Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
 
Work in progress - Anno XIX - n.79 - Aprile - giugno 2024
IL CAVALLO NELL'ARTE 

I gruppi equestri di MARINO MARINI, un messaggio di sconcertante attualitą
di Bruna Condoleo
 



All'immagine del cavallo, animale che fin dai tempi primordiali accompagna l'uomo nel lavoro, nelle battaglie, nei giochi, nello sport, amato compagno, superbo esemplare naturale, spesso simbolo emblematico e metafora esistenziale, i più grandi artisti hanno dedicato opere eccelse. Nel XX secolo Marino Marini, nato a Pistoia nel 1901 e scomparso nel 1980, grafico, pittore, ma soprattutto scultore di fama internazionale, ha riservato al tema del cavallo e del cavaliere l'aspetto pregnante della sua produzione a partire dal '36 fino agli anni '60, pur mutandone nel tempo aspetti semantici e l'essenza stessa dell'affascinante soggetto. Partendo dal tradizionale schema del monumento equestre, Marini elabora con originalità il tema antico, stimolato dai suggerimenti più disparati: la scultura etrusca ed egizia, l'arte romana e quella cinese, le opere di Medardo Rosso, di Arturo Martini e la scultura romanica si fondono nella sua cifra stilistica in un saldo quanto arcaico impianto compositivo che costruisce volumi compatti e densi. Pur ispirandosi alla realtà, l'Artista elabora immagini che superano la visione  naturale attraverso un'astrazione di forme e di ritmi che nei cavalieri a cavallo tocca il margine più ermetico della sua arte.


Marino Marini, Piccolo cavaliere, 1947 bronzo.©




Lo stile di Marini è essenziale, quasi primordiale, senza deviazioni nel fantastico o nell'immaginario: il tema umile e nobile a un tempo del cavaliere a cavallo è divenuto per lo scultore il simbolo senza retorica della solitudine della condizione umana, la sofferenza esistenziale e il dramma della storia. Le sue sculture, in terracotta o fuse in bronzo, di piccole dimensioni o di proporzioni monumentali (fino a sei metri d'altezza), ispirate al "moto immobile", secondo un gusto che proviene dall'arte cinese, oppure modellate con dinamismo secondo il modo degli Antichi, fanno comunque trapelare il pathos della vita nell'attonita desolazione dell'immagine.
Viaggiatore instancabile, desideroso di esperienze culturali le più disparate, Marini soggiorna in Germania, in Olanda, in Inghilterra e a Parigi dove conosce Picasso, Braque, Laurens, Tanguy; dal 1940 è docente di Scultura all'Accademia di Brera e durante la seconda guerra mondiale vive in Svizzera, dove conosce Giacometti, poi si stabilisce a Milano. Nel 1950 espone per la prima volta e con successo negli Stati Uniti, alla Curt Valentin Gallery di New York e qui ha modo di frequentare artisti famosi, come Calder, Arp, Feininger.


Marino Marini. Cavallo cavaliere 1951/ 55 Museo Kroller muller Otterlo©.

Durante un viaggio in Inghilterra conosce lo scultore Henry Moore con cui stabilisce un sodalizio fraterno, continuato per molti anni. Dopo l'esperienza della guerra, attorno agli anni '50 e '60 le sculture di Marini mutano le iniziali forme pacate e solenni, mentre il dato naturalistico si fa sempre più sommario: cavalli e cavalieri si contorcono e si mutilano, le superfici dei loro corpi si graffiano e si solcano, profondamente accese dalle luci che svelano le ansie e le inquietudini dell'animo dell'Artista. L'astrattezza delle forme dei cavalli, in estrema tensione dinamica e la torbida pesantezza dei cavalieri privano l'opera delle dimensioni di tempo e spazio, superano modi già usati, sottraggono dai pensieri dell'effimero e del quotidiano per  immergere la mente in un mondo di valori universali. Con i muti cavalieri su cavalli pietrificati Marini esprime un monito allarmante: il concetto di una vita che si è spenta, divenuta fossile solitario, tragico relitto. Davanti ai suoi monumenti equestri, che popolano piazze italiane ed estere, sembra che cavaliere e cavallo, uomo e natura, siano ancora là con l'antica grandezza, ma abbiano perduto ogni vitalità e forza, divenuti larve inquietanti, testimoni di un mondo eroico finito per sempre. Purtroppo l’attualità di questo messaggio pieno di pathos colpisce oggi più che mai, in un mondo dilaniato dalle guerre e dalla disumanità. “Un canto desolato si è levato sul mondo”, recitano le parole incise da Marino Marini sulla base della prima fusione dell’opera “Guerriero” del ‘59/60, quasi a riassumere l’essenza dell’esperienza figurativa di un artista che nella severa arcaicità del tema equestre, eletto a motivo centrale di ispirazione, ha saputo trasfondere l’intensità della propria storia interiore!




Marino Marini. Cavaliere 1951 bronzo©



Bruna Condoleo, storica dell'arte, giornalista, curatrice di mostre e di cataloghi d'arte



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