Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XIX - n.78 - Gennaio - marzo 2024
ARCHITETTURA DEL '900


Como. GIUSEPPE TERRAGNI, l'architetto del Razionalismo italiano
di Ilaria D'Ambrosi



"[…] In un mondo civilmente degradato, l'arte diviene l'unica àncora di salvezza. Anche il minimo dettaglio acquista un significato polemico, quasi uno strale contro l'imperante volgarità del monumentalismo ufficiale, una testimonianza di sdegno" (Bruno Zevi)

A Como nel 1932 viene posta la prima pietra della Casa del Fascio dell'architetto Giuseppe Terragni. Durante il ventennio fascista furono eretti molti edifici di questo tipo, ma sicuramente quello dell'Architetto di Meda (Monza)è il più noto e l'unico a essere riconosciuto come simbolo. Non è un caso che dopo aver ospitato, a partire del 1936 (anno del suo completamento) la sezione locale del Partito Nazionale Fascista, l'edificio fu poi utilizzato dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, dal 1945 fino al 1957, quando fu adibito a sede del Comando Provinciale di Como della Guardia di Finanza! Tagli, squarci e bucature compongono le facciate, tutte diverse l'una dall'altra e tutte violentemente chiaroscurate da elementi e forme che si contrappongono e sovrappongono nel gioco dei pieni e vuoti. Il volume occupa prepotentemente la scena formale. La Casa del Fascio appare così un cubo di pietra levigata, epurata da qualunque decorazione. I movimenti pittorici del Novecento ispirano il tono plastico dell'impianto, la cui eco si ritrova nell'Asilo nido Sant'Elia di Como, nella Villa Bianca a Seveso (entrambe 1936-1937) e in Casa Giuliani-Frigerio a Como, uniche opere di Terragni che hanno visto la costruzione insieme al complesso residenziale Novocomun (1927-1928).


Giuseppe Terragni, La Casa del Fascio, Como 1932/36



Purtroppo si contano sulle dita di una mano le opere realizzate di Giuseppe Terragni, non per poca competenza né tanto meno per scarsa bravura del progettista, bensì per sfortuna. Tesserato del Partito Nazionale Fascista, Terragni non fu mai completamente affine alla realtà espressiva della cultura del regime, attirando l'ostracismo della più fervida critica ufficiale di indirizzo accademico-retorico. Nella Casa del Fascio l'Architetto si allontana momentaneamente dalla scomposizione figurativa e dall'astrattezza formale di cui ha intriso i suoi ultimi progetti, in favore di un più apprezzato schema classico. La pianta quadrangolare, con lato di 33,2 metri, regge il disegno dell'alzato (alto esattamente la metà del lato di base) tipicizzato dalla forte presenza di telai strutturali estradossati, proporzionati ai canoni della sezione aurea, mentre le pareti giustapposte e l'articolazione ritmica delle zone di luce e d'ombra anelano a una riflessione sui temi puristi e alla logica funzionalista. Se da un lato è consequenziale il richiamo a due dei cinque principi di Le Corbusier, la facciata uniforme e il tetto giardino, la matrice razionalista cade sul rifiuto del canone della "façade libre" (facciata libera) a favore dell'esaltazione della plasticità scultorea e della disomogeneità dei quattro fronti. La cruda violenza che l'Architetto lombardo sfrutta per sviluppare gli incastri fra volumi (di influenza smaccatamente espressionista) è ben lontana dall'eleganza delle forme pure e dal linguaggio razionale di Le Corbusier.



