti i ceti sociali: i moccoletti erano candele di cera di varia misura  portati in alto dalle braccia della gente con cui si dovevano spegnere quelli degli altri nella pazza notte dell’ultimo giorno festivo.  Una miriade di persone partiva da Palazzo Venezia per giungere urlando fino a Piazza del Popolo e poi ripercorrere al contrario la strada, illuminando la Città in una ridda fantastica: ognuno tentava di spegnere l’altrui moccoletto, fosse questo un nobile o un plebeo, senza distinzione né timore di venir punito per un gioco carnevalesco che durava due ore.


T. Géricault. Cavalli barberi alle tribune (la partenza), 1817.


Da tutte le finestre e dai balconi dei palazzi, iluminati a giorno dai moccoletti, si sporgevano persone ridenti e felici di osservare questo spettacolo farzesco di esplosione di gioia quasi infantile, ma appena il suono della campana annunciava la fine del Carnevale, tutti i moccoletti si dovevano spegnere. Achille Pinelli, pittore e acquerellista romano (1809-1841), ha raccontato nelle sue illustrazioni alcuni di questi allegri momenti di svago molto democratici e da tutti condivisi, immagini che ad oggi rappresentano un documento iconografico prezioso di tradizioni non più attuali, come processioni e scene popolaresche, raccontate in poesia da Giuseppe Gioacchino Belli. Ma la tradizione più affascinante del Carnevale romano era la corsa dei cavalli Barberi, descritta minuziosamente da Alessandro Dumas e dipinta in modo spettacolare dal pittore francese Théodore Géricault, anche lui viaggiatore del Grand Tour. I Bàrberi (o Berberi) sono i cavalli da corsa il cui nome deriva da Bàrberia, il territorio dei Bèrberi, ovvero il Marocco, l'Algeria, la Tunisia e la Libia, terre da cui provenivano gli animali migliori. Immaginiamo con le descrizioni di Dumas di assitere oggi allo o spettacolo. Siamo a Piazza del Popolo: ovunque gente in maschera si affolla per assistere a una corsa potente, senza cavalieri e diversa da tutte, mentre arrivano anche le carrozze dei nobili e molti gridando lanciando loro uova piene di farina, coriandoli e fiori.


T. Géricault. La corsa dei cavalli ribelli, la ripresa 1817.


T. Géricault. La corsa dei cavalli ribeli: la ripresa 1817




Le finestre e i balconi dei palazzi di via del Corso sono decorati con tappeti e addobbi vari, donne e aristocratici, i visi illuminati dalle fiaccole, si sporgono dai palazzi per vedere la folla gioiosa, mascherata nelle maniere più insolite. Fino alle tre pomeridiane il tumulto aumenta, ma le detonazioni dei mortaretti annunciano che la corsa dei cavalli ha inizio: tutti si dispongono ai lati di via del Corso, le carrozze si fermano e una compagnia di gendarmi fa spazio ai cavalli barberi. Questi vengono radunati sotto l'obelisco di Piazza del Popolo ove sono state alzate tribune da cui i più abbienti assistono alla gara ippica. I cavalli sono tenuti fermi da stallieri barbareschi e aizzati da spilli e non appena si odono gli spari vengono lasciati correre liberi, senza cavalieri per tutta via del Corso per giungere a Piazza Venezia dove termina la folle corsa. Il cannone di Castel Sant' Angelo con vari colpi indica il numero del cavallo vincitore e la folla rumorosa ed eccitata si mescola nuovamente nelle vie limitrofe per cantare e gridare. Tutti i momenti salienti di questa corsa sfrenata sono stati immortalati nei dipinti di Géricault!
Nel 1874, a causa di un incidente nel quale morì un giovane travolto dai cavalli, il re Vittorio Emanuele II abolì questo rito antico e da allora la corsa dei barberi finì di allietare i carnevali romani.



Gabriella Sbardella. Addetto stampa, comunicazione e marketing strategico, autore radiofonico e
organizzatore di eventi




E' vietata la riproduzione anche parziale dell'articolo e delle immagini © Copyright