Autorizzazione Tribunale di Roma n. 378 del 30/09/2005
 
Work in progress - Anno XVI - n.88 -Luglio - settembre 2026
ARCHITETTURA DEL '900


A Fregene (RM) la "Casa albero" di GIUSEPPE PERUGINI

di Ilaria D'Ambrosi



Fregene (RM), Casa Albero di Giuseppe Perugini , anni '60. Tutte le foto per courtesy Ilaria D'Ambrosi ©

Nel cuore della pineta di Fregene, a pochi passi dal mare e a una trentina di chilometri da Roma, si nasconde una delle più sorprendenti e radicali sperimentazioni dell’architettura italiana del secondo Novecento. La Villa Perugini, conosciuta come Casa Albero o Casa Sperimentale, non nasce come semplice residenza per le vacanze, ma come un manifesto costruito dell’idea di abitare.
Progettata tra il 1968 e il 1975 da Giuseppe Perugini insieme alla moglie Uga De Plaisant e al figlio Raynaldo, la casa rappresenta il risultato di una ricerca familiare e professionale che trasforma un lotto immerso nella pineta laziale in un laboratorio architettonico a scala reale. Perugini, figura centrale dell’architettura italiana del dopoguerra, già protagonista di importanti esperienze progettuali e teoriche, trovò a Fregene il luogo ideale per dare forma a una riflessione che andava oltre la tipologia della villa balneare. In anni in cui il litorale romano si popolava di abitazioni tradizionali destinate alla villeggiatura della borghesia capitolina, il gruppo dei cosiddetti “3P” immaginò invece una macchina abitativa capace di mettere in discussione i modelli consolidati dello spazio domestico. La casa divenne così un esperimento permanente, una struttura pensata non come oggetto concluso ma come organismo aperto, modificabile, predisposto alla trasformazione continua










Per comprendere appieno la portata della Casa Albero è necessario collocarla all’interno del percorso intellettuale del suo autore. Nato a Buenos Aires nel 1914 e trasferitosi giovanissimo in Italia, Giuseppe Perugini si formò nella Roma degli anni Trenta, entrando in contatto con alcuni dei protagonisti del Razionalismo italiano, tra cui Adalberto Libera. Dopo la guerra partecipò attivamente al dibattito sulla ricostruzione del Paese, affiancando all’attività professionale quella accademica e di ricerca. La sua generazione si trovò a operare in un momento di profonda trasformazione culturale, in cui l’architettura era chiamata a confrontarsi con le nuove esigenze della società industriale, con il tema dell’espansione urbana e con le sperimentazioni tecnologiche che attraversavano il panorama internazionale. In questo contesto Perugini maturò una posizione autonoma, lontana tanto dal funzionalismo più ortodosso quanto dalle derive puramente formali delle avanguardie. La Casa Sperimentale di Fregene rappresenta la sintesi più compiuta di questa sua ricerca. Il progetto si configura come un sistema composto da elementi distinti ma interconnessi: il nucleo principale, sospeso su una griglia strutturale in cemento armato; la celebre “Casa Palla”, una sfera di circa cinque metri di diametro concepita come cellula abitativa autonoma e una serie di moduli cubici aggregabili che sviluppano il tema della crescita per addizione. L’intera costruzione è organizzata secondo una logica modulare che rende teoricamente possibile lo smontaggio, la sostituzione e l’espansione delle parti.








Travi e pilastri restano completamente esposti, trasformando la struttura in linguaggio architettonico, mentre le ampie superfici vetrate annullano il confine tra interno ed esterno e instaurano un dialogo costante con la pineta. Più che una casa, l’edificio si presenta come un prototipo abitativo, un dispositivo sperimentale nel quale confluiscono suggestioni metaboliste (movimento d’avanguardia nato in Giappone negli anni ’60), richiami alle megastrutture degli anni Sessanta e una riflessione originale sulla possibilità di concepire l’architettura come organismo aperto e in continua evoluzione. L’impatto visivo dell’edificio è ancora oggi straordinario. Sollevata dal terreno attraverso un sistema di pilastri e travi in cemento armato a vista, la costruzione appare sospesa tra i tronchi dei pini, quasi fosse un artificiale prolungamento della foresta. Da questa particolare configurazione deriva il nome di Casa Albero: una struttura che non occupa il suolo in maniera tradizionale, ma sembra agganciarsi al paesaggio come un nido tecnologico. Il linguaggio architettonico richiama il brutalismo per l’uso espressivo del calcestruzzo grezzo, ma ne supera i confini attraverso una composizione libera e anticonvenzionale, nella quale il cemento dialoga con ampie superfici vetrate e con elementi metallici dipinti di rosso acceso. L’intero complesso si sviluppa come una costellazione di corpi differenti: il nucleo principale sospeso, una sfera abitabile nota come “Casa Palla” e una serie di moduli cubici che rendono evidente la volontà di sperimentare sistemi prefabbricati e aggregazioni variabili.





Le lettere incise sui blocchi di cemento alludono proprio a questa idea di architettura componibile, smontabile e ricomponibile, quasi un gigantesco gioco costruttivo. Non sorprende che Raynaldo Perugini abbia più volte definito l’opera un “giocattolo di famiglia”: un modello in scala uno a uno nel quale i progettisti erano contemporaneamente autori, committenti e utilizzatori. In questa dimensione ludica e sperimentale convivono riferimenti all’architettura organica, suggestioni futuristiche, echi delle avanguardie del Novecento e una riflessione profonda sulla modularità e sulla flessibilità degli spazi domestici.
A oltre mezzo secolo dalla sua realizzazione, la Villa Perugini continua a esercitare un fascino raro. Lontana dall’essere soltanto un episodio del brutalismo italiano, essa appare oggi come la testimonianza di una stagione in cui l’architettura cercava nuove forme di libertà progettuale, mettendo in discussione l’idea stessa di casa. Nel corso degli anni il complesso è diventato una sorta di icona per studiosi, fotografi e appassionati, attirando l’attenzione internazionale grazie al suo carattere visionario e alla sua sorprendente capacità di anticipare temi oggi centrali, come la reversibilità del costruito, il rapporto tra architettura e natura e la concezione dell’abitazione come processo aperto piuttosto che come forma definitiva. Eppure la sua storia recente è segnata da un lungo periodo di abbandono, da atti vandalici e da un progressivo degrado che ne hanno accentuato l’aura di rovina contemporanea. Proprio questa condizione sospesa tra memoria e futuro ha contribuito a trasformarla in un luogo quasi mitologico, una presenza aliena nella pineta di Fregene, capace di evocare tanto le utopie tecnologiche degli anni Sessanta, quanto il destino fragile delle architetture sperimentali. Oggi i progetti di recupero e le iniziative di valorizzazione promosse attorno alla Casa Albero non riguardano soltanto la salvaguardia di un edificio, ma la conservazione di una delle più originali riflessioni italiane sul tema dell’abitare, un’opera che continua a interrogare il presente con la stessa forza provocatoria con cui apparve tra i pini della costa laziale alla fine degli anni ’60!



"le foto hanno tutte il copyright"


Ilaria D'Ambrosi, architetto e Urban Planner
e-mail: ila.dambrosi@gmail.com




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