Monumento ai caduti Erba, 1928/31


Lissone. Palazzo Terragni 1938/40




I tagli di luce raffinati e composti dell'architetto d'oltralpe, in Terragni diventano graffi feroci alla volumetria compatta dell'involucro, il cui unico scopo è denunciare l'uso di travi e pilastri in cemento armato. I prospetti, dunque, principiano da una maglia modulare, ma presentano tutti disegni differenti, calibrati su un rigoroso gioco di pieni e vuoti, di ampie superfici chiuse e grandi aperture vetrate, in una vera e propria esaltazione della trasparenza. Quest'ultima suggestione, sapientemente spiegata dallo stesso Terragni nella relazione tecnica dell'edificio, prende forma su ispirazione dell'affermazione di Mussolini, il quale aveva definito il fascismo una "casa di vetro". Il rigore formale dell'intero edificio, scandito dal susseguirsi di superfici murarie e pareti finestrate, restituisce un gioco di asimmetrie che l'architetto definisce "dinamiche", tutte giocate sulla progettazione volumetrica dell'involucro; involucro che, oggi, si presenta spoglio, ma all'epoca della sua costruzione prevedeva un apparato decorativo con pannelli smaltati, a opera di Marcello Nizzoli, mai posti in opera, ma visibili presso il Museo Civico di Como.

Poltrona Terragni 1936

 

L'interno, non sempre aperto al pubblico, è di straordinaria bellezza, curato nei minimi dettagli da Giuseppe Terragni: come era solito all'epoca l'Architetto disegnò tutti gli elementi d'arredo e alcuni particolari decorativi, perché il carattere encomiastico e monumentale fosse coerente e di preciso impatto visivo. Ecco che, l'intonaco che negli anni Trenta era verde pastello (oggi bianco), dialogava con le finiture in marmo di Trani, a quello nero del Belgio e a quello giallo dell'Adriatico. Tornando allo sviluppo interno, l'edificio si snoda intorno a un grande atrio a doppia altezza: il Salone delle adunate, illuminato dall'alto da una copertura in vetrocemento. Da questa sala si aveva accesso al Sacrario dei martiri fascisti e ai piani superiori, per mezzo di uno scalone che distribuisce i visitatori su un ballatoio che a sua volta porta alla Sala del Direttorio e agli uffici della Segreteria politica. Ai piani superiori avevano sede gli uffici amministrativi, gli archivi e l'alloggio del custode.
Oggi vediamo la Casa del fascio di Como come uno degli esempi più convincenti dell'Architettura italiana del Novecento, a testimonianza di ciò i disegni tutt'altro che scontati e pleonastici, l'adozione di materiali tecnologicamente innovativi, per i quali Terragni affermò: "sono i primi passi verso la casa di vetro. Noi adoriamo il vetro. […] Il vetro rivela ciò che è, non può nascondere, è sinonimo della chiarità, è l'unico materiale fratello della luce, dell'aria, dello spazio". Eppure, profonde critiche all'epoca si scagliarono contro il suo operato!
Terragni dimostra nella Casa del Fascio la sua grandezza, fonde Le Corbusier e Walter Gropius, funzionalismo e classicità, in quella che Zevi definirà "una poetica manieristica di altissimo livello, atta ad astrarre un messaggio originale dalla contaminazione degli etimi". Bruno Zevi commenta la Casa del Fascio, considerandola l'espressione più palese della "crisi materica" da cui fu colpito l'Architetto. Nei volumi elementari, nella non corrispondenza formale tra interno ed esterno e nel rapporto aggressivo ed esasperato con l'ambiente, lo storico riconosce le tracce di una profonda conoscenza della storia dell'architettura, incompresa e contraddetta dai dettami del regime fascista. La delusione di non poter progettare seguendo la propria linea estetica è troppo forte per l'Architetto di Meda (Monza), una delusione che lo porterà nel 1939 a partire per il fronte russo, da quale poco dopo tornerà psicologicamente distrutto. A Como nel 1943, a 39 anni, Giuseppe Terragni si spegne improvvisamente in una casa di cura, forse suicida!

Ilaria D'Ambrosi, architetto e Urban Planner
e-mail: ila.dambrosi@gmail.com




E' vietata la riproduzione anche parziale dell'articolo e delle immagini © Copyright