Tra le architetture che negli ultimi vent'anni hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra impresa, città e cultura in Italia, il MAST di Bologna occupa una posizione singolare. Inaugurato nel 2013 per iniziativa della Fondazione MAST – Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, promossa da Isabella Seràgnoli, il complesso progettato dagli architetti Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori dello Studio romano Labics non può essere interpretato semplicemente come un museo o come un centro culturale aziendale. La sua originalità risiede infatti nella capacità di superare categorie consolidate e di configurarsi come una vera infrastruttura urbana contemporanea, un organismo complesso nel quale produzione, welfare, formazione, ricerca e attività culturali vengono ricomposti all'interno di un unico dispositivo architettonico. In una stagione in cui molte istituzioni culturali hanno puntato sulla costruzione di edifici iconici e autoreferenziali, il MAST ha scelto una strada diversa: utilizzare l'architettura come strumento di relazione, come elemento capace di generare nuove connessioni tra luoghi, funzioni e comunità. L'intervento sorge nella periferia occidentale di Bologna, lungo l'asse della via Emilia e a ridosso del grande comparto industriale del gruppo Coesia. Si tratta di un territorio che per decenni ha rappresentato uno dei motori produttivi dell'economia cittadina, caratterizzato da capannoni, infrastrutture e insediamenti manifatturieri che hanno accompagnato lo sviluppo industriale del secondo dopoguerra. È proprio in questo contesto che prende forma l'idea di un progetto destinato a modificare radicalmente il rapporto tra fabbrica e città. Piuttosto che concepire uno spazio esclusivamente dedicato ai dipendenti o un museo isolato dal contesto produttivo, il programma elaborato dalla committenza individua nell'architettura il mezzo attraverso cui costruire una nuova centralità pubblica.
|

Bologna. Il MAST, Centro polifunzionale attivo dal 2013 ( ph. courtesy Ilaria D'Ambrosi ) ©
|
|
Il MAST nasce quindi come luogo di incontro tra mondi tradizionalmente separati: l'industria e la cultura, il lavoro e il tempo libero, la dimensione privata dell'impresa e quella collettiva della città. Questa ambizione si riflette immediatamente nella configurazione urbanistica del complesso. Il progetto non si sviluppa come un edificio unitario e compatto, ma come un sistema articolato di volumi collegati tra loro da percorsi, rampe, passerelle e spazi aperti. Gli architetti Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori concepiscono l'intervento come una sorta di micro-città nella quale il movimento delle persone diventa il principio ordinatore dell'intera composizione. L'idea di fondo è quella di costruire un organismo attraversabile e permeabile, capace di favorire relazioni spontanee tra utenti differenti. Più che un edificio, il MAST appare come una sequenza di luoghi connessi tra loro, una struttura nella quale l'esperienza dello spazio assume un ruolo centrale. La distribuzione delle funzioni contribuisce a rafforzare questa interpretazione. Accanto alla galleria espositiva trovano posto un auditorium, spazi per la formazione professionale, un'accademia aziendale, aree dedicate alla ricerca, servizi di ristorazione, un centro benessere, una palestra, un asilo nido e numerosi ambienti destinati alla vita quotidiana dei dipendenti e dei visitatori. L'innovazione del progetto consiste proprio nell'aver rifiutato la tradizionale separazione tra attività culturali e servizi, proponendo invece un modello nel quale tutte le funzioni partecipano alla costruzione di un ecosistema condiviso. L'architettura diventa così la rappresentazione fisica di una nuova idea di welfare industriale, in cui la qualità dello spazio è considerata parte integrante della qualità del lavoro e della vita collettiva.
|
|
|
Il MAST: vetro serigrafato e schermature metalliche (ph. courtesy Ilaria D'Ambrosi ) ©
|
|
Il MAST: le ampie vetrate dell'interno (ph. courtesy Ilaria D'Ambrosi) ©
|
|
Dal punto di vista formale, il MAST si distingue per una composizione rigorosa e controllata, lontana da qualsiasi tentazione spettacolare. L'edificio si presenta come un insieme di volumi geometrici puri, caratterizzati da una forte coerenza materica e da una grande attenzione ai rapporti tra pieni e vuoti. La scelta di utilizzare ampie superfici vetrate, pannelli metallici e rivestimenti traslucidi richiama esplicitamente il mondo della tecnologia e della produzione industriale, senza tuttavia cadere in un'estetica puramente funzionalista. Al contrario, la composizione cerca costantemente un equilibrio tra precisione tecnica e qualità percettiva, tra efficienza e dimensione umana.
