Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
 
Work in progress - Anno XIX - n.78 - Gennaio - marzo 2024
IL CAVALLO NELL'ARTE 

Il cavallo bianco di Velázquez: un unicum della sua produzione pittorica!
di Bruna Condoleo
 



In questo articolo d’inizio del nuovo anno non intendo parlare, come finora, di un artista che ha privilegiato nella sua opera la rappresentazione del cavallo, al contrario di un pittore che lo ha rappresentato in un “unicum”, cioè in una raffigurazione inconsueta per i tempi in cui visse e in modo poco tradizionale: Diego Velázquez. Chi ha visto almeno una volta la riproduzione di “Las meninas” (Le damigelle), opera celeberrima dell’Artista spagnolo, nato a Siviglia nel 1599 e morto a Madrid a 61 anni, non può non aver intuito la grandezza di questa tela, considerata a buon diritto dagli Impressionisti francesi opera rivoluzionaria e antesignana della pittura moderna per l’immediatezza della scena, per gli espedienti tecnici (lo specchio che riflette i sovrani, non presenti nel quadro!) e prospettici  e per la novità compositiva.
La carriera del geniale Artista è stata contraddistinta da una produzione destinata per massima parte alla corte madrilena, con molti e pregevoli ritratti ufficiali della dinastia regnante (principi, spose regali, infante, poeti e gentiluomini), come testimonia l'affascinante ritratto equestre che immortala il Piccolo principe Balthasar Carlo che cavalca fiero il suo dinamico destriero, dipinto in un primo piano diagonalmente ad accentuarne la prospettiva. Prima di realizzare quest'opera Velázquez aveva lasciato per ben due volte la Spagna per visitare l'Italia, dove ebbe modo di conoscere ed ammirare l'opera dei nostri grandi Maestri: Caravaggio, Tiziano, Tintoretto, Giudo Reni e Guercino. Il suo primo viaggio avvenne nel 1629, quando toccò varie città: Genova, Ferrara, Cento, Bologna, Loreto per giungere a Roma dove soggiornò per l'intero anno successivo e dipinse opere sacre e mitologiche, ma ebbe anche modo di visitare luoghi suggestivi, ville patrizie, palazzi pontifici, raccolte d'arte.


Diego Velàzquez -"Principe Baldassarre Carlo", olio su tela, cm. 209x173- 1634/35. Madrid, Museo del Prado



Fu ospite illustre in Vaticano e poi a Villa Medici, dove visse per alcuni mesi, affascinato dalle ricche collezioni antiche conservate nel Palazzo, prima di ripartire per Napoli, ultima meta del suo viaggio. Una volta ritornato in patria l’Artista produsse un olio singolare ed unico nel suo genere: uno splendido cavallo bianco. A differenza dei soggetti equestri, molto in voga fin dal ‘500, che il pittore dipinse spesso durante la sua brillante carriera, in “Cavallo Bianco" il poderoso animale, la cui anatomia fu studiata dal vivo nelle scuderie reali, campeggia come “protagonista” assoluto del quadro su di uno sfondo scuro! Non più cavalieri dalle pose auliche e studiatissime, alla maniera di Tiziano o di Rubens, non più ieratici sovrani a cavallo, come Filippo IV, tante volte da lui immortalato, o piccoli principi come Baldassarre Carlo, erede al trono ritratto sul suo dinamico pony in atto di saltare un ostacolo sullo sfondo di un vastissimo paesaggio, ma un cavallo solitario e imponente. Esso non correda la figura principale, come era di norma, non è neanche comprimario, ma è divenuto il solo soggetto del quadro! Il corpo possente sprigiona una straordinaria vitalità, accentuata dalla luminosità del manto, mentre il taglio dell’immagine, dipinta da “tergo” in una posa inconsueta, rivela una novità compositiva e tematica poco consona ai dettami accademici.
Dopo alcuni anni trascorsi tra impegni pittorici e ambiti riconoscimenti, nel 1648 Velàzquez tornò in Italia con l'incarico ufficiale di acquistare opere d'arte per il re di Spagna: giunse dapprima a Venezia, poi visitò Firenze per raggiungere di nuovo Roma dove soggiornò a lungo.


D.Velàzquez - "Cavallo bianco" , olio su tela, 1634 - Madrid, Palazzo Reale

Qui creò opere famose destinate a principi e nobili romani, come quella in cui ritrae il Papa Innocenzo X; fu insignito del prestigioso titolo di Accademico di San Luca e si legò in amicizia con famosi artisti della Roma barocca, come Gian Lorenzo Bernini e Pietro da Cortona. Di questo fecondo e felice periodo l’Artista ci ha lasciato un altro “unicum” della sua produzione: la tela “Venere di Rokeby, o Venere e Cupido” *, che è il solo nudo che sia stato tramandato. Il quadro ritrae la giovane e avvenente Flaminia Triva, amante del pittore negli anni del soggiorno romano, anche lei pittrice, da cui il Pittore ebbe l’unico figlio maschio, Antonio, del quale si persero poi le tracce. La naturale sensualità del nudo, dipinto “di schiena” e illuminato dal bianco ruscello della luce, denuncia una completa libertà interpretativa nella riproposizione del classico tema del nudo e nel contempo un’affinità con la raffigurazione del “Cavallo bianco”, anch’esso ricco delle stesse naturalezza nella posa e realtà nella rappresentazione. Entrambe le opere costituiscono due esemplari assolutamente originali rispetto alla visione accademica e sono dipinte con la medesima modernità figurativa che è l’intima cifra stilistica dell’arte di un genio come Diego Velazquez.




D.Veàazquez – Venere Rokeby o "Venere e Cupido", olio su tela cm. 122x175, 1648/51. Londra, National Gallery ©



*Nota: Il 10 marzo 1914 la Venere Rokeby fu sfregiata dalla suffragetta Mary Richardson con un coltello che produsse numerosi tagli, poi restaurati. La suffragetta fu condannata a sei mesi di prigionia, ai sensi delle leggi allora vigenti circa il deturpamento delle opere d'arte!




Bruna Condoleo, storica dell'arte, giornalista, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte


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