Uno degli elementi più interessanti del progetto è rappresentato dalla pelle esterna dell'edificio. Una doppia facciata composta da vetro serigrafato e schermature metalliche avvolge gran parte del complesso, conferendogli un'immagine unitaria nonostante la varietà delle funzioni ospitate al suo interno. Questa soluzione produce effetti mutevoli nel corso della giornata: durante le ore diurne l'architettura appare compatta e quasi astratta, mentre nelle ore serali la luce interna trasforma l'edificio in una grande lanterna urbana, rendendo percepibili dall'esterno le attività che si svolgono al suo interno. La trasparenza assume qui un significato che va oltre l'aspetto estetico, diventando metafora di apertura e condivisione. Rendere visibile la vita del complesso significa infatti affermare il carattere pubblico di un'istituzione nata all'interno di una realtà imprenditoriale, ma concepita come patrimonio collettivo. L'organizzazione interna conferma questa ricerca di continuità e relazione. Gli spazi non sono pensati come ambienti isolati, ma come parti di una sequenza dinamica che accompagna il visitatore attraverso livelli e funzioni differenti. Rampe, vuoti a tutta altezza, affacci e collegamenti visivi costruiscono un paesaggio interno complesso, nel quale è sempre possibile percepire la presenza delle altre attività. In questo senso il progetto si avvicina più alla logica della città che a quella dell'edificio tradizionale: le funzioni non vengono semplicemente accostate, ma entrano in dialogo reciproco attraverso lo spazio.
|
|
|
Il MAST: le trasparenze dell' interno (ph. courtesy Ilaria D'Ambrosi) ©
|
|
Le moderne strutture del MAST, progettato dallo Studio romano LABICS (ph. courtesy Ilaria D'Ambrsi) ©
|
|
|
|
Il MAST: forme geometriche ed essenzialità (ph. courtesy Ilaria D'Ambrosi) ©
|
Anche il rapporto con il contesto urbano è affrontato in maniera innovativa. Il MAST occupa infatti una posizione di confine tra il comparto produttivo e il tessuto residenziale, trasformando questa condizione marginale in una risorsa progettuale. Il fronte rivolto verso gli stabilimenti industriali presenta un carattere più compatto e lineare, quasi a stabilire una continuità con il paesaggio della produzione. Sul lato opposto, invece, l'edificio si apre alla città attraverso spazi pubblici, aree verdi e percorsi di accesso che invitano all'attraversamento. Questa doppia natura costituisce uno dei temi più interessanti dell'intervento: il complesso non appartiene completamente né alla fabbrica né alla città, ma si colloca nella zona di contatto tra le due realtà, assumendo il ruolo di dispositivo di mediazione. A oltre dieci anni dalla sua inaugurazione, il MAST continua a rappresentare uno dei casi più significativi dell'architettura italiana contemporanea. La sua importanza non deriva soltanto dalla qualità costruttiva o dalla ricchezza delle attività culturali che ospita, ma dalla capacità di aver elaborato un modello spaziale nuovo, capace di rispondere alle trasformazioni economiche e sociali del XXI secolo. In un'epoca segnata dalla progressiva ridefinizione dei luoghi della produzione e dalla ricerca di nuove forme di welfare e partecipazione, il progetto di Labics dimostra come l'architettura possa ancora svolgere un ruolo strategico nella costruzione dello spazio pubblico. Più che un museo dedicato alla cultura industriale, il MAST appare oggi come una riflessione costruita sul futuro della città contemporanea: un luogo in cui lavoro, conoscenza, innovazione e vita collettiva trovano una sintesi spaziale rara nel panorama europeo.
|